Odi 4.0 (Odio onlife)

Odi 4.0 (Odio onlife)
30 Luglio 2021 – 12:19

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Catullo, carme LXXXV
 
“Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; / non so, ma è proprio così e mi tormento”. 
Traduzione di Salvatore Quasimodo 
 
Potrà sembrare anacronistico partire da Catullo per chiedersi se e come sia cambiato l‘odio in epoca digitale e come affrontarlo.
Eppure il verso di Catullo, pur vecchio di duemila anni, è quanto mai attuale per l’ambivalenza che il poeta, sinceramente e quasi candidamente, esprime. Lo è ancora di più per quel “nescio” che è il rovello non solo di Catullo ma anche di tutti coloro che dell’odio onlife attuale cercano di capire qualcosa. Perché si odia? 
Rimaniamo per un momento proprio da Catullo, che intrattiene un rapporto tanto ambivalente quanto intenso con Lesbia. 
Sappiamo come vanno le cose. Prima le smanie amorose
 “Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci,
…..
Dammi mille baci, poi cento,
poi ancora mille, poi di nuovo cento,
poi senza smettere altri mille, poi cento;”
 
Poi, appena si sente respinto da Lesbia, Catullo, da buon maschio italico, le da, sia pur in forma letteraria, della p. 
Celio, la mia Lesbia, ella che sola
     Più che me stesso e i miei più cari amai;
Quella mia Lesbia, sai?
     Per le vie, pe’ quadrivii e gli angiporti
     Vende il piacer supremo
     Ai nipoti magnanimi di Remo!
Sono gli stessi insulti misogini che, come scriveva recentemente Francesco Mercadante su Tech Economy 2030 ricevono ancora oggi le donne in rete e in vivo, onlife. 
“Il 70% delle donne, in Italia, ha subito violenze nella propria vita… Il 25% delle donne, cioè una donna su quattro, viene molestato online e il 26% diventa vittima di stalking in seguito ad approcci digitali… nella bestiale classifica degli obiettivi degli haters, le donne occupano il primo posto con uno schiacciante e preoccupante vantaggio: il 49,91% di tweet negativi ricevuti contro il 18,45% degli ebrei, il 14,40% dei migranti, il 12,1% degli islamici, il 3,28% degli omosessuali e l’1,95% dei disabili.”
Certo Catullo è linguisticamente un po’ più creativo degli hater attuali, nelle cui frasi non è possibile nemmeno individuare, come osserva Mercadante, il referente. Il meccanismo psicodinamico di fondo è però sostanzialmente sempre lo stesso. Se tu, donna, soddisfi unicamente il mio desiderio, viviamo felici e contenti, se tu susciti il desiderio degli altri maschi, sei una p. Il ché è poi l’essenza del patriarcato: il tuo desiderio di donna lo gestisco io, che sono, nel corso del tempo, il tuo uomo (padre, fratello maggiore, marito). Nella malaugurata ipotesi tu lo voglia gestire autonomamente io ti sputtano, rendendoti merce priva di ogni qualità (morale) agli occhi dei miei rivali (ma anche di me stesso). 
Questo è però anche il nucleo paranoico che agisce in ognuno di noi in caso di rifiuto, abbandono, delusione da parte del/della partner e che ognuno di noi dovrebbe imparare a gestire se vogliamo rendere la nostra vita personale e sociale sostenibile. Ma, lo sappiamo, venir rifiutato/a, abbandonato/a, deluso/a dall’amato/a fa terribilmente male, la rabbia ci assale, talora anche il panico, l’impotenza è insopportabile, il desiderio di vendetta è insidiosamente invitante. L’insulto, l’umiliazione dell’altro/a, il rancore spinto fino all’odio sono a portata di mano. Non solo psicologicamente ma anche dal punto di vista neurobiologico, nel senso che, come ha elegantemente dimostrato Zeki, “il circuito dell’odio comprenda due aree (il putamen destro e l’insula) che sono attive anche nell’amore romantico”. (Ne avevo trattato più ampiamente qui). La vicinanza anzi la sovrapposizione dei circuiti dell’amore romantico e dell’odio rende dunque ragione del perché amore e odio siano parenti stretti e perché l’amore possa trasformarsi così facilmente in odio. Ma oltre ad essere una reazione all’amore rifiutato, ferito, tradito, l’odio, svolge, secondo Balint, anche un’altra funzione nella dissoluzione della relazione amorosa: innalzare un muro insormontabile per evitare che noi ritorniamo dalla persona che ci ha ferito. Nel capitolo “amore e odio” de “L’amore primario” Balint osserva “noi odiamo le persone – anche se queste sono molto importanti ai nostri occhi – che non ci amano, e rifiutano, come partner, di collaborare malgrado i nostri sforzi per guadagnarci il loro affetto. Cioè evoca in noi le pene più amare, sofferenze e angosce del passato, e ci difendiamo contro il loro ritorno innalzando le barriere dell’odio, negando a noi stessi il bisogno di questa gente e la nostra dipendenza da loro. A modo nostro noi vogliamo confermare a noi stessi che questa gente – benché ci stia a cuore – è cattiva; che non dipendiamo più dall’amore di tutte le persone che ci interessano e possiamo fare a meno dell’amore di quelle che – tra loro – sono le più cattive.”
Mi si dirà che queste sono discutibili considerazioni psicoanalitiche tutt’al più riferibili all’odio che può nascere in un rapporto amoroso ma che non possono certo valere per l’odio online. Pur trattandosi dello stesso sentimento infatti, “l’espressione di odio attraverso internet – come rilevato nel report finale del gruppo di lavoro Odio online – non riduce la difficoltà di definire il sentimento in modo standardizzato ma aggiunge un ulteriore elemento di complessità, per la capacità delle tecnologie digitali di influenzare i comportamenti delle persone e amplificarne la portata, creando nel contempo le condizioni per implementare peculiari modalità di contenimento”. Il report ricorda inoltre che in “Countering Online Hate Speech” (2015), l’Unesco individua quattro differenze sostanziali tra l’odio offline e l’odio online. La prima è la permanenza dell’odio online, ossia la possibilità che rimanga “attivo” per lunghi periodi di tempo e in diversi formati. La seconda differenza è il ritorno imprevedibile delle espressioni di odio che, anche se sono rimosse da un luogo possono riapparire altrove. La terza differenza è l’importanza che assume online l’anonimato: di per sé un diritto che consente in certe condizioni di fare emergere verità che chi si trova in condizioni di svantaggio potrebbe aver timore di comunicare, l’uso di pseudonimi e nomi falsi può rendere le persone meno consapevoli del valore delle proprie parole e ingenerare più o meno fondate aspettative di irresponsabilità e impunità. La quarta differenza è la transnazionalità, che aumenta l’effetto dell’hate speech e rende più complicato individuare i meccanismi legali per combatterlo.”
Lasciamo allora Catullo e trasferiamoci nel prossimo futuro di Perfidious Albion, il romanzo di Sam Byers (di cui avevo scritto qui) ambientato in un‘Inghilterra post-moderna in cui “le persone temono che i loro segreti più intimi riposti negli smartphone e nei computer vengano dati in pasto alla comunità da uomini mascherati (che non si sa se siano ribelli o emissari del potere). È una società in cui non si è nessuno se non si viene odiati in rete, i politici usano e abusano della rete per la loro propaganda populista, la tecnologia è al servizio di un’apparente efficienza che si rivela spietato profitto, le grandi aziende tecnologiche manipolano Internet. Insomma, è un futuro possibile che assomiglia molto ad aspetti inquietanti del presente … il fuoco dell’odio divampa anche in rete, così come sui media, tra le persone come tra le istituzioni, minando ogni rapporto, insinuando una sfiducia personale e collettiva che rimbalza tra off- e online e diviene cedimento alla disperazione, rassegnazione alla forza bruta come unico indiscutibile ed invincibile potere.”
Su questo sfondo si dipana la vicenda personale di Jess, donna giovane e brillante, all’avvio della sua carriera accademica, che, discutendo online di identità di genere, incontra sulla propria strada, pseudo-intellettuali populisti e maschilisti, schiere di odiatori seriali misogini e razzisti che la minacciano di tutto il possibile, fino a risalire al suo indirizzo mail e a quello fisico. L’ondata di solidarietà che riceve tardivamente dal suo partner e poi online non portano però al lieto fine. Il tarlo della rabbia e del risentimento continua a non darle pace e la conduce a ricercare un’impossibile vendetta in rete attraverso una nuova identità, anzi tante nuove identità quante sono le sfaccettature del suo carattere. È quello che lei chiama “un team di infiltrazione” che diviene in realtà una distruttiva frammentazione di sé fino alla dissoluzione anche del rapporto di coppia. 
Lo scrittore non ci svela naturalmente perché odiamo ma ci fa toccare con mano gli effetti dell’odio onlife e le diverse sfumature di odio personale e collettivo. C’è chi odia per passione avendo trovato nella denigrazione di tutto e di tutti e dunque nell’Assoluto della distruzione il senso narcisistico della propria esistenza. C’é chi odia per noia, nelle pause che gli rimangono libere tra un impegno e l’altro, per regalarsi un’emozione in una vita in cui non sa trovare altro che obbligo e ripetizione. C’è chi lo sceglie per dovere professionale come se, frustrato, inacidito e inaridito anzitempo da offese mai superate, si fosse consegnato alla missione di far pagare a chi incontra ciò che lui/lei ha dovuto subire. C’è chi, come Jess, viene travolta dall’odio altrui e si lascia irretire dall’illusione di una vendetta che si trasforma in auto sabotaggio, perché non si può odiare gli altri senza odiare (un po’ tanto) anche sé stessi. Naturalmente le forme di odio sono tante quante le nostre vite e le mille catalogazioni gesuitiche o prussiane che se ne possono fare sono sempre superate dalla vita, che delle classificazioni non sa cosa farsene. Nella maggior parte, se non nella totalità dei casi, all’origine dell’odio vi è un’insanabile quanto precocissima offesa, percepita come un inammissibile arbitrio subito nell’ambito di una relazione insicura e disturbata con le figure di riferimento. È come se l’offesa, l’arbitrio, il torto non fosse mai passato attraverso la catarsi del lutto e rimanesse invece un risentimento perenne, una sorta di brace ardente sotto uno strato più o meno denso di cenere, destinata a riattizzassi ad ogni nuova presunta offesa o ingiustizia.
Ne abbiamo manifesti esempi in queste settimane in cui quelli che ritengono minacciata la loro libertà sono quelli che più strillano e minacciano e meno tengono in conto la salute altrui. Ma non mancano quelli che ne riprendono gli stessi toni per zittirli. Questo è il pungiglione nascosto dell’odio, la sua straordinaria, quasi virale forza di propagazione. Il contagio. L’odio è contagioso come il Sars-CoV-2. Contagia persone e istituzioni, spiriti semplici e veri o presunti intellettuali, che si sentono in diritto di far sentire “sorci” “gli altri” per il solo fatto che sostengono una tesi contrapposta per quanto stupida e irrazionale essa possa essere. Stefano Epifani ne aveva scritto ancora in epoca pre-pandemica tratteggiando con straordinaria sensibilità e precisione la china che il dibattito pubblico tra social, intellettuali e istituzioni stava prendendo. La pandemia non ha fatto che accentuare quel “processo di polarizzazione e contrapposizione che caratterizza la comunicazione sui social media”. Il risultato, come profetizzava Epifani nel 2019, è il dileggio, “invece di riflettere sulle cause che hanno portato la nostra società a vedere in quelle espressioni non più la manifestazione di un disagio o di una debolezza, ma un semplice oggetto di scherno. Dimenticare che dietro quei messaggi ci sono persone che – ci piaccia o meno – sono il risultato che l’ipocrisia elitarista del nostro Paese (unica cosa realmente bipartisan negli intellettuali italiani) è guardare al dito e perdere completamente di vista la luna. È guardare al sintomo della malattia che sta avvelenando la nostra società e scambiarlo per la causa del degrado in cui viviamo. È abdicare al proprio ruolo di intellettuale” (Epifani, cit.).
L’antidoto all’odio e all’ignoranza non è dunque “il burionismo”, “blastare”, denigrare, dileggiare l’altro per la sua ignoranza e/o per l’odio sotteso alle sue tesi, dimenticando che “i più ignoranti… nella nostra era sono i più deboli” (Epifani, cit.). La competenza e la preparazione rimangono clave, certo più evolute e forbite, se non sono accompagnate dalla cultura del dialogo e del rapporto. Né serve controbattere ossessivamente ogni affermazione errata, come se il problema fosse la mancanza di informazione, che si trova in Internet ad ogni piè sospinto, se la si vuol cercare. Il problema è piuttosto la mancanza di formazione. E chi, se non gli intellettuali e “le istituzioni sono generative delle azioni sociali di formazione, sensibilizzazione e costruzione di cultura che contribuisce in maniera rilevante alla costruzione di quel sentire condiviso” (Epifani, cit.) di cui tutti sentiamo la mancanza? 
Se l’odio erge insuperabili muri, alle istituzioni e agli intellettuali non viene chiesto di vincere fin troppo scontati duelli con l’ignoranza dei singoli, ma di superare l’assedio, creare le condizioni di pace per un dibattito civico all’insegna della fiducia reciproca e dell’innovazione. Per farlo è necessario però elaborare il lutto dell’onnipotenza. 
L’articolo Odi 4.0 (Odio onlife) è stato pubblicato originariamente su Tech Economy 2030 – Digital transformation for sustainability.

Fonte: Techeconomy

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