La tecnologia al centro dei processi di sviluppo delle città, ma serve un cambiamento culturale: intervista a Gianluca Vannuccini

La tecnologia al centro dei processi di sviluppo delle città, ma serve un cambiamento culturale: intervista a Gianluca Vannuccini
29 Luglio 2021 – 12:19

Se finora il percorso di Sustainability Talk aveva raccolto le considerazioni relative ai temi della sostenibilità digitale dei C-Level di alcune delle più importanti aziende attive nel nostro Paese, oggi questo percorso si espande, spostando l’attenzione verso le città e quelle figure chiave che ne determinano gli sviluppi per quanto attiene le dinamiche di innovazione e trasformazione digitale.
Con la guida di Luigi Mundula (Università di Cagliari) e di Raffaele Gareri (The Smart City Association Italy), entrambi membri del comitato scientifico e di indirizzo del Digital Transformation Institute, iniziamo con questa settimana un percorso di approfondimento che dal concetto di smart city & community ci porterà – ibridandolo con i temi della sostenibilità – verso quello di “bright city”, le dinamiche del quale affronteremo nei prossimi mesi.
In questo nuovo spazio di approfondimento non potevamo che iniziare con uno dei “decani” dell’innovazione dell’amministrazione pubblica locale: Gianluca Vannuccini. Oggi Direttore dei Sistemi Informativi, Infrastrutture Tecnologiche e Innovazione della Regione Toscana e per anni, dopo aver svolto attività di ricerca sulle reti IP, allo sviluppo dei sistemi informativi del Comune di Firenze.
Rinnovamento e condivisione
Il problema principale nell’affrontare le sfide di fronte alle quali si trova la PA? “Credo che le amministrazioni pubbliche in questo momento si stiano trovando in una situazione di carenza di organico molto complessa, e forse unica nel suo genere. Infatti, nonostante stia riavviandosi il percorso di recruitment da parte delle PA, ad oggi le competenze e le complessità sono moltiplicate, e questo rende sempre più necessarie nuove figure e nuove risorse”, spiega Gianluca Vannuccini in apertura della sua intervista. Una situazione, quella causata anche da questi tempi incerti che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo, che comporta una “maggiore difficoltà nel guardare al medio-lungo termine e nell’avere consapevolezza delle sfide di lungo periodo. Credo che in questo contesto la chiave sia in due aspetti: da un lato il rinnovamento dell’approccio e del punto di vista delle risorse umane e degli Enti, perché le persone che sono attualmente nelle città e nei Comuni tipicamente vi lavorano da molto tempo, e sono quindi anche naturalmente focalizzate su alcuni punti di vista consolidati negli anni, spesso oberate di emergenze quotidiane e quindi con più difficoltà a vedere il complesso del contesto di nuove sfide che ci aspettano. Dall’altro lato la condivisione: si deve condividere con tutti i livelli interni le progettualità di medio-lungo periodo, in modo che tutti le vivano come sfide alle quali partecipare attivamente con un proprio contributo. Il PNRR, in questo senso, ci da una delle migliori occasioni per mettere in atto un percorso di condivisione con tutti i livelli dell’amministrazione delle progettualità che stanno per arrivare”.
Sostenibilità, smartness e anti-fragilità
Nel futuro delle città, e quindi nei progetti che dovranno essere messi in campo, la sostenibilità dovrà ricoprire un ruolo sempre più centrale, diventare un elemento cardine. Ma nei percorsi di sviluppo delle città diventa sempre più importante guardare ad un approccio strategico integrato, che non guardi alla sola sostenibilità ambientale, ma che a quest’ultima accompagni altri due concetti, altrettanto decisivi: la massimizzazione dell’efficienza nell’uso delle risorse sociali, ambientali ed economiche (smartness) e la capacità di adeguarsi alle nuove situazioni portate dagli shock, dalle crisi, sfruttandole per ricercare nuove forme di equilibrio (anti-fragilità).
Ma quanto, allo stato attuale, si ravvisa questa integrazione all’interno dei documenti di pianificazione strategica delle città? “Nei documenti strategici delle città vedo che molto spesso questi tre termini sono fusi tra loro. Forse quello che vedo più indietro è il tema dell’anti-fragilità, nonostante si siano attraversati momenti di gravi crisi, come il Covid o fenomeni climatici molto rilevanti. E credo che per superare il problema sia fondamentale un approccio top-down, quindi a livello di governance amministrativa e politica, che dia una netta priorità a questo argomento, non solo in tempi di emergenza, ma anche e soprattutto in tempi ‘di pace’, di ordinaria amministrazione.
Anche quando si parla di resilienza non si ritrova molto spesso questo concetto nelle pianificazioni strategiche: se ne parla molto in tempi di emergenza, ma troppo poco una volta che l’emergenza è passata. Anche in questo caso si deve uscire dal classico ‘hype’ dei termini che vanno di moda, ed entrare in modo deciso nei processi strutturati delle Amministrazioni, degli Enti, delle città. Per farlo servono spinte normative, e ci dovrebbe essere qualcuno nell’amministrazione di una città che abbia a cuore la resilienza, anche in questo caso non solo in momenti di emergenza, ma di ordinaria amministrazione, e che quindi affronti questo tema con una metodologia ben precisa, al pari di altre discipline. Ci stiamo avvicinando a questo, basti pensare all’attenzione nei confronti del tema della cyber security. Tuttavia, sappiamo che la resilienza e l’anti-fragilità vanno oltre la sola cyber security: ci vuole dunque una visione più olistica, che presidi entrambi questi temi fondamentali in modo omnicomprensivo”.
Per andare verso un approccio integrato, che guardi ai concetti di smartness, resilienza ed antifragilità come ad elementi importanti e strategici, secondo Gianluca Vannuccini è fondamentale che i territori e le città, e quindi gli amministratori di queste città, comunichino tra loro, attingendo dalle esperienze di successo. “Qui ritorna il tema della condivisione: ogni ambito racconta ciò che ha fatto, quello che ha funzionato meglio, cosa ha prodotto dei risultati. Senza limitarsi alla ricerca di singoli prodotti o piattaforme da implementare magari sfruttando il riuso, ma mettendo a disposizione anche un modello di governance vincente, e potenzialmente replicabile su altri territori”.
Questa condivisione, però, può dare i suoi frutti soltanto in presenza delle giuste competenze, necessarie per poter mettere in pratica le diverse progettualità. In questo senso, “un approccio multidisciplinare è fondamentale. Lo dico per esperienza personale: credo moltissimo nella necessità di creare, nelle città, un forte mix tra competenze digitali, di sostenibilità ambientale, di inclusione sociale, di engagement, di partecipazione e anche, essendoci il tema dell’anti-fragilità, una componente operativa necessaria per la gestione delle emergenze. È necessario uscire dalle tipiche classificazioni fra personale informativo, tecnico, amministrativo e via dicendo, per essere più liberi di reperire risorse nella misura in cui servono per le specifiche progettualità. Non credo che in Italia siamo molto indietro, su queste tematiche, rispetto al livello europeo ed extraeuropeo, ma dal mio punto di vista la principale differenza è proprio dal lato organizzativo: fuori dall’Italia, di solito si tende a dedicare a progetti su questi temi team, risorse e staff in numero più adeguato rispetto al nostro Paese, dove invece tendiamo a usare un numero minore di risorse, e magari anche coinvolgendo solo risorse presenti nell’Ente, senza integrarle con competenze più specifiche quando necessario. In questo senso, l’approccio di recruitment seguito per figure a tempo determinato dal Team Digitale, da AGID e recentemente da Dipartimenti centrali è sicuramente stata un’esperienza di successo in Italia, che ha dato i suoi frutti, ma che non è ancora così diffuso in tutte le amministrazioni italiane: sarebbe però importante che lo fosse, perché ciò che ci differenzia non è né l’incapacità né la mancanza di tecnologia, ma proprio il minor numero di persone con competenze specializzate dedicate ad attuare certe tipologie di progetti. Speriamo che anche su questo fronte il PNRR faccia da leva per la diffusione di modelli vincenti di assunzione di nuove risorse e di sviluppo di quelle interne”.
Il digitale per la sostenibilità delle città: la spinta deve partire dal livello amministrativo e politico
“A partire dalla pandemia, si è segnata una netta linea di demarcazione, che ha portato le tecnologie ormai indiscutibilmente al centro dei processi di sviluppo delle città”.
Ma per fare in modo che la consapevolezza dell’importanza del digitale come strumento di supporto della bright city – cioè della città sostenibile grazie proprio all’utilizzo del digitale – possa consolidarsi, “il livello amministrativo e quello politico sono fondamentali. È da lì che passano le scelte di priorità di una città, ed è da lì che vengono definiti i finanziamenti e le priorità alle quali dare risorse: è quindi importante che il mondo del digitale non sia più visto come un qualcosa da contrarre in termini di spesa, ma che piuttosto l’irrobustimento delle infrastrutture digitali di una città veda un incremento costante, anno dopo anno, sia di risorse umane che finanziarie, perché non deve essere considerato un costo, ma deve essere visto come un investimento, che genera dei plus e riduce i rischi. Credo che nelle città nelle quali si è data priorità a questo tema da parte del livello amministrativo, si siano visti i risultati”.
Guardando alla sostenibilità ambientale, per raggiungere gli obiettivi ad essa collegati all’interno di una città, le modalità di applicazione, così come le tecnologie stesse, sono molte. In particolare, “il 5G, le reti IoT, l’Intelligenza artificiale, così come l’aggregazione di grosse moli di dati e l’integrazione di tali dati sono la base per riuscire a mettere in campo azioni volte alla sostenibilità ambientale ed innovazione nell’ambito di una città. Questi sono i pilastri principali, e devono essere innestate in tutti gli ambiti di funzionamento di una città: dal consumo di risorse idriche alle risorse naturali, fino all’efficientamento energetico – spiega Gianluca Vannuccini – Tuttavia, anche in questo ambito a questa implementazione occorre accompagnare anche un cambiamento culturale. Ad esempio, chi lavora nella manutenzione del verde pubblico, deve cominciare a pensare di dover monitorare i dati di irrigazione tramite un tablet, chi lavora nella gestione della mobilità deve cominciare a pensare di sfruttare i Big Data e la mobilità dei flussi, e via dicendo. In sostanza, ci sono dei cambiamenti culturali che devono coinvolgere gli uffici tecnici tradizionali, nelle città e nei Comuni, per riuscire ad usare in modo efficiente le nuove tecnologie”.
È fondamentale quindi che le città ed i loro decisori sappiano governare al meglio il cambiamento introdotto dalle tecnologie, sfruttando queste ultime per innescare nuovi processi di sviluppo più sostenibili e anti-fragili. Ciò non vale, ovviamente, soltanto dal punto di vista ambientale: per esempio, infatti, “le città e i loro sindaci hanno più margini d’azione nella promozione di nuovi modelli di sviluppo economici locali, circolari ed innovativi attraverso il digitale. In quest’ambito credo che la cosa migliore da fare sia guardare a cosa hanno fatto le altre città, a che tipo di modelli hanno adottato, e provare a rimetterli in pratica sul proprio territorio. Non manca nulla: le tecnologie ci sono, così come i modelli che hanno funzionato, per cui quello che è da riprendere è il modello di coinvolgimento dei cittadini, delle associazioni, con cui si andranno poi ad implementare questi modelli di sviluppo economici più sostenibili e locali”. Insomma: la sfida della bright city è anche la sfida della condivisione.
L’articolo La tecnologia al centro dei processi di sviluppo delle città, ma serve un cambiamento culturale: intervista a Gianluca Vannuccini è stato pubblicato originariamente su Tech Economy 2030 – Digital transformation for sustainability.

Fonte: Techeconomy

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