Una Babele digitale frena l’agricoltura

Una Babele digitale frena l’agricoltura
26 Luglio 2021 – 12:19

Una rivoluzione paragonabile a quella dell’avvento della meccanizzazione agricola sui campi. È quanto promette lo sviluppo delle applicazioni digitali in agricoltura. Una rivoluzione peraltro già in atto, che cresce dal 2018 a un ritmo di circa il 20% all’anno e ha raggiunto nel 2020 un valore stimato in 540 milioni di euro solo in Italia. Se lo sguardo si allarga al mercato mondiale, si arriva a 13,7 miliardi di euro, il 4% del mercato digitale mondiale. In crescita sono le applicazioni destinate al controllo di mezzi e macchinari (ora complessivamente rappresentano il 66%), quelle per il controllo delle colture in campo e per il supporto alle decisioni (26%), e infine mappatura dei terreni e robotica (rispettivamente 4% e 2%), cui si aggiungono altre applicazioni digitali per un ulteriore 2%.
La promessa è quella di una maggiore efficienza, un minore impatto ambientale, una accresciuta qualità delle produzioni. Ma c’è un rovescio della medaglia, preoccupante. Se la rivoluzione della meccanica ha richiesto un aumento delle competenze da parte degli utilizzatori dei mezzi agricoli, quella digitale richiede un impegno ben maggiore e a carattere “specialistico”. Perché non esiste un agricoltore e una agricoltura, ma tante diverse professionalità. Non occorre un grande sforzo per comprendere come produrre pere in Emilia Romagna (regione ove si concentra questa produzione) sia molto diverso da coltivare pomodoro in Puglia o zafferano in Abruzzo. Per non parlare delle competenze necessarie quando ci sposta nel campo della zootecnia, dove fare carne non è come fare latte o produrre uova.
Ecco allora un proliferare di soluzioni ad hoc, pensate per ottimizzare l’irrigazione nei frutteti o per monitorare l’ambiente di una serra, per seguire il movimento degli animali o per analizzare in tempo reale i valori qualitativi del latte appena munto e via elencando. Ognuno di questi sistemi con una propria struttura logica, con un “linguaggio” diverso, di fatto senza alcuna possibilità di scambio di dati e informazioni con le altre applicazioni. E con il produttore di mele o di pomodoro che più che a una trasformazione digitale si trova ad affrontare una trasformazione “digitante”, costretto com’è a trasferire e confrontare dati fra sistemi che non dialogano fra loro.
In più occasioni si è puntato il dito sulla difformità con la quale le tecnologie digitali possono diffondersi sui campi per la differente disponibilità di accesso alle reti veloci. Differenze che possono compromettere lo sviluppo delle attività economiche, agricoltura compresa, alterando la competitività fra aziende dello stesso settore.
Ma ci sono altre e importanti barriere alla digitalizzazione, come la mancata interoperabilità fra sistemi differenti, conseguenza a sua volta di una crescita disordinata delle tecnologie digitali. Da più parti si è sollevata la richiesta di uniformare i linguaggi, predisponendo un “dizionario digitale dell’agricoltura”. Quanto ce ne sia bisogno è presto detto: trattore e trattrice identificano la stessa macchina, ma nomi differenti creano un ostacolo insormontabile al trasferimento dei dati da un sistema all’altro. Avviene anche negli allevamenti: scottona e manza sono la stessa cosa, ma sono diversi per un sistema digitale. E gli esempi potrebbero continuare.
Un altro capitolo da prendere in esame riguarda poi la proprietà dei dati. Non è un aspetto secondario, visto che nella transizione verso l’agricoltura digitale la maggior parte delle tecnologie applicate provvedono alla raccolta dei dati e alla loro successiva analisi. Un patrimonio di conoscenze dalle quali discendono scelte aziendali, ma allargando l’orizzonte è facile intuire come la disponibilità di questi dati su vasta scala possa essere strategica per orientare i mercati, sia delle materie prime, sia dei servizi.
Dati che “fanno gola” a molti, ma sulla cui proprietà c’è una disputa fra chi li ha raccolti, cioè l’agricoltore, e il produttore della tecnologia e del software che li ha organizzati. Prevale l’opinione che la proprietà sia da attribuire all’agricoltore, che potrà semmai cederli ricavandone un utile, come avviene per ogni prodotto della terra. Ma il dibattito è ancora aperto.
A dispetto di questi ostacoli il processo di digitalizzazione dei campi è destinato a progredire a ritmo spedito, come evidenziano ricerche dell’Osservatorio Smart AgriFood, recentemente presentate insieme a Fieragricola Verona. Il 40% di un ampio campione di aziende intervistate conferma che investirà in soluzioni digitali entro i prossimi tre anni o ancor prima. Per un 5% del campione si tratterà della prima innovazione digitale introdotta in azienda. Fra i settori ove si concentra il maggiore sviluppo si incontrano i sistemi di monitoraggio e controllo delle macchine e delle attrezzature agricole. Seguito dai servizi di mappatura delle colture. Agli ultimi posti troviamo la propensione ai servizi di trattamento in campo con droni e il monitoraggio da remoto. Curioso come proprio questi due ultimi segmenti siano quelli presi come esempio quando si parla di agricoltura 4.0.
Quel che si vedrà in un futuro assai prossimo è l’aumento delle tecnologie che si basano su Internet of Things (IoT), l’internet delle cose per dirla in italiano, e l’intelligenza artificiale (AI). Ne troveremo sempre più nelle macchine agricole e nella sensoristica da applicare in campo. Nelle stalle, che nella digitalizzazione sono un passo avanti grazie a un impiego diffuso di dispositivi indossabili, vedremo crescere la robotizzazione. Per la mungitura è da tempo una realtà concreta, alla quale ora si vanno aggiungendo altri robot per la distribuzione degli alimenti e la gestione di stalla. Una crescita che si spera più coordinata e interoperabile rispetto a quanto visto sino a ora.
L’articolo Una Babele digitale frena l’agricoltura è stato pubblicato originariamente su Tech Economy 2030 – Digital transformation for sustainability.

Fonte: Techeconomy

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