Per decarbonizzare il mondo si potrebbe dare un prezzo al carbonio

Per decarbonizzare il mondo si potrebbe dare un prezzo al carbonio
8 Giugno 2021 – 12:19

Per affrontare il cambiamento climatico e aumentare il livello di decarbonizzazione nel mondo, la soluzione ipotizzata da molti economisti è il cosiddetto ‘carbon pricing’, che prevede l’attribuzione di un costo alle emissioni di CO2, in modo da spingere aziende, istituzioni e interi Paesi a ridurre la CO2 immessa nell’atmosfera.
Anziché imporre con leggi e normative la riduzione delle emissioni, il carbon pricing usa la leva economica – secondo il principio “chi più inquina, più paga” – e lascia agli ‘inquinatori’ la decisione se ridurre le emissioni o se pagare per continuare a inquinare.
Questo sistema “consentirebbe di raggiungere gli obiettivi ambientali in modo flessibile e con costi minimi per la società”, rimarca Simone Tagliapietra nel suo libro ‘L’Energia del mondo’, pubblicato da Il Mulino, inoltre “un carbon pricing ragionevole darebbe un chiaro segnale a favore della decarbonizzazione all’industria energetica e alle altre industrie e, teoricamente, promuoverebbe l’innovazione delle tecnologie a basse emissioni di carbonio”.
Sono due i principali tipi di carbon pricing: la carbon tax e i sistemi cap-and-trade.
La Carbon Tax
La carbon tax è uno strumento di politica fiscale in base al quale ogni tonnellata di CO2 (o di CO2eq) emessa nell’atmosfera è soggetta a un’aliquota fissata dal governo.
In pratica, la carbon tax punta a fornire alle imprese e alle famiglie un chiaro incentivo a ridurre le proprie emissioni di CO2.
“Nella maggior parte dei Paesi industrializzati, la carbon tax sarebbe di semplice attuazione dal punto di vista amministrativo”, fa notare Tagliapietra, “perché potrebbe essere integrata nei sistemi preesistenti di monitoraggio delle forniture di combustibili e nel reporting alle autorità regolatorie”. Tuttavia, “la semplicità amministrativa va di pari passo con la complessità politica, perché l’introduzione di una nuova tassa difficilmente è accolta con favore dalla società”.
Un esempio della difficoltà di introduzione di questa misura fiscale è fornito dall’Unione Europea: negli Anni ’90 del secolo scorso, gli economisti cercarono di migliorare le politiche ambientali sostenendo la necessità di attribuire un costo agli impatti causati dall’inquinamento e che gli inquinatori non pagavano. Fu deciso di ricorrere a una forma di tassazione, e per quasi dieci anni l’Unione Europea cercò di imporre una tassa sulle emissioni di carbonio legate all’energia. Il tentativo fallì per ragioni politiche, perché l’imposizione di nuove tasse era un messaggio impopolare in un momento in cui molte persone si sentivano oppresse dalla pressione fiscale. L’Unione Europea decise quindi di optare per un approccio alternativo: l’introduzione di un sistema cap-and-trade.
Il sistema cap-and-trade per ridurre le emissioni
Il sistema cap-and-trade stabilisce un tetto massimo (in inglese ‘cap’) di emissioni di CO2, e distribuisce delle quote di emissioni alle imprese che le producono. “Dovendo scegliere se restituire (o acquistare, ndr) le quote o ridurre le emissioni, le imprese attribuiscono alle quote un valore che riflette il costo della riduzione delle emissioni che può essere evitato restituendole”, fa notare l’autore di ‘L’Energia del mondo’, mentre “la quantità massima di emissioni è fissata in anticipo, il prezzo di scambio delle quote è variabile, sale quando la domanda supera l’offerta e scende quando la domanda è inferiore”.
Dal punto di vista amministrativo, il sistema cap-and-trade è più complesso della carbon tax: i decisori politici devono infatti determinare il tetto massimo di emissioni, i tipi di emissioni previste dal tetto, la regolamentazione del sistema, e decidere se distribuire liberamente le quote o assegnarle attraverso le aste.
Tuttavia, essendo meno visibile di una carbon tax, il sistema cap-and-trade risulta più fattibile dal punto di vista politico.
“Il più grande sistema cap-and-trade a livello mondiale è attualmente costituito dallo scambio delle quote di emissioni dell’Unione Europea. Gli strumenti che fissano con chiarezza il prezzo del carbonio possono aumentare le entrate in modo efficiente, perché compensano un fallimento del mercato: l’esternalità del clima”, spiega Tagliapietra.
Le scelte politiche e le ricadute sulla popolazione
Ma va anche tenuto presente che il carbon pricing potrebbe avere un impatto diverso su fasce differenti della popolazione. In un Paese povero, per esempio, le tasse sul carburante delle auto colpiscono le fasce più ricche della popolazione che possono permettersi un’automobile, e quindi tendono a ridurre le disuguaglianze. Al contrario, in un Paese relativamente ricco, dove le persone che abitano fuori città hanno spesso bisogno della macchina per spostarsi, delle tasse aggiuntive sul carburante tenderanno ad aumentare le disuguaglianze.
Inoltre, le tasse sul carbonio possono avere conseguenze molto diverse a seconda del settore da cui provengono le emissioni: la tassazione del carbonio emesso dal settore dell’aviazione probabilmente ridurrà le disuguaglianze, in quanto inciderà maggiormente sulle famiglie ad alto reddito, che verosimilmente utilizzano di più l’aereo rispetto a famiglie con reddito più modesto. Al contrario, la tassazione del carbonio emesso dai sistemi di riscaldamento tende ad aumentare le disuguaglianze.
L’articolo Per decarbonizzare il mondo si potrebbe dare un prezzo al carbonio è stato pubblicato originariamente su Tech Economy 2030 – Digital transformation for sustainability.

Fonte: Techeconomy

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