Il codice dell’eccitabilità: una dialettica senza dialogo

Il codice dell’eccitabilità: una dialettica senza dialogo
8 Maggio 2021 – 12:19

Una persona che parli l’italiano può affermare
che esiste un insieme di tutti gli insiemi che contengono sé stessi
o che tutti gli enunciati dichiarativi grammaticali dell’italiano
sono veri o falsi, ma queste cose non è certo l’italiano ad asserirle
H. Putnam, Mente, linguaggio e realtà
 
La vicenda è salita agli onori della cronaca; il grande pubblico l’ha fatta rimbalzare da una parte all’altra dei social media con la solita implacabile frenesia. È probabile che l’epifenomeno, l’evento accessorio o secondario, per così dire, non esista più. Diversamente: qualsiasi fenomeno sociale, una volta rigenerato dai network digitali, può diventare clamoroso, incalcolabile e, addirittura, smisurato. I segmenti linguistici che lo riguardano, talora, diventano pure irrilevanti, come se costituissero, in apparenza, un ‘letto semantico’ su cui tutto può scorrere in modo imprevedibile. “In apparenza”: lo precisiamo.
Il caso che prendiamo in esame e per il quale abbiamo incomodato l’ampio thèatron è il seguente: l’onorevole Borghi, ospite di Piazza Pulita, sventola tra le mani il frontespizio di un lavoro scientifico e, citandolo, afferma che il lockdown è una misura inutile. Dichiariamo subito di non volere entrare nel merito scientifico, che non ci compete, e, meno che mai, in quello politico, essendo convinti che la scienza non possa essere soggetta all’ideologia. Nella puntata successiva, gl’inviati di Piazza Pulita corrono a intervistare il professor Ioannidis, autore della pubblicazione citata da Borghi. Il professore non esita a smentire le dichiarazioni del deputato: “È una semplificazione eccessiva di quello che ho detto. In quell’articolo, dimostriamo che, secondo i nostri modelli, un lockdown severo non ottiene benefici in più rispetto a misure più blande e meno distruttive. Tuttavia i nostri sono soli modelli teorici”. Sì, in effetti, l’equivoco è imbarazzante. Che cosa è accaduto e, soprattutto, perché abbiamo deciso di dedicare un certo spazio alla questione?
Molto probabilmente, Claudio Borghi, come d’altronde è stato fatto notare anche da Corrado Formigli, s’è limitato a leggere solo l’abstract del paper di Ioannidis, trascurando il resto, cioè l’articolo; la qual cosa ha causato il fraintendimento e creato una scena buffa. Di là dall’episodio, lo spunto è interessante, poiché ci permette d’indagare un vero fenomeno. È risaputo, infatti, che, in materia di ‘letture digitali’, l’utente medio rivolge la propria attenzione ai titoli, spesso costruiti ad arte per acchiappare il click, alle sintesi delle libere enciclopedie, agli aforismi da “copia e incolla” et cetera. Questa scelta sbrigativa porta alla nascita di una terra di mezzo dei significati, una terra in cui il significante subisce ora una dilatazione ora una contrazione e il processo di dilatazione e contrazione è continuo e inarrestabile, cosicché tutte le ipotesi di intervento esterno volto a correggere i più dannosi tra gli errori, molto di frequente, sono vane.
Prendiamo in esame il significante z-u-c-c-h-e-r-o. Associarlo con una sostanza bianca dal sapore dolce non è affatto difficile; tutti ne siamo capaci fin dalla tenera età. A un certo punto del nostro percorso conoscitivo, però, il contenitore semantico z-u-c-c-h-e-r-o esplode e alcuni di noi diventano protagonisti di atti assertivi privi di realtà. Ricordiamo che l’atto assertivo è quell’atto linguistico con cui ciascuno di noi espone la propria conoscenza del mondo. Dunque, la questione è questa: un significato irreale guadagna un dominio proprio. In particolare, s’è diffusa la tesi secondo la quale lo zucchero di canna fa bene, mentre lo zucchero bianco fa male in quanto soggetto a una raffinazione nociva. Pellegrino Conte, scienziato e ordinario di Chimica Agraria all’Università degli Studi di Palermo, nel proprio libro Frammenti di chimica Come smascherare falsi miti e leggende, in pratica un’impietosa rassegna di confutazioni delle cosiddette ‘bufale’, lo scrive chiaramente: la differenza tra lo zucchero bianco e lo zucchero di canna è minima; entrambi hanno le medesime proprietà nutrizionali. La raffinazione di cui tanto si parla non è altro che un processo di purificazione che ne migliora le caratteristiche organolettiche e per la quale si usano acqua calda, idrossido di calcio e anidride carbonica: né l’acqua calda né l’idrossido di calcio né l’anidride carbonica sono tossici.
È difficile a dirsi quali siano esattamente il momento e il modo in cui un significante viene separato di forza dalla propria denotazione originaria per essere integralmente reinterpretato. Si è pensato che, il più delle volte, specie in taluni ambiti commerciali, il movente fosse economico: mettere in circolazione una ‘distorsione semantica’ alimenta un nuovo circuito. Tuttavia, ciò non spiegherebbe la strenua resistenza che le persone oppongono anche agli esperti che tentano di colmare le loro lacune con dimostrazioni scientifiche. Nello stesso tempo, col solo movente economico, non si spiegherebbe neppure l’effetto Dunning-Kruger, cioè quella distorsione cognitiva a causa della quale alcuni soggetti, pur essendo privi di reali competenze e titoli di pertinenza, si sentono piccoli scienziati. Molti sedicenti scrittori, per esempio, non hanno mai letto Guerra e pace, I fratelli Karamazov, non sanno cosa sia la concinnitas o da dove provenga, ignorano del tutto il concetto di consecutio temporum et cetera. Quando ci si prova a contestare le loro lacune, sono soliti ribattere che l’autore di talento può fare a meno dei classici.
Nel tentare di capire come si giunga ai punti di rottura (ne abbiamo parlato qui) e alla violazione della connotazione standard di un significante, possiamo procedere solo per ipotesi, a meno di sviluppare, in seguito, un modello ermeneutico e su base statistica. È verosimile che la prima fase della distorsione si generi da una sineddoche-percettiva: colui che, godendo della massima ‘libertà digitale’, propone, tramite un blog o una serie di post, le proprie opinioni pseudoscientifiche dilata la denotazione ordinaria del significante, così da scambiare la parte per il tutto: il bisogno dell’uno e il suo sentire diventano il bisogno e il sentire degli altri. Il discernimento viene escluso a priori. Lo scrivente non si dà neppure lontanamente pensiero dell’ipotesi d’una necessaria indagine statistica e delle dimostrazioni da fornire a supporto di un teorema, cosicché, per lui, lo zucchero di canna fa bene, quello bianco fa male. In una seconda fase, quand’ormai l’opinione è diventata ‘notizia’ e altri se ne appropria, subentra un meccanismo d’inferenza (ne abbiamo parlato qui) mediante il quale ciascun utente deduce dei significati convenienti adattandoli alla propria esperienza: è probabile che l’ampliamento inferenziale rappresenti la più pericolosa e dannosa tra le fasi, giacché, in questo modo, si creano gruppi di pensiero e movimenti. Nella terza e ultima fase, si produce il codice linguistico dell’autodifesa: coloro che hanno aderito al movimento antiscientifico, sentendosi minacciati da chiunque tenti di far notare loro gli errori, respingono anche con violenza verbale tutte le critiche e considerano minacciosi gli autori delle stesse. Non importa se il ‘critico’ di turno abbia credito o meno; le sue pubblicazioni valgono a poco. Se gli opinionisti digitali diventano branco, qualunque alterazione del loro equilibrio dev’essere impedita, a qualsiasi costo!
Elias Canetti, in Massa e potere (1960, p. 27), scrive:
“Fra le vene più salienti della vita della massa c’è qualcosa che chiameremmo forse senso di persecuzione: una particolare e irosa suscettibilità, eccitabilità, nei confronti di nemici designati come tali una volta per tutte (…) La massa, una volta costituita, vuole crescere in fretta (…) L’aggressione esterna alla massa può solo renderla più forte.”
Esiste, pertanto, un luogo virtuale, molto insidioso e in continua e indefinibile metamorfosi, in cui s’è creato una sorta di pidgin (ne abbiamo parlato qui) dell’eccitabilità e della difesa: si tratta di una dimensione della grande rete per cui z-u-c-c-h-e-r-o può diventare, da un momento all’altro, sinonimo di “veleno”. È lecito chiedersi, a questo punto, se le istituzioni debbano cominciare a occuparsene seriamente, facendosi carico di un problema che potrebbe arrestare il progresso culturale di un paese. Non si può parlare continuamente della necessità d’una società iperconnessa e, nello stesso tempo, non tenere conto dell’urgenza dell’educazione digitale. Non ci vuole una statistica per sapere che, fin dalla tenera età, la popolazione mondiale fa esperienza dell’altro e dell’aggregazione anzitutto attraverso il web. Di conseguenza, la scuola non può più mancare di una disciplina di riferimento.
Ogni qual volta in cui un esperto di lingua e linguaggi denuncia un errore di grammatica, i più ne ridono, alcuni obiettano “tanto si capisce lo stesso”, altri si dichiarano partecipi con le formule della retorica di costume e nobiltà d’animo. Di fatto, un apostrofo e una virgola non cambiano l’ordine delle cose, è vero. Se tuttavia lo strafalcione si consolida per estensione e dall’espressione si passa al contenuto, allora il disagio si tocca con mano e provoca delle crisi silenziose nell’utenza, quasi fossero delle crepe nella struttura che ci accoglie quali consociati.
L’utente finisce coll’essere un martire di sé stesso, un ‘martire’ nell’accezione originaria del termine, ovverosia testimone inconsapevole della propria involuzione. Sarebbe già un problema far comprendere che “martire” è passato a significare “colui che soffre per la fede e accetta le persecuzioni” in seguito alle ‘testimonianze’, per l’appunto, della prima comunità cristiana. Il greco μάρτυς (màrtys) significa testimone, null’altro. Leggendo attentamente un buon vocabolario, ci si accorge che il lessicografo, accanto a “martire”, scrive N.T., cioè Nuovo Testamento. Le altre derivazioni (“martirio” et similia) sono da cercare nel cristianesimo latino e, in particolare, in Tertulliano. In poche righe, abbiamo documentato la fenomenologia di un termine, sebbene sia stato fatto in modo elementare, al solo scopo di dimostrare che, se la comunicazione ha raggiunto questi livelli di contrasto e di evidente difficoltà, allora è arrivato il momento di rimediare. È nata una dialettica senza dialogo e i presunti comunicatori non se ne sono accorti.
L’articolo Il codice dell’eccitabilità: una dialettica senza dialogo è stato pubblicato originariamente su Tech Economy 2030 – Digital transformation for sustainability.

Fonte: Techeconomy

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