Digital Nomads e Remote Workers come nuova utenza del turismo sostenibile

Digital Nomads e Remote Workers come nuova utenza del turismo sostenibile
7 Maggio 2021 – 12:19

Secondo un recente Rapporto dell’OCSE, il “telelavoro” sta diventando sempre più la cifra distintiva dei nuovi impieghi, soprattutto a seguito della spinta impressa nel 2020 dall’adozione di misure restrittive per contrastare la diffusione dei contagi da Coronavirus.
Secondo l’OCSE, infatti, nel 2015 la quota di lavoratori che avevano svolto il proprio impiego almeno una volta da casa nel corso dell’anno passava dal 10% di Slovacchia, Italia e Bulgaria, al 50% circa dei lavoratori in Svezia e Danimarca. Nell’indagine del 2019 dell’OCSE (sui dati dell’anno precedente) si stimava già che la quota di lavoratori da remoto (i cosiddetti “remote workers”) fosse salita a circa un quarto degli occupati.
Oggi le stime dell’OCSE suggeriscono che, a seguito delle iniziative politiche intraprese per contrastare la pandemia a Marzo del 2020 da parte di 21 delle 31 Nazioni europee prese in esame, la quota di lavoratori da remoto sia salita a circa il 40% del totale degli occupati. Un dato che è confermato anche dal tasso complessivo registrato in tutti i paesi dell’area OCSE, attestatosi nonostante i diversi livelli di crescita per singolo Paese ad un livello medio del 39%.
Questa ampia quota di nuovi “remote workers”, anche se per un periodo di tempo limitato ed il cui numero complessivo tornerà nuovamente a contrarsi post-pandemia, subirà comunque una trasformazione culturale nel proprio approccio al lavoro, e nelle modalità di intendere il proprio stile di vita e le proprie modalità di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Ciò vuol dire che si sta certamente affermando una tendenza e, probabilmente, una parte di questi nuovi lavoratori a distanza andrà ad ampliare il numero dei cosiddetti “Digital Nomads”, ovvero quei lavoratori che per scelta di vita ed opportunità professionale decidono non solo di lavorare da remoto ma anche di cambiare frequentemente il “luogo” dal quale svolgono il proprio lavoro.
Remote Workers e Digital Nomads: differenze ed affinità
Come si è detto, l’ampliarsi del numero di coloro che oggi nel mondo lavorano distanti dal proprio ufficio (solitamente da casa) grazie all’impiego delle tecnologie digitali, amplia parallelamente le opportunità di spostamento, offrendo così l’opportunità di valorizzare diversamente il proprio tempo libero.
Tuttavia, vanno distinte le categorie dei lavoratori tra “remote workers” e “digital nomads”: infatti, se i primi lavorano da remoto lontani dal loro ufficio ma non dal proprio domicilio, poiché non sempre possono sottrarsi ad obblighi di orario per gestire il workflow (vincoli nelle fasce orarie, nel fuso orario e nel lavorare in team), i secondi sono invece spesso liberi professionisti che godono della possibilità di svolgere lavori non vincolati da orari o processi aziendali stringenti.
I digital nomads abbracciano una filosofia di vita in base alla quale, grazie all’uso dei sistemi ICT, possono dedicarsi ad un lavoro flessibile che consente loro contestualmente di viaggiare per il mondo. L’associazione nazionale dei “Nomadi Digitali Italiani” dichiara circa 10mila lavoratori italiani che abbracciano questo stile di vita, e nel mondo già nel 2017 si stimava che presto i digital nomads avrebbero raggiunto il miliardo di individui entro il 2025 (e non si è molto distanti oggi dal raggiungere tale obiettivo).
Vi è anche una terza figura da prendere in considerazione: quella dei lavoratori da remoto che, pur non potendo distaccarsi completamente dal proprio flusso di attività lavorative, scelgono di allontanarsi per un certo periodo per vivere l’attività lavorativa ed il tempo libero in un contesto differente e “semi-vacanziero”. È proprio dall’impulso a viaggiare di questo gruppo di lavoratori, sommato a quello dei digital nomads, che hanno preso avvio negli ultimi anni alcuni trend significativi nel vivere gli ambienti ed il luoghi, facendo coincidere sempre più gli ambienti ed i tempi di vita e di lavoro.
Lavoro lontano dall’ufficio: trend post-covid, ripresa economica e nuove forme di turismo
L’accrescersi costante del numero dei lavoratori digitalmente connessi, e che sono anche disposti ed in condizione di spostarsi (per brevi o lunghi periodi) in altre aree del mondo, sta portando all’affermarsi di stili di vita legati in modo più o meno consapevole alla sostenibilità sociale ed ambientale. Non solo, la capacità di attrarre questi nuovi lavoratori e viaggiatori nei propri territori, in particolare attraverso forme nuove di turismo, sta generando anche nuove opportunità di crescita economica per i territori periferici del mondo.
Sono nate, infatti, intere comunità che si supportano a vicenda per favorire i viaggi, il networking e consigliare luoghi ideali per la qualità della vita ai nuovi remote workers. Esistono community online per aiutare i nomadi digitali a viaggiare in sicurezza e soprattutto per vivere nuove esperienze in tutte le aree del mondo, più o meno battute dal turismo tradizionale. Ad esempio, esistono community rivolte nello specifico alle donne, come “Women Digital Nomads” e “Digital Nomads Girls”, così come la guida più nota online tra i nomadi digitali è “Nomadlist”, portale ricco di recensioni, guide, tutorial, servizi online e to-do-list per ogni genere di esigenza.
Accanto a questi “aggregatori” per la comunità globale dei digital nomads, stanno fiorendo realtà e servizi sempre più strutturati: realtà che offrono da alcuni anni servizi affini a quelli di un tour operator ma pensati per una vera e propria community, come ad esempio Wi-Fi Tribe, Pandora Hub, Zostel e Nomad Travel Tools. Parallelamente ai servizi dei tour operator per nomadi digitali, si sono affermati negli ultimi anni anche altri strumenti a supporto delle forme di lavoro e soggiorno di medio-lunga permanenza; in particolare, si stanno rilevando decisivi gli “spazi di coworking” e gli “spazi di coliving”.
Già in una ricerca del 2016 condotta a Seoul, alcuni ricercatori avevano evidenziato come gli spazi di coworking rappresentassero ambienti strategici per incentivare i digital nomads a vivere esperienze alternative di turismo locale. Così, in pochi anni, si sono moltiplicate le piattaforme che offrono servizi di coworking per i digital nomads: tra queste le più importanti sono certamente Cowork Booking, e Repeople. Altrettanto interesse suscita il trend ad esso connesso del coliving, ovvero la pratica da parte dei remote workers in giro per il mondo di scegliere soluzioni di coabitazione che consentono loro di abbattere i costi condividendo gli alloggi. Si tratta il più delle volte di alloggi pensati appositamente per lavorarvi all’interno, grazie ad annessi spazi di coworking, oppure grazie ad ambienti interni strutturati appositamente allo scopo. Alcune grandi aziende hanno già colto questo trend, e così realtà come Coliving.com, Common.com, Anyplace, Coworkation e Nomadix prendono sempre più piede, ed altri grandi gruppi come WeWork che ha più di 500 aree coworking nel mondo ha recentemente lanciato la propria piattaforma WeLive. Obiettivo di queste piattaforme è anche quello di favorire la “concorrenza” tra le aree in via di sviluppo, dove i digital nomads ed una fetta importante di remote workers si stanno sempre più indirizzando, e le aree urbanizzate di molte città del mondo che in passato erano il principale se non unico spazio di interesse per i lavoratori dei coworking.
Remote workers e Digital nomads a supporto dei nuovi trend turistici
La crisi del turismo e più in generale di molte economie nazionali causata dalla pandemia da covid-19 ha dato vita ad una serie di fenomeni, talvolta “spontanei” e spesso frutto di consapevoli strategie, che stanno modificando le dinamiche di viaggio, lavoro e vacanza in ogni angolo del Mondo. In particolare, tra i fenomeni che hanno preso forma c’è l’incremento del numero di remote workers che hanno scelto località vacanziere (come le Canarie) con meno restrizioni per trascorrere lunghi periodi di soggiorno, soprattutto perché fornite di ottimi servizi digitali e grazie al coinvolgimento delle community internazionali di digital nomads. Un secondo aspetto significativo riguarda il riaffermarsi di forme di turismo rurale, di slow-tourism e più in generale di Sustainable Tourism, legate innanzitutto alla scoperta ed alla permanenza nei territori meno noti e meno popolati di alcune Nazioni.
Infine, il terzo e forse più significativo fenomeno oggi in atto riguarda l’uso di queste nuove forme di turismo come leva per il graduale ripopolamento di aree povere, sottopopolate o periferiche di alcuni Stati; non si tratta di un fenomeno proprio, o quanto meno esclusivo, dei Paesi in via di sviluppo, quanto piuttosto di un trend globale che va dall’Europa agli Stati Uniti passando per l’America del Sud ed il Sudest Asiatico.
Incentivi e strategie per favorire l’incoming dei nuovi lavoratori da remoto
Non sono pochi i casi significativi cui fare riferimento per descrivere queste nuove tendenze, e molte sono le Nazioni che stanno puntando sulla “acquisizione” di digital nomads e remote workers per turismo e ripopolamento. La Spagna in questo spicca particolarmente per strategia ed iniziative, che comprendono tra l’altro veri e propri programmi di insediamento grazie agli incentivi del Governo. Sulle isole come Tenerife e le Canarie vi sono veri e propri centri di coworking e coliving, sviluppatisi grazie ad incentivi e strategie pubbliche di varia natura, ed altrettanto accade in aree interne della Spagna come Senderiz e nella Meseta Iberica. Proprio in quell’area a cavallo tra Spagna e Portogallo definita “Riserva della Biosfera Transfrontaliera della Meseta Iberica”, si stanno sviluppando progetti congiunti per spingere le persone alla scoperta ed al soggiorno “sostenibile” in questo territorio incontaminato.
Sempre il Portogallo, specularmente alle scelte spagnole, ha ampliato le sue politiche per turismo e long stay nelle isole come Madeira, dove è stato addirittura lanciato e promosso il Digital Nomad Madeira Project, riscuotendo anche l’interesse dei player del settore.
L’Italia, invece, continua ad essere una meta assai ambita per il suo appeal legato alle città d’arte,  ma il costo della vita (nonostante le offerte di coliving) ed i limitati incentivi legati al visto di soggiorno la rendono una meta meno battuta. Un passo avanti lo si sta facendo con il tentativo di ripopolare le aree rurali di remote workers offrendo anche alloggi in più di 2000 comuni rurali a condizioni economiche agevolate, ma la tassazione resta invariata. In Europa anche la Georgia e l’Estonia stanno approfittando di un basso livello del carovita e della valorizzazione delle loro mete naturalistiche per attrarre nuovi residenti; in particolare, puntando su servizi digitali avanzati in alcune aree del Paese e fornendo “Digital Nomad Visa” per gli stranieri, che comportano degli importanti incentivi in termini di tassazione e di durata del periodo di soggiorno.
L’articolo Digital Nomads e Remote Workers come nuova utenza del turismo sostenibile è stato pubblicato originariamente su Tech Economy 2030 – Digital transformation for sustainability.

Fonte: Techeconomy

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