Il Garante privacy ha detto no al riconoscimento facciale in tempo reale della polizia

Il Garante privacy ha detto no al riconoscimento facciale in tempo reale della polizia
16 April 2021 – 17:27

Screenshot del video di presentazione del Sari (da Youtube)Il Garante per la protezione dei dati personali ha espresso parere negativo nei confronti della funzione “real time” di Sari, il sistema in uso alle forze dell’ordine che permette di identificare automaticamente un volto confrontandolo con le immagini di tutti i fotosegnalati in possesso delle autorità. Sottoposto all’esame dell’Autorità, il sistema – non ancora attivo – consente, attraverso una serie di telecamere installate in una determinata area geografica, di analizzare in tempo reale i volti dei soggetti ripresi, confrontandoli con una banca dati predefinita (denominata “watch-list“), che può contenere fino a 10mila volti. Tale tecnologia è in grado di generare un alert che richiama l’attenzione degli operatori delle forze di polizia.
Tuttavia, osserva il Garante, “oltre ad essere privo di una base giuridica che legittimi il trattamento automatizzato dei dati biometrici per il riconoscimento facciale a fini di sicurezza, (Sari real time) realizzerebbe  per come è progettato una forma di sorveglianza indiscriminata/di massa”.
“Il Garante, in linea con quanto stabilito dal Consiglio d’Europa, ritiene di estrema delicatezza l’utilizzo di tecnologie di riconoscimento facciale per finalità di prevenzione e repressione dei reati”, osserva l’Autorità di Piazza Venezia: “Va considerato, in particolare che Sari real time realizzerebbe un trattamento automatizzato su larga scala che può riguardare anche persone presenti a manifestazioni politiche e sociali, che non sono oggetto di ‘attenzione’ da parte delle forze di polizia”.
Il percorsso di indagine
La decisione giunge al termine di un’istruttoria iniziata nel 2018, durante la quale il Garante ha acquisito una serie di informazioni tra le quali la valutazione d’impatto realizzata dal ministero dell’Interno, nella quale si spiega che le immagini verrebbero immediatamente cancellate. Una spiegazione che non ha convinto la massima autorità della privacy italiana, la quale osserva che “l’identificazione di una persona sarebbe realizzata attraverso il trattamento dei dati biometrici di tutti coloro che sono presenti nello spazio monitorato, allo scopo di generare modelli confrontabili con quelli dei soggetti inclusi nella ‘watch-list’”, e aggiunge: “Si determinerebbe così una evoluzione della natura stessa dell’attività di sorveglianza, che segnerebbe un passaggio dalla sorveglianza mirata di alcuni individui alla possibilità di sorveglianza universale”.
Un’interferenza con la vita privata delle persone incompatibile con la normativa in materia di privacy, che stabilisce rigorose cautele per i trattamenti di dati biometrici e per particolari categorie di dati (per esempio, quelli idonei a rivelare opinioni politiche, sindacali, religiose, orientamenti sessuali), i quali devono trovare giustificazione in una adeguata base normativa. “Ma questa non è stata rinvenuta nella documentazione fornita dal Ministero dell’interno”, precisa la nota del Garante, che ricorda l’importanza di tenere conto di tutti i diritti e le libertà coinvolte e definire le situazioni in cui è possibile l’uso di tali sistemi, senza lasciare una discrezionalità ampia a chi lo utilizza, che arriva fino alla discrezionalità nel comporre la watch-list.
Sviluppato dalla società leccese Parsec 3.26, Sari è già disponibile da diversi anni per le forze dell’ordine, nella sua versione non in tempo reale. Come già rivelato da un’inchiesta di Wired del 2019, l’archivio in uso per l’identificazione dei volti si avvantaggia di oltre 16 milioni di identità, di cui l’80% sarebbero di persone straniere. Laura Carrer, portavoce della campagna Reclaim your face per bandire sistemi di videosorveglianza massiva in Europa, commenta: “Credo fermamente che il parere negativo del Garante della privacy sul sistema Sari real time sia fondamentale per affermare l’importanza primaria dei diritti umani sull’utilizzo della tecnologia. In nessun caso, nemmeno per ordine pubblico e sicurezza, dovrebbe essere possibile adoperare tecnologie che possono portare alla sorveglianza di massa“.
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Fonte: Wired

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