5 libri per capire i film di supereroi

5 libri per capire i film di supereroi
27 April 2019 – 8:33

Nella settimana di uscita al cinema di Avengers: Endgame, il film che chiude il grande ciclo dei supereroi Marvel con tre ore ore abbondanti di lungometraggio, non potevamo esimerci di approfondire in senso culturale il tema dei supereroi: da dove viene la nostra fascinazione (tutt’altro che recente, ma recentemente ascesa al mainstream) per vendicatori e giustizieri in costume? In questa disamina in cinque libri di Raffaele Alberto Ventura c’è anche spazio per una breve storia del fumetto supereroico, dal mal sopportato realismo degli anni Ottanta al ritorno all’età della meraviglia, in cui (finalmente) i supereroi sono tornati a fare ciò che sanno fare meglio: stupire.
Mark Millar, Bryan Hitch, Steve Dillon e P. P. Ronchetti, Ultimates (Panini Comics)
È possibile che le storie di supereroi proprio non facciano per voi, e in questo caso perché sforzarvi? Non sarò certo io a proporvi la classica lista di fumetti adulti che dovrebbero traghettarvi dalla vostra passione per James Joyce a quella per Iron Man: anche perché la verità è che i capolavori della Marvel te li godi davvero solo se di quell’universo hai esplorato prima i bassifondi, altrimenti tanto vale restare sulle cose semplici e leggere l’Ulisse. In compenso se volete leggere una buona storia di supereroi senza imbarazzarvi con decenni di fastidiosa continuity e ritrovare su carta qualcosa di simile agli eroi che avete visto al cinema, un buon punto di partenza è questo qua. Gli Ultimates erano una versione alternativa dei Vendicatori, talmente efficace ed attuale all’inizio degli anni Duemila che servirono come ispirazione per la trasposizione cinematografica. Ma visto che lo ha scritto Mark Millar, enfant terrible del fumetto anni Duemila, erano anche capaci di lasciare intravedere il lato oscuro, violento, politicamente problematico di un gruppo di giustizieri al soldo del governo. Ma scusate, non vorrei farvela sembrare una cosa noiosa. I supereroi sono fatti così: anche quando ci provi, non riesci a non intellettualizzare.
Grant Morrison, Supergods (Bao Publishing)
Il miglior libro sulla storia dei supereroi lo ha scritto uno dei migliori sceneggiatori dell’ultimo quarto di secolo, quel Grant Morrison che oltre ad essere entrato a pieno titolo nella storia del fumetto con i suoi Animal Man, Arkham Asylum, Invisibles e All-Star Superman ci ha regalato negli ultimi anni una delle più deliranti run di Batman e un sottovalutato esperimento con gli X-Men. Morrison è il simbolo di una reazione alla stagione del realismo degli anni Ottanta, la cosiddetta Dark Age dei supereroi, e di un ritorno alla primigenia età della meraviglia in cui l’eroe era puro archetipo, mito, divinità: è proprio questo che ci racconta questo saggio, trasmettendo la sua fascinazione per quella stagione e per quell’idea di fumetto, ma anche raccontando le sue diverse evoluzioni fino ai tempi più recenti. Proprio il ritorno alla dimensione epica è stato il segreto del successo della saga cinematografica degli Avengers. Altro che supereroi con superproblemi, altro che scienziati pazzi mutati dopo un’immersione prolungata in sostanze radioattive: nel dittico finale composto da Infinity War e Endgame si tratta di combattere un’entità cosmica immortale che possiede le cinque gemme del potere create all’inizio del tempo.
Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti (Lindau)
Quando nel 1949 un oscuro storico delle religioni scrive la sua summa sul mito universale dell’eroe, dagli antichi egizi a Cristo e Maometto, di certo non immagina che questo diventerà la bibbia di generazioni di sceneggiatori di Hollywood, a partire da quel George Lucas che più volte ha dichiarato di essersi ispirato alla sua teoria per congegnare l’universo di Star Wars. Le tre fasi del viaggio dell’eroe — separazione, iniziazione, ritorno — si ritrovano naturalmente anche nei film Marvel. Caso più unico che raro, Infinity War metteva in scena diverse separazioni e iniziazioni ma si chiudeva senza ritorno. A Endgame dunque il compito di chiudere il ciclo, riportando tutti (o quasi) a casa. In mezzo, diversi elementi dello schema di Campbell, tra cui il classico rifiuto della chiamata: di fronte alla tragedia causata da Thanos, la tentazione più forte è quella di arrendersi. Ma capite anche voi che questa non è un’opzione per i potenti Vendicatori.
Jim Starlin, Il guanto dell’infinito (Panini Comics)
Nel 1992, i punti di riferimento di ciò che era considerato nuovo e cool in ambito fumettistico erano le saghe realistiche ispirate al Cavaliere oscuro di Frank Miller e a Watchmen di Alan Moore. Starlin fa qualcosa di completamente diverso, ovvero spara i supereroi nello spazio: ma è uno spazio stranamente astratto, popolato da creature magiche più simili a concetti, impegnati in battaglie composte come partite a scacchi efficacemente restituite dalla composizione rigida di George Pérez e Ron Lim. In questo modo Starlin rinnova il genere della space opera superomistica di cui Jack Kirby era stato il campione. Il guanto dell’infinito è soltanto il primo capitolo di una serie che si completerà poco a poco, in virtù del suo successo e della sua originalità, restando un genere a sé stante all’interno del fumetto di supereroi, trovando poi al cinema un coronamento ideale.
Rick Veitch, Brat Pack (Phoenix)
Come insegna Thanos, ogni cosa nel cosmo è questione di ordine e di equilibrio. Quindi dopo aver parlato della dimensione mitica del supereroe, e dopo le tre ore di sacrifici e buoni sentimenti di Endgame, tocca bilanciare. Tra tutte le rivisitazioni del mito del supereroe che abbiamo letto dagli anni Ottanta in avanti, questa di Rick Veitch ci pare indubbiamente la più disgustosa. Pedofilia, sessismo, fascismo: in fondo non bisogna dimenticare che dietro alla facciata eroica c’è sempre stato tutto questo, e forse era la parte più divertente. Se fate in fretta in rete trovate ancora qualche copia usata a buon mercato della vecchia edizione Phoenix, una lettura che vi farà sentire letteralmente sporchi — e senza nemmeno un grammo della legittimità culturale che vi darebbe un Alan Moore. Finalmente!
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Fonte: Wired

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