Uno scienziato inglese crede di aver trovato le prove della vita su Marte

Uno scienziato inglese crede di aver trovato le prove della vita su Marte
17 marzo 2018 – 9:05

(Immagine: Nasa)C’è – o meglio c’è stata – vita su Marte. Un annuncio che suona come una vera e propria bomba. Ma che non viene dalla Nasa né dalle altre agenzie spaziali che da tempo stanno studiando da vicinissimo il pianeta rosso. A sostenerlo è Barry DiGregorio, scienziato alla University of Buckingham specializzato in icnologia, ovvero la branca della paleontologia e della biologia che si occupa dello studio delle tracce lasciate dagli organismi animali su rocce o altri sedimenti. DiGregorio, in particolare, ha esaminato in dettaglio alcune delle foto scattate da Curiosity, il rover della Nasa che da quasi sei anni scorrazza sul suolo marziano (nonostante la missione fosse stata originariamente pianificata per durare al più due anni), e sostiene di avere ravvisato, su diverse rocce, tracce di fossili molto simili a quelli – terrestri – del periodo dell’Ordoviciano, più o meno 450 milioni di anni fa. Tracce che, continua DiGregorio, potrebbero essere le prove che, in passato, Marte sia stato abitato da creature animali. La Nasa, dal canto suo, è convinta che i pattern in questione siano invece semplicemente “cristalli rocciosi” la cui analisi è però “tuttora in corso”. Cerchiamo di capire quanto potrebbe esserci di vero – o quantomeno di plausibile – nell’ipotesi di DiGregorio.
Chi è Barry DiGregorio
Cominciamo da qualche nota biografica. Barry DiGregorio è un icnologo della University of Buckingham specializzato nell’analisi delle tracce fossili lasciate da forme di vita su sedimenti rocciosi. Nel 2001, servendosi di microscopi a scansione elettronica, ha condotto un’analisi su rocce molto giovani (50-100 anni) ricoperte da manganese, scoprendo che una specie di batteri, i Pedomicrobium, sono in grado di estrarre manganese dal pulviscolo atmosferico e dall’acqua e creare così il rivestimento: la presenza di manganese sulle rocce, dunque, può essere un indicatore di forme di vita entrate in contatto con la roccia stessa. Ma non solo: i depositi superficiali di manganese costituirebbero anche una sorta di scudo per forme di vita che si sviluppano successivamente sulla roccia, proteggendole da eventi atmosferici e radiazioni.
In realtà, l’interesse di DiGregorio per i depositi di manganese sulle rocce era cominciato già qualche anno prima. E riguardava proprio Marte: “Prima del 1997, quando ho pubblicato il libro Mars: The Living Planet”, racconta a Wired, “ho passato quattro anni studiando attentamente tutte le immagini della superficie di Marte scattate dalla strumentazione a bordo dei lander Viking 1 e Viking 2. Già allora avevo notato le prove fotografiche di rivestimenti in manganese sulle rocce marziane, ma purtroppo i lander non erano in grado di muoversi, quindi potevano fornire indicazioni solo relative alle rocce che si trovavano in prossimità del sito di atterraggio. Mi sono chiesto da subito se tali rivestimenti avessero potuto in qualche modo proteggere eventuali microrganismi marziani dai raggi ultravioletti del sole che colpiscono violentemente la superficie del pianeta”.
In tempi più recenti, DiGregorio si è ulteriormente convinto della fondatezza della propria ipotesi – la cosiddetta manganese connection –: “Nel 2012, poco prima dello sbarco di Curiosity”, prosegue, “avevo previsto che il lander avrebbe trovato depositi superficiali di manganese. È stato così: la Chemcam, uno strumento che permette l’analisi chimica delle rocce che incontra, ha scoperto rivestimenti in manganese quando il lander ha attraversato il cratere Gale”.

Is there life on Mars? La versione ufficiale
Cosa dicono le agenzie spaziali a proposito della possibile presenza (presente o passata) di forme di vita su Marte? La parola chiave, al momento, è una sola: cautela. Perché, come è facile immaginare, si tratta di una questione estremamente delicata e complessa, che avrebbe ricadute importanti sia sull’opinione pubblica che sui piani futuri di esplorazione spaziale. Quello che si sa, al momento, è che con buone probabilità il pianeta rosso ha ospitato, in passato e per decine di milioni di anni, grandi laghi molto simili a quelli terrestri. Il Monte Sharp, l’altura sulla quale si sta inerpicando Curiosity proprio in questo momento, si sarebbe addirittura formato proprio grazie ai sedimenti depositati nel letto di uno di questi laghi. Se fosse vero, vorrebbe dire che l’atmosfera di Marte, un tempo – circa 4 miliardi di anni fa, più o meno contemporaneamente alla nascita della vita sulla Terra – era più spessa di quanto non lo sia oggi e aveva permesso alle temperature di salire sopra la soglia di congelamento, con la conseguente formazione di acqua allo stato liquido.
E ancora: nel 2016 le osservazioni dello Stratospheric Observatory for Infrared Astronomy (Sofia), uno strumento frutto della collaborazione tra la Nasa e l’agenzia spaziale tedesca, hanno rivelato la presenza di ossigeno atomico negli strati più alti dell’atmosfera marziana. Un’osservazione importante, perché l’ossigeno atomico influenza la capacità degli altri gas di sfuggire alla superficie marziana, tenendo insieme l’atmosfera del pianeta; per di più, reagendo con l’ossigeno molecolare (che però, al momento, è stato trovato solo in quantità molto ridotte), l’ossigeno atomico può formare l’ozono, gas che ha effetti protettivi sulla radiazione ultravioletta che arriva dal Sole e che quindi, indirettamente, potrebbe servire o essere servito da scudo per eventuali forme di vita sul pianeta.
Per quanto riguarda la questione delle rocce marziane, è doveroso citare uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Astrobiology da parte di Nora Noffke, geobiologa della Old Dominion University. Si tratta di un lavoro relativo ad alcune strutture caratteristiche presenti nelle immagini del suolo marziano che secondo l’autrice, proprio come sostiene DiGregorio, lasciavano ipotizzare una possibile firma di vita microbica. Anche in quel caso, però, la Nasa ha ritenuto di “non trovarsi di fronte a un fenomeno che meriti ulteriore approfondimento”, dal momento che le strutture osservate non sarebbero “nulla di eccezionale, se non semplici conseguenze dell’erosione dell’arenaria”.
Fossili sul pianeta rosso?
Torniamo all’ipotesi di DiGregorio – che, per inciso, non ama particolarmente le parole Pianeta rosso: “Marte non è mai stato rosso”, ci ha detto. “È marrone. L’uso della parola rosso si deve a un falso mito perpetrato dalla Nasa già molti anni prima dello sbarco di Curiosity”. Lo scienziato spiega così la sua ipotesi: “Ho analizzato attentamente le immagini scattate dalla fotocamera Mahli di Curiosity il sol 1922 [sol è il giorno marziano, approssimativamente uguale a quello terrestre, nda], che mostrano chiaramente oggetti mai visti prima sul pianeta. La Nasa li definisce ‘bastoni’ o ‘cristalli’ dovuti all’erosione. Io li trovo invece molto simili a fossili terrestri risalenti al periodo dell’Ordoviciano. I cristalli hanno un aspetto molto diverso. Tra l’altro, queste rocce si trovano molto vicine al cratere Gale [il punto in cui si sarebbe trovato uno dei grandi laghi di cui abbiamo parlato prima, nda]. Mi chiedo perché la Nasa non abbia approfondito la questione, facendo procedere Curiosity nell’area successiva, verso un altro obiettivo”.
Un grande complotto?Quelle di DiGregorio, è bene precisarlo, sono solo ipotesi. Seppur convinto della loro fondatezza, è lui stesso a presentarle come tali. Allo stesso tempo, è però convinto che la Nasa abbia, più o meno volontariamente, scelto di non approfondire le analisi. “Ho pensato a lungo a come l’agenzia spaziale statunitense ha gestito la questione delle prove della presenza di eventuali forme di vita su Marte. Non so se abbiano deciso di nasconderle, e non so se lo abbiano fatto di proposito. Però ci sono alcune ragioni che mi spingono a credere che abbiano potuto farlo”. Ragioni che, secondo DiGregorio, sono soprattutto di carattere economico: “Se la Nasa oggi dichiarasse che già nel 1976, con i lander Viking, aveva osservato prove di vita microbica, l’annuncio potrebbe influenzare le missioni future già pianificate, per le quali è previsto un budget di circa due miliardi e mezzo di dollari. Abbiamo visto cosa è successo con le missioni Apollo: l’opinione pubblica si è stancata della raccolta dei campioni lunari e il programma è stato abbandonato. In questo caso, l’opinione pubblica potrebbe opporsi al rientro di campioni marziani, se sapesse che potrebbero essere potenzialmente contaminati da forme di vita”.
Parola all’espertoPer capire quanto sia plausibile l’ipotesi di DiGregorio abbiamo chiesto lumi a Enrico Flamini, chief scientist all’Agenzia spaziale italiana ed esperto dell’esplorazione di Marte (fece parte del team di lavoro delle missioni Viking). Che naturalmente ha sottolineato la necessità di procedere con i piedi di piombo: “È importante tenere sempre aperta la finestra del dubbio. Effettivamente ci sono alcuni indizi che suggeriscono che Marte, in passato o addirittura anche oggi, potrebbe aver ospitato delle forme di vita elementari, come batteri o virus. Primo fra tutti la possibile presenza di acqua liquida sulla sua superficie. Prove evidenti di queste forme di vita, però, non sono ancora state osservate: potrebbero forse trovarsi sotto la superficie del pianeta – ed è per questo che le prossime missioni spaziali, tra cui ExoMars, trivelleranno il suolo di Marte alla ricerca di elementi interessanti”.
Entrando nello specifico, Flamini sottolinea che, per quanto preziosi, i dati provenienti da Curiosity non dicono nulla sulla possibile natura organica dei materiali che incontra sulla sua strada, perché il rover non è dotato di strumenti in grado di discernere molecole organiche da molecole non organiche. “La ChemCam di Curiosity potrebbe effettivamente evidenziare la presenza di manganese sulle rocce”, continua Flamini, “ma non può dire niente sull’origine del manganese. Potrebbe essere di natura batterica, come afferma DiGregorio, ma con più probabilità, come dicono gli scienziati della Nasa, la sua presenza potrebbe semplicemente essere dovuta a processi geologici. Stesso discorso per i dati che venivano dalle sonde Viking: su uno dei due lander lo strumento che doveva rilevare la presenza di materiale organico non ha mai funzionato; sull’altro ha fornito informazioni molto ambigue”. Conclusione: è davvero ancora troppo presto per parlare di vita su Marte. Per ora, lasciamo che sia solo il Duca Bianco a cantarlo: quando e se sarà il momento, saremo felici di unirci al coro.
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Fonte: Wired

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