Smart Environment, ci crediamo davvero?

Smart Environment, ci crediamo davvero?
8 October 2021 – 16:20

In vista di COP26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a Glasgow il prossimo 30 ottobre anticipata dalla pre-COP di Milano che si è conclusa pochi giorni fa, la Fondazione per la Sostenibilità Digitale presenta i suoi dati sulla percezione degli italiani della relazione tra tecnologia digitale e sostenibilità ambientale. Dati che fanno parte di un percorso di ricerca più ampio – del quale sono già stati presentati, nei due appuntamenti precedenti, i dati relativi alla percezione degli italiani sulla sostenibilità digitale e quelli riguardanti il loro punto di vista sullo Smart Living – finalizzato a definire il ruolo della tecnologia come strumento di sostenibilità da parte dei cittadini. Passaggio fondamentale per aziende ed istituzioni per comprendere come sviluppare policy e strategie finalizzate a cogliere quella che, secondo le Nazioni Unite, è una sfida non più rimandabile.
Più ombre che luci per la sostenibilità ambientale
È un quadro fatto di più ombre che luci quello tracciato dalla ricerca della Fondazione per la Sostenibilità Digitale. Ormai è chiara alla maggior parte dei cittadini l’urgenza di cogliere le sfide del cambiamento climatico (per il 74% degli intervistati è una priorità) e dell’inquinamento (che rappresenta una priorità per il 76% degli intervistati): nonostante le percentuali siano elevate, però, occorre osservare che ancora per una persona su quattro questi problemi sono importanti, ma non prioritari. Alla luce di ciò, e in un contesto europeo nel quale la strada verso la sostenibilità, e il digitale, è invece oramai tracciata, come fare per diffondere una piena consapevolezza rispetto all’importanza di questi temi tra i cittadini italiani?
Se parliamo di una nuova economia sostenibile, è difficile immaginare che non parta dal digitale, così come è difficile immaginare una spinta tecnologica che non parta dalle persone
“Penso che sui temi della sostenibilità e del digitale si possa oggi guardare all’Europa con grande interesse, per la grande attenzione posta sui tre temi dell’inclusione, della transizione ecologica e del digitale” ha commentato Ermete Realacci, Presidente della Fondazione Symbola, intervenuto nel convegno con un keynote speech. “In questo cambiamento il digitale è inserito organicamente, e non come un elemento aggiuntivo. Ho dato al mio intervento, oggi, il titolo di ‘empatia e tecnologia per un’economia a misura d’uomo’ proprio perché, se parliamo di una nuova economia sostenibile, è difficile immaginare che non parta dal digitale, così come è difficile immaginare una spinta tecnologica che non parta dalle persone. Tuttavia, quando si ragiona su queste tematiche e si vuole arrivare agli italiani, è necessario cambiare i linguaggi: bisogna, cioè, recuperare la capacità di popolarizzare questi argomenti e renderli chiari e comprensibili a tutti, facendo inoltre capire che oggi essere sostenibili conviene anche economicamente. È in questo modo, secondo me, che si può arrivare anche a quel 25% di persone per le quali questi temi non sono ancora prioritari”.
Se prima la sostenibilità era vista molto in una dimensione locale, oggi si è capito che è una problematica da affrontare a livello globale, e se ne è anche capita maggiormente l’urgenza
La piena comprensione della sostenibilità e della sua importanza è, quindi, anche un problema di comunicazione. Un concetto, questo, al centro dell’intervento di Roberto Ferrari, Head of Digital Communication di Eni: “Consapevolezza è la parola chiave. Quello della sostenibilità è un tema che per ragioni di comunicazione viene spesso presentato in maniera molto semplificata, quando in realtà è molto complesso: in questo senso, anche le persone hanno bisogno di sviluppare un proprio ‘modello di transizione’ personale per diventare consapevoli e quindi poter agire rispetto a questi elementi, e non più soltanto percepirli. Inoltre, e questo è evidente, è un tema che riguarda tutti: da questo punto di vista la pandemia ha aiutato, perché se prima la sostenibilità era vista molto in una dimensione locale, oggi si è capito che è una problematica da affrontare a livello globale, e se ne è anche capita maggiormente l’urgenza. In questo momento, con le persone che hanno compreso la necessità di affrontare subito il problema, credo che nella comunicazione serva uscire dalla sola dimensione dell’urgenza e portare gli individui a ragionare sul fatto che quello della sostenibilità è un percorso lungo ma che dobbiamo fare, e che dobbiamo fare tutti insieme”.
A ciò si aggiunge il fatto che benché il 46% degli intervistati dichiari di identificare nella sostenibilità ambientale una priorità rispetto ad economia e società, sono solo il 37% coloro i quali sono davvero in grado di cogliere le correlazioni tra questi tre fattori e le conseguenze concrete delle posizioni ideologiche sulla sostenibilità. Inoltre – e proprio su questo si sviluppa nei dettagli la ricerca – tale consapevolezza stenta a generare un reale cambiamento nei comportamenti dei cittadini, soprattutto in relazione al ruolo del digitale.
La distanza tra visione e comportamenti si riflette anche sulla percezione rispetto alla connessione tra la sostenibilità e il digitale che, nonostante siano percepiti entrambi come temi importanti, sono spesso visti come ‘paralleli’ tra loro
“Come emerge chiaramente dai dati, in Italia c’è ancora uno spazio molto ampio tra la consapevolezza teorica dei problemi ambientali e i comportamenti pratici che questa determina – ha commentato Roberto Della Seta, Direttore del Festival dell’Economia Circolare, intervenuto anche lui con un keynote all’apertura dell’evento. “Basti pensare al fatto che, ad esempio, nonostante l’Italia sia il primo Paese produttore di biciclette in Europa, è uno dei Paesi in cui se ne acquistano e utilizzano di meno. Credo che questa distanza tra visione e comportamenti si rifletta anche sulla percezione rispetto alla connessione tra la sostenibilità e il digitale che, nonostante siano percepiti entrambi come temi importanti, sono spesso visti come ‘paralleli’ tra loro. Le cause di ciò si possono individuare in diversi ambiti: dal mondo informativo, spesso poco attento ad approfondire gli intrecci tra le due dimensioni, a quello ecologico, nel quale resistono ancora oggi atteggiamenti di diffidenza verso la tecnologia. Ma non solo: un ulteriore ostacolo a questo sviluppo arriva anche da chi, internamente al mondo della tecnologia, propone quest’ultima come un sapere assoluto e indiscutibile, facendo sì che sia interpretata nel modo sbagliato dalle persone. È fondamentale rimuovere questi ostacoli, sulla strada della piena comprensione del nesso profondissimo tra sostenibilità e trasformazione digitale”.
Riduzione dei consumi, gestione dei rifiuti, sprechi alimentari, è la domotica a guidare il cambiamento
I dati della ricerca, dopo i Keynote di Realacci e Della Seta a valle della presentazione di Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, sono stati poi commentati nel corso di una tavola rotonda coordinata da Luciano Guglielmi, direttore del Comitato Scientifico e di indirizzo della Fondazione, alla quale hanno preso parte alcuni dei membri del comitato stesso.
Sono le applicazioni ed i servizi orientati al monitoraggio ed alla riduzione dei consumi a guidare la classifica degli strumenti più utilizzati: quasi un italiano su tre fa uso regolare di elettrodomestici intelligenti (19.6%), lampadine controllabili tramite assistenti vocali (16.4%), impianti di riscaldamento e climatizzazione gestibili da remoto (12%), smart meter (15,5%).
Il progettista deve essere in grado di indurre coloro che utilizzano questi prodotti, questi spazi intelligenti, a sviluppare anche dei comportamenti e una cultura orientata alla sostenibilità e al digitale, per facilitare e accompagnare questa trasformazione già a partire dalle nostre abitazioni
“La trasformazione verso la sostenibilità digitale è un tema globale, che poi ricade sulla società e sulle comunità, e di conseguenza sugli spazi che noi viviamo – ha commentato Elisabetta Cianfanelli, Presidente del corso di laurea in Fashion System Design all’Università di Firenze – Dal punto di vista della progettazione, questo ha messo in crisi le articolazioni degli spazi ‘tradizionali’, sia interni che esterni, che devono oggi essere riprogettati. Inoltre, il periodo della pandemia è stato un acceleratore nell’acquisto di prodotti intelligenti nelle abitazioni, in grado di controllare aspetti come la sicurezza, la diminuzione e il controllo dei consumi e via dicendo. In questo senso, il progettista deve essere in grado di indurre coloro che utilizzano questi prodotti, questi spazi intelligenti, a sviluppare anche dei comportamenti e una cultura orientata alla sostenibilità e al digitale, per facilitare e accompagnare questa trasformazione già a partire dalle nostre abitazioni”.
Il 4.9% degli utenti utilizza applicazioni per il monitoraggio della qualità dell’acqua, ma è necessario evidenziare come tale dato risenta del fatto che queste applicazioni non sono disponibili su tutto il territorio nazionale. Su questo tema è intervenuto Michele Tessera, CIO del Gruppo CAP, sottolineando i vantaggi derivanti dal digitale nella gestione sostenibile dell’acqua, in un percorso di trasformazione che, però, deve tener conto di un esistente gap digitale sul territorio. “Nella città metropolitana di Milano, dal 2016, abbiamo iniziato un percorso di trasformazione digitale con importanti investimenti nel nostro piano industriale 2033 su smart metering, digitalizzazione dei processi e sensori connessi.
Nel percorso di trasformazione digitale, bisogna anche tenere conto di quella fetta di popolazione che non usa le tecnologie, e che non può essere messa in difficoltà: ciò significa reggere lo sviluppo digitale tenendo in grande considerazione anche le fasce più deboli. E questo, in termini di sostenibilità sociale, è fondamentale
Oggi abbiamo già oltre il 60% dei nostri utenti in grado di vedere la propria fattura online senza necessità che venga stampata, ma abbiamo anche poi cominciato a riflettere su un modo per responsabilizzare i clienti in relazione al proprio consumo idrico, in un’ottica più sostenibile. Così, come per l’elettrico esistono diversi sistemi che consentono di analizzare i dati di consumo, abbiamo pensato di inserire uno smart metering secondario, che attraverso un sensore si collega al Wi-Fi di casa, per consentire ai cittadini di avere degli insight sui propri consumi. In questo percorso, però, bisogna anche tenere conto di quella fetta di popolazione che non usa le tecnologie, che non ha un cellulare, e che non può essere messa in difficoltà: ciò significa reggere lo sviluppo digitale tenendo in grande considerazione anche le fasce più deboli. E questo, in termini di sostenibilità sociale, è fondamentale”.
Seguono, poi, le applicazioni per la gestione dei rifiuti, usate regolarmente da un italiano su cinque. A guidare la classifica in questo caso sono le applicazioni che forniscono indicazioni ed assistenza per la raccolta differenziata (10.9%) e quelle implementate dai Comuni per la prenotazione del ritiro dei rifiuti ingombranti (10.4%), oltre ai sistemi per la prenotazione dell’accesso alle isole ecologiche (6.6%).
Infine, anche grazie ad alcune app di grande successo, stanno prendendo piede sistemi per abbattere gli sprechi alimentari, utilizzati regolarmente da un italiano su dieci. Si va dalle app che monitorano la scadenza dei prodotti a quelle dedicate allo scambio o alla vendita di prodotti prossimi alla scadenza (in entrambi i casi utilizzate dal 5.3% degli intervistati), passando per frigoriferi e dispense smart (5.1).
“Le applicazioni legate alla domotica sono sempre più utilizzate ma purtroppo hanno ancora un costo non alla portata di tutti”, sostiene Luciano Guglielmi, Direttore del Comitato di Indirizzo della Fondazione, “e quindi quei benefici sia a livello sociale – si pensi al miglioramento della vita per le persone anziane o con difficoltà motorie o diversamente abili – sia a livello ambientale – si pensi al riscaldamento intelligente di uffici e abitazioni o al miglioramento della qualità dell’acqua – sono ancora obiettivi sui quali aziende e, soprattutto, istituzioni – ad esempio con l’istituzione di bonus ad hoc, devono puntare con decisione e consapevolezza”.
Attenzione ai costi, ma poca consapevolezza verso la sostenibilità ambientale
La ricerca analizza la percezione dell’impatto ambientale dei servizi digitali confrontando il consumo effettivo di alcuni strumenti digitali con quello che gli utenti pensano che tali strumenti consumano. Anche in questo caso i risultati sono particolarmente interessanti: se per il 51% degli intervistati l’impatto in termini energetici del digitale è “abbastanza forte”, sono solo il 22.8% di essi a stimare correttamente quanto forte sia effettivamente tale consumo, con un 77.2% che invece ha la percezione di un impatto energetico del digitale più basso di quanto non sia in realtà. Insomma: gli italiani hanno la percezione che il digitale possa essere energivoro, ma non immaginano quanto. Da notare come tale difficoltà nel percepire il corretto consumo energetico degli strumenti e dei servizi digitali sia totalmente scorrelata da elementi come la competenza digitale dichiarata o il fatto che la tecnologia sia considerata come una opportunità o come una minaccia. Che si sia competenti o meno e che nella propria opinione la tecnologia sia positiva o negativa, abbiamo una scarsissima consapevolezza del suo impatto energetico.
Per la sostenibilità dobbiamo chiederci quali aspetti possiamo controllare, sia dal punto di vista individuale, sia nelle nostre aziende che nel nostro Paese, sfruttando il contributo decisivo del digitale
Se è quindi necessario sviluppare consapevolezza rispetto all’impatto, comunque rilevante, del digitale, occorre allo stesso modo comprendere i benefici che questo può offrire in termini di sostenibilità ambientale. Per questo motivo, ha spiegato Enrico Mercadante, Lead for Specialists Team Southern Europe and Innovation for Italy di Cisco, “chi si occupa di digitale ha un’enorme responsabilità nel rendere le tecnologie il più sostenibili possibile, in modo da trarne tutti i benefici, in termini di controllo dell’impatto ambientale, che queste possono offrire. Basti pensare al tema degli smart building, ossia gli edifici pensati in maniera intelligente grazie al digitale attraverso il quale si riesce a risparmiare fino al 20% delle emissioni, ma anche alle piattaforme di meeting virtuali, per le quali alcuni studi evidenziano che, evitando gli spostamenti, si possono produrre importanti risparmi in termini di emissioni di CO2. Insomma, per la sostenibilità dobbiamo chiederci quali aspetti possiamo controllare, sia dal punto di vista individuale, sia nelle nostre aziende che nel nostro Paese, sfruttando il contributo decisivo del digitale”.
Impatto del digitale che però, d’altra parte, non riguarda soltanto la sua componente “hardware”: come sottolineato nel suo intervento da Carlo Bozzoli, Global Chief Information Officer di Enel, infatti, cercare di limitare tale impatto richiede anche di intervenire in maniera decisa sul lato “software”, soprattutto in un contesto in cui “l’economia e buona parte dei sistemi produttivi stanno passando dall’essere sistemi tipicamente asset intensive a sistemi software intensive. Per questo il tema del green coding, o meglio ancora del sustainable coding, deve essere portato al centro delle nostre agende. Al pari di tantissime attività industriali, anche il ciclo di vita del software non può più essere trascurato: dei miliardi e miliardi di righe di codice prodotti ogni giorno nel mondo e che, come tutte le altre attività umane, producono CO2 e quindi un impatto sull’ambiente e la società, circa i 2/3 fanno le stesse cose, rispondono agli stessi problemi.
L’IT è oramai centrale nelle attività umane e industriali, ed è quindi il momento che contribuisca in modo responsabile allo sviluppo di un codice sano e virtuoso, e quindi sostenibile
In questo processo è quindi importante introdurre la logica del riuso: se queste parti di codice fossero disponibili in ottica di open source come capability, costituiti in modo sostenibile e perché siano riutilizzabili miliardi di volte, senza che ci sia qualcuno che le riscriva da capo ogni volta che sviluppa un’idea e la trasforma in un manufatto software, i benefici per la sostenibilità sarebbero senz’altro rilevanti. Per questo con la Fondazione abbiamo portato questo tema al centro dei nostri studi sulla sostenibilità digitale: l’IT è oramai centrale nelle attività umane e industriali, ed è quindi il momento che contribuisca in modo responsabile allo sviluppo di un codice sano e virtuoso, e quindi sostenibile”.  
Se però, come abbiamo visto, c’è scarsa consapevolezza rispetto all’impatto energetico del digitale, c’è anche poca attenzione verso la sostenibilità ambientale in relazione alla digitalizzazione. A dimostrarlo, evidenzia Stefano Epifani, “sono almeno due fattori. In primo luogo, come si è visto, a guidare la classifica degli strumenti più utilizzati sono le applicazioni ed i sistemi orientati alla domotica, che impattano sul modo in cui vengono vissute le abitazioni (si pensi agli assistenti vocali) e solo come conseguenza tendono ad un miglioramento dei parametri di sostenibilità ambientale.
Le convinzioni sulla sostenibilità ancora non hanno impatto sui comportamenti degli utenti legati, in positivo ed in negativo, al digitale
In secondo luogo, analizzando i dati della ricerca, non emerge alcuna correlazione significativa tra elementi come il modo in cui vengono utilizzate le applicazioni o il ricorso ad applicazioni orientate alla sostenibilità ambientale ed il livello di consapevolezza dell’utente su questi temi. In sostanza: le convinzioni sulla sostenibilità ancora non hanno impatto sui comportamenti degli utenti legati – in positivo ed in negativo – al digitale. I coefficienti di adozione degli strumenti orientati alla sostenibilità, quali che siano, non risentono in alcun modo del punto di vista dell’utente sull’importanza dei problemi connessi a clima ed inquinamento, consumi o sostenibilità ambientale. Gli unici elementi che fanno registrare variazioni nei comportamenti sono quelli inerenti il proprio punto di vista nell’area della sostenibilità sociale (ad esempio la tecnologia percepita come minaccia o come opportunità, o le questioni legate alla privacy). Le convinzioni in merito a tali tematiche hanno una ripercussione, seppure non molto alta, sui comportamenti degli utenti, ma i fattori riguardanti l’uso delle applicazioni orientate a migliorare la sostenibilità ambientale non sono in alcun modo influenzati dalle convinzioni degli utenti circa il ruolo della sostenibilità ambientale. Ciò significa scarsissima consapevolezza dei rischi, ma anche delle opportunità che la digitalizzazione si porta con sé in quest’ambito. E, quindi, un grande lavoro da fare per aziende ed istituzioni”.
L’articolo Smart Environment, ci crediamo davvero? è stato pubblicato originariamente su Tech Economy 2030 – Digital transformation for sustainability.

Fonte: Techeconomy

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte di BestAll. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi