Cosa hanno scoperto i primi ricercatori italiani che hanno studiato la perdita di olfatto a causa di Covid-19

Cosa hanno scoperto i primi ricercatori italiani che hanno studiato la perdita di olfatto a causa di Covid-19
24 Settembre 2021 – 12:00

(foto: Andia/ Universal Images Group via Getty Images)Un senso quasi dimenticato, messo in ombra rispetto a tutti gli altri persino all’interno del mondo clinico, tanto che le tecniche per studiarlo o per prendersene cura si contano sulla punta delle dita. Prima della pandemia l’olfatto era proprio questo, tanto che mentre non ci sogneremmo mai di definire una persona non vedente o sorda senza averla sottoposta a esami biometrici, nel caso dell’odorato la maggioranza delle indagini si è sempre basata solo sul riferito dei pazienti e poco più. Fino alla pandemia di Covid-19, quando i disturbi sensoriali a carico dell’odorato – e anche del gusto – hanno ricordato quanto questa sfumatura della nostra sensorialità sia invece importantissima per la salute. 
Di questo abbiamo discusso con Paolo Boscolo Rizzo, professore di otorinolaringoiatria all’Università di Trieste. Sotto la guida del professor Giancarlo Tirelli, direttore della Clinica dell’Università di Trieste, il ricercatore è stato tra i primi in Italia a far luce sulla perdita dell’olfatto e del gusto nei pazienti affetti da Covid-19 e sarà presente a Trieste Next, festival della ricerca scientifica in programma da venerdì 24 a domenica 26 settembre nell’incontro Geni e sensi: un mondo ancora da esplorare insieme al laboratorio interattivo Misuriamo e coloriamo l’olfatto in collaborazione con la Scuola superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste.
Diretta dalla prima ondata
“A marzo 2020 non c’era ancora nessuna pubblicazione scientifica sulle alterazioni a olfatto e gusto legate all’infezione da Sars-CoV-2 – racconta a Wired Boscolo Rizzo -. Ci erano arrivate voci, soprattutto dalla Corea, di persone guarite che lamentavano questi disturbi, ma ancora nulla di accademico. Man mano che l’ondata avanzava, abbiamo perciò deciso di indagare”. Iniziava così, da zero, un progetto che avrebbe ben presto coinvolto quasi 300 candidati, persone risultate positive al tampone, che attraverso un questionario portava alla luce che il 64% dei pazienti lamentava questi disturbi durante la fase acuta della malattia. Molti di loro riferivano una perdita totale del senso dell’olfatto. “Un dato eclatante, considerato che in nessun’altra infezione respiratoria si osservano con una tale frequenza questi sintomi”, spiega il professore.
Follow-up
Una delle strategie messe in campo dai ricercatori della clinica di Trieste, è stata ricontattare i pazienti con cadenza regolare anche dopo la guarigione. “A distanza di tre mesi dall’insorgenza dei sintomi il 25% di loro lamentava ancora alterazioni dell’olfatto e del gusto – spiega Boscolo Rizzo – e poco cambiava a distanza di sei mesi”. Dopo un anno, con un dato che si assestava sul 20%, il disturbo si veniva a configurare (secondo soltanto all’astenia) come uno dei sintomi più frequenti del long Covid, la sindrome caratterizzata dalla persistenza di uno o più segni della fase acuta a distanza di tempo.
“Non ci siamo basati solo sui sintomi riferiti dai pazienti, ma anche su test psicofisici condotti in laboratorio e confrontati con un gruppo di persone che non avevano mai sviluppato l’infezione – va avanti lo studioso -. I test non solo hanno confermato il disturbo, ma messo in luce che era addirittura più frequente”. Si tratta di test durante i quali i pazienti vengono esposti a sostanze odorose differenti e con diversa intensità e che restituiscono una misura più precisa della capacità di distinguere e percepire gli odori.
“Poiché dopo Covid-19 i pazienti riportavano frequenti alterazioni anche a carico del gusto, abbiamo effettuato anche una valutazione sia del gusto propriamente detto sia dell’olfatto retronasale, quest’ultimo utilizzando polveri introdotte per bocca prive di gusto ma che rilasciano molecole odorose – racconta Boscolo Rizzo -. Questi ulteriori test hanno permesso di osservare come circa la metà dei pazienti che riferivano un’alterazione del gusto presentassero in realtà un’alterazione dell’olfatto retronasale, importantissimo per la percezione del sapore del cibo”. 
Perché proprio a me?
Un ulteriore fronte di indagine riguarda i motivi per cui molte ma non tutte le persone che hanno vissuto l’infezione presentano problemi all’olfatto, non solo anosmia (perdita della capacità di percepire gli odori), ma anche parosmia (distorsione della percezione olfattiva) e fantosmia (sentire cioè odori di sostanze che non ci sono). Cosa c’è all’origine di questa differenza? Le evidenze raccolte durante la prima ondata segnalavano che i pazienti con la sintomatologia più severa tendessero a lamentare meno alterazioni del senso dell’olfatto e del gusto e che fossero le persone con sintomatologia più moderata le più soggette a questi disturbi, tanto che vi era anche l’ipotesi che ci trovassimo dinanzi a due tipi di infezione differenti, una che colpiva le basse e una le alte vie respiratorie, con sintomi diversi.
“Oggi, grazie a studi condotti sull’infiammazione, sappiamo che il quadro di infezione grave non si associa a un rischio minore di avere alterazioni dell’olfatto ed è più chiaro il quadro di ipotesi sulle ragioni della prevalenza di questo sintomo”, spiega Boscolo Rizzo. Da un lato potrebbe riguardare l’ospite, cioè noi, in ragione di polimorfismi del gene del recettore Ace2 al quale il virus si lega e che ci rendono più o meno suscettibili.
Altra possibilità sono le differenze tra le varianti, sulla cronologia delle quali va “tarata” tutta la ricerca sul fronte. “Sembra che il ceppo originario, quello che ha causato l’epidemia in Cina, desse raramente alterazioni a gusto e olfatto, a differenza di quello con cui l’epidemia ha preso piede in Italia – va avanti il professore -. Una differenza imputabile, forse, alla sostituzione di un nucleotide nel gene che codifica per la proteina spike. Ora con la variante delta sembra esserci una minor frequenza nelle alterazioni, ma è un versante dove c’è ancora molto da indagare”. 
Recuperare l’olfatto: le possibilità 
Una delle ipotesi più accreditate sul meccanismo con cui Sars-CoV-2 altera olfatto e gusto è che il virus, una volta in profondità nelle cavità nasali, intacchi le cellule di supporto dell’epitelio olfattivo, quelle che si prendono cura dei neuroni deputati a captare le molecole volatili e in collegamento diretto coi centri del cervello dove viene elaborata la sensazione odorosa. Si tratta di cellule – a differenza di quelle neuronali – ricchissime di recettori Ace2, bersaglio della proteina spike del virus, ed è probabile che una volta “agganciate” dal patogeno venga meno il loro effetto nutritivo sui neuroni, che ne escono danneggiati in seconda battuta.
“Fortunatamente proprio perché questi neuroni sono gli unici a essere a diretto contatto con l’ambiente esterno e sono in qualche modo ‘abituati’ a subire danni, sono dotati di potenziale rigenerativo, possiamo cioè stimolarli per provare a recuperare il senso perduto”, spiega Boscolo Rizzo. Quello che i ricercatori della clinica di Trieste stanno portando avanti in questa direzione è il training olfattorio, già presente in letteratura nel trattamento di altre forme di anosmia di origine virale e per il quale iniziano a esserci evidenze anche nel caso della Covid-19. “Il paziente è invitato a esporsi per 12 settimane, due volte al giorno, a una serie di essenze come rosa, limone, eucalipto e chiodi di garofano, per stimolare la rigenerazione dei neuroni olfattivi – spiega il ricercatore -. Ci sono persone che hanno trascorso un anno completamente prive di olfatto e che dopo il training iniziano a migliorare”.
 Sul fronte farmacologico, invece, per ora l’unica opzione supportata da evidenze, “ma che andrebbe presa in considerazione nella fase iniziale della malattia o nel caso di evidenza di processi infiammatori nella regione dell’epitelio olfattivo”, aggiunge lo scienziato, è il trattamento con corticosteroidi.
I prossimi passi
L’efficacia del training olfattivo dovrà essere confermata su larga scala: i candidati dovranno cioè ripetere i test psicofisici a distanza di tempo. Il monitoraggio di pazienti Covid-19 con disturbi olfattivi si protrarrà per almeno tre anni, “questo perché le indagini condotte su altri virus respiratori suggeriscono che il recupero possa avvenire anche molto lentamente, e solo a quel punto avremo forse la reale percentuale di pazienti che ha subito un danno irreversibile”, spiega Boscolo Rizzo.
Gli scienziati stanno inoltre sottoponendo i pazienti con condizioni più importanti anche a risonanza magnetica, che in alcuni casi ha mostrato una vera atrofia delle aree cerebrali normalmente deputate alla processazione dei segnali olfattivi, al fine di capire se ci sono maggiori probabilità di una permanenza del sintomo. “Ulteriori fronti aperti”, conclude il professore, “riguardano aspetti di tipo elettrofisiologico e di valutazione del danno a carico del neuroepitelio con l’obiettivo di identificare le alterazioni molecolari causate da questa infezione, sui quali stiamo lavorando assieme al gruppo della professoressa Anna Menini, responsabile del Laboratorio interdisciplinare di neurobiologia della Sissa”.
The post Cosa hanno scoperto i primi ricercatori italiani che hanno studiato la perdita di olfatto a causa di Covid-19 appeared first on Wired.

Fonte: Wired

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte di BestAll. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi