Minari è il film da vedere per risollevarsi in questi tempi bui

Minari è il film da vedere per risollevarsi in questi tempi bui
3 March 2021 – 13:09

https://www.youtube.com/watch?v=KQ0gFidlro8

(Recensione no spoiler)
Quando Minari è stato presentato al Sundance Film Festival (dove ha vinto il Gran premio della giuria Us Dramatic), alcuni critici hanno definito il film indie prodotto dalla Plan B Entertainment di Brad Pitt del regista coreano americano Lee Isaac Chung il primo capolavoro dell’anno. All’ultima edizione dei Golden Globe, il prestigioso premio della critica straniera, il valore di Minari è stato ribadito con l’assegnazione della statuetta per miglior film straniero, quasi a riaffermare il giudizio di un pubblico e di una critica che ha finalmente accettato e riconosciuto la qualità delle produzioni scaturite dall’Hallyu, la nouvelle vague coreana. Come il premio Oscar Parasite, Minari descrive gli sforzi di una famiglia coreana – padre, madre, un figlio e una figlia – in difficoltà economiche; lo fa, tuttavia, in modo completamente differente, accantonando la satira sociale prediletta da Bong Joon-ho per mettere in scena una storia che descrive i valori della cultura coreana con gli stilemi del cinema americano indipendente.
Minari è la saga degli Yi (“Yi” sarebbe la traslitterazione fonetica corretta di “Lee”, il cognome del regista), ispirata all’infanzia di Lee Isaac Chung, cresciuto negli anni ’80 nella rurale Arkansas, figlio nato negli Usa da due migranti. Jacob è il giovane patriarca della famiglia, con la quale si è trasferito da una città californiana nelle sperdute campagne ozarkiane (ovvero della zona dell’altopiano di Ozark, tra Missouri, Arkansas e Kansas) per coltivare –  letteralmente – il sogno di diventare un agricoltore che rivende agli altri immigrati coreani i prodotti della terra tipici difficilmente reperibili sul suolo occidentale.
Minari, infatti, è il nome del prezzemolo giapponese, ingrediente della cucina coreana – come le foglie di perilla o la rapa daikon – scarsamente utilizzate nella cucina occidentale. Sua moglie Monica, di estrazione sociale più elevata ma che si accontenta di lavorare come selezionatrice di pulcini (il suo lavoro consiste nel dividere maschi e femmine), rimpiange la vita della metropoli e non ripone completa fiducia nel progetto del marito, il quale si dedica iperterrito al suo personale sogno americano. David e Annie sono i due figli piccoli della coppia, il minore incontenibile e curioso, la più grande guardinga e tranquilla. L’arrivo della nonna nella casetta prefabbricata spoglia e un po’ squallida tanto detestata da Monica rappresenta una piccola rivoluzione per gli Yi, dando vita a un lento ma graduale smottamento dei sentimenti e delle relazioni tra i familiari.
Minari è una saga familiare dai toni placidi: il regista Lee Isaac Chung prende le distanze da uno stile narrativo melodrammatico o troppo impetuoso nel mettere in scena conflitti e frustrazioni degli Yi, arrivando a descrivere senza esasperati patemi anche la preoccupazione dei genitori di David per la sua malattia cardiaca. Il risentimento di Monica verso il marito, la speranza mista a sommesso sconforto di Jacob – che ha messo tutto se stesso nella coltivazione dei campi -, l’insofferenza di David non esplodono mai in un litigio furioso o in una spaccatura eclatante e violenta.
In questo senso qualcuno troverà, più o meno arrivato a metà film, Minari insulso, poco entusiasmante o con dei protagonisti scarsamente interessanti. Si sbaglia, e lo dimostra l’andamento successivo del film mentre volge verso le ultime battute e verso un climax, questa volta sì, destinato a sfiorare la tragedia. In quel momento ci si accorge di quanto ci abbiamo coinvolto il soffermarsi sulla banale quotidianità degli Yi, le loro idiosincrasie, i dubbi su come smarcarsi dall’isolamento (cercare altre famiglie coreane e aggrapparsi alla comunità asiatica di cui facevano parte in città o cercare di integrarsi con la comunità bianca locale?) e i buffi diverbi che caratterizzano gli inizi del rapporto tra David e la nonna, una che non le manda a dire.
Lee riesce a farci investire emotivamente sui protagonisti senza che ce ne accorgiamo (molti di quelli, più sensibili di chi scrive, che hanno visto il film nelle sale dei festival hanno ammesso di aver ceduto più volte alla commozione), dimostrando che si può raccontare il dramma senza toni clamorosi, ovvero senza scegliere la via più facile e d’effetto del melodramma. Minari eccelle proprio in questa sua autenticità fatta di piccole situazioni quotidiane suggerite dal passato dell’autore: le battute piccate e capricciose di David verso la nonna che non sa fare i biscotti, le partite a Go-stop (gioco di carte popolare in Corea) che risvegliano l’entusiasmo scatologico della nonna, la commozione incontenibile di Monica quando la madre le porta il gochujang (la pasta di peperoncino piccante) e le acciughe disidratate (entrambi servono per fare le tipiche zuppe coreane). Quest’ultima scena sottolinea quanto sia importante per i coreani la cultura del cibo, e perché Jacob punti tanto su questo mercato per avviare la sua impresa.
Proprio il cibo rappresenta il punto fondamentale di separazione tra le due culture, quella asiatica e quella americana (i prodotti alimentari di Jacob sono richiesti solo dai compaesani, mantengono il legame con gli altri immigrati ma sono anche l’ostacolo all’assimilazione con gli altri). Il vero punto di contatto è, invece la religione: gli Yi, cominciando a frequentare la chiesa locale (quasi la metà dei coreani credenti sono cristiani) si avvicinano finalmente agli altri americani al di fuori del rassicurante ed esclusiva cerchia asiatica iniziando per la prima volta l’integrazione con la comunità locale. 
Steve Yuen (The Walking Dead), dopo Burning continua il percorso professionale che lo vede rifarsi alle proprie origini (si è trasferito negli Usa dalla Corea all’età di cinque anni) dimostrando un sorprendente carisma come attore. La presenza scenica maggiore ce l’hanno, comunque, la scaltra Youn Yuh-jung (The Housemaid, Beasts Clawing at Straws) nei panni della nonna Soon-ja e lo spettacolare Will Patton (Falling Skies) nei panni di un veterano della guerra in Corea e fervente religioso che cerca di espiare il proprio passato trascinando una croce di legno per le campagne, la sua personale Passione verso un irraggiungibile Golgotha ozarkiano. La loro stellare interpretazione, il sapore autentico della (auto)biografia degli Yi, la regia posata tesa a ripudiare clamorosi picchi drammatici e quel finale che instilla fiducia nel futuro sia ai personaggi che agli spettatori (in un momento storico in cui se ne sente particolarmente il bisogno) fanno di Minari davvero un ottimo candidato ai prossimi Oscar.
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Fonte: Wired

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