Cosa abbiamo fatto di male per sorbirci il machismo noioso di Ibrahimovic a Sanremo?

Cosa abbiamo fatto di male per sorbirci il machismo noioso di Ibrahimovic a Sanremo?
3 March 2021 – 12:14

Durante la prima serata del festival di Sanremo è arrivato un tweet ironico del comico Valerio Lundini. “Ma questo calciatore perché è così presuntuoso?” ha chiesto in una sorta di trascrizione dei suoi sketch sul palco, quegli inni al nonsense in cui chiede come si beve da una bottiglia o scopre come funzionano le due voci in una telecronaca. Quel calciatore era infatti Zlatan Ibrahimovic e la sua presuntuosità, la sua arroganza, sono tra le poche certezze delle nostre vite, un format che si autoalimenta da anni e su cui è stato costruito il personaggio. Non c’è da stupirsi allora che ogni singola sua parola dall’Ariston venisse declinata in questo senso.

Ma questo calciatore perché è così presuntuoso?
— Valeriolundini (@valeriolundini) March 2, 2021

“Qui mi sento piccolo, ma sono sicuramente più grande di te”, “ho portato le mie regole”, “qui comando io”, “meglio giocare con me che contro di me”, e via così in un continuo susseguirsi di sketch in cui Ibra ci spiegava indirettamente come i valori dell’arroganza e della superbia siano qualcosa da coltivare perché possono portarti a essere come lui, al successo. Una roba molto forzata, che ha stufato più o meno dopo un minuto, ma che in realtà aveva già stufato da tempo. Il superego del calciatore svedese, la sua dialettica dell’onnipotenza, è esattamente tutto ciò di cui non abbiamo bisogno nella fragilità della società odierna e viene da chiedersi perché quell’inno al machismo vivente di nome Ibrahimovic continui oggi a costituire un modello da proporre e riproporre in loop, perfino a Sanremo.
All’arroganza di Ibrahimovic siamo abituati, dentro e fuori dal campo. Sul terreno di gioco è infinita la lista di risse, provocazioni e simili a cui abbiamo assistito negli anni, ultima quella con il calciatore interista Romelu Lukaku dove tra risate in faccia e illazioni ai riti vodoo lo spettacolo è stato tutto tranne che felice. Ma anche nel mondo di fuori ogni intervista, post sui social, esternazione del calciatore svedese su più o meno qualunque argomento è il perfetto manuale dei valori da cui tenersi alla larga.

Prendiamo sempre Sanremo: nella conferenza stampa di presentazione, tra una risposta in cui ha sottolineato di non avere paure nella vita perché la paura è un freno e un’altra in cui si è auto-proclamato un modello, Ibrahimovic se l’è presa con il cestista americano LeBron James, colpevole a suo dire di fare politica quando la sua professione sarebbe quella dell’atleta. LeBron in realtà da tempo fa sentire la sua voce contro gli abusi che quotidianamente subiscono gli afroamericani negli Stati Uniti ed è diventata una voce forte e necessaria per il movimento Black Lives Matter. Per Ibra però gli atleti devono fare gli atleti e la politica divide, come se la lotta al razzismo fosse politica. 

 

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Al di là di questo, comunque, i deliri di onnipotenza del calciatore svedese si sprecano guardandosi indietro. C’è il caso dell’autunno scorso, quando ha contratto il Covid-19 e ha trasformato la vicenda in una sorta di skills test: “Il virus ha avuto il coraggio di sfidarmi, cattiva idea”. O la volta in cui circolava una sua foto con il calciatore Gerard Piqué, che aveva fatto parlare di una presunta omosessualità: “Vieni a casa mia, ti faccio vedere chi è il frocio. Ah e porta tua sorella”, la risposta a un giornalista. E poi una carrellata di dichiarazioni contenute in libri e interviste, come “Non posso che compiacermi di quanto sono perfetto”, “Io sono Zlatan. Voi chi diavolo siete?”, “Io non ho bisogno dei media, sono i media che hanno bisogno di Zlatan”, “Io non sono il Re. Io sono Dio”, “Cosa sono questi graffi in faccia? Non lo so, dovresti chiederlo a tua moglie” eccetera eccetera.
 
Zlatan IbrahimovicSe è innegabile che il super-Ibra sia un format comunicativo studiato a tavolino, che nasce certamente da un’indole personale a base di arroganza e superbia che comunque già esisteva, e se è altrettanto innegabile che tutto sia sempre condito da molta ironia, che sia fatto cioè per strapparci un sorriso, la realtà è che il modello-Ibra appare tale solo in una società molto conservatrice, quella dove l’uomo deve essere maschio alpha, privo di paure e debolezze, capobranco. Ibrahimovic è il rappresentante perfetto di un mondo dove il machismo la fa da padrone, un mondo antico dove pianti, timori e fragilità non sono roba da maschi, ma “da femminucce”, per usare un linguaggio radicato in questo stesso sistema. Un mondo in cui siamo immersi fino al collo, ma che si sta cercando di superare, perché le sue scorie si riflettono tanto sulle donne, schiacciate ancora una volta da una mascolinità tossica, quanto sugli stessi uomini, investiti dalla responsabilità di apparire sempre e comunque invulnerabili. Continuare a offrire i riflettori a personaggi à la Ibra sicuramente non aiuta.
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Fonte: Wired

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