Come Gaia-X vuole imporre alle big tech di rispettare le sue regole sul cloud europeo

Come Gaia-X vuole imporre alle big tech di rispettare le sue regole sul cloud europeo
3 March 2021 – 13:32

Il cloud (Getty Images)Nel 2020 Amazon web services, il braccio cloud del colosso dell’ecommerce, Microsoft e Google hanno mosso un giro d’affari di 100 miliardi di dollari nel cloud. La “nuvola” dove archiviare ed elaborare dati è affare loro e di pochi altri, tra cui la cinese Alibaba, gigante dello shopping online. Con questi pesi ha ingaggiato un braccio di ferro Gaia-X, il progetto di un cloud con regole europee che ha l’obiettivo di restituire al Vecchio continente un ruolo da protagonista in un settore in cui è stato surclassato dai campioni di Stati Uniti e Cina.
Braccio di ferro con il colossi
Il 2021 sarà il vero banco di prova per vedere se la nave riuscirà a mantenere la rotta. A bordo ci sono ormai 232 aziende, contro le 180 del debutto ufficiale a novembre, e tra queste i passeggeri più critici sono proprio quei colossi: Amazon, Google, Microsoft e Alibaba. Da un lato era impossibile tenere fuori da una federazione che si occupa di cloud le aziende che servono la maggior parte del mercato. Dall’altro occorrerà vedere, alla prova dei fatti, quanto saranno disponibili ad accettare i principi e le condizioni di Gaia-X. Così come è stato criticato il semaforo verde a Palantir, gruppo a stelle e strisce che vende servizi di data mining a Cia e Fbi, proprio mentre Europa e Stati Uniti devono ripensare le regole di interscambio delle informazioni.
Per Hubert Tardieu, presidente della fondazione che guida Gaia-X, il segreto è negli accordi siglati. I colossi “hanno aderito al progetto accettando un contratto che vieta loro di sedere nel consiglio e li impegna ad applicare queste regole nei nostri mercati”. E, aggiunge, “sono pragmatici: se vedono che i clienti vogliono andare in quella direzione, lo faranno”.
Il cantiere di Gaia-X
Certo l’Europa non può rimanere con le mani in mano sul cloud. L’istituto statistico comunitario, Eurostat, ha certificato che sì è aumentato il ricorso al cloud tra 2018 e 2020 da parte delle aziende del vecchio continente, dal 24% al 36%, ma la maggior parte si limita a sfruttarlo per le caselle email e l’archiviazione di file. La situazione, peraltro, è a macchia di leopardo. Finlandia, Svezia e Danimarca si collocano intorno al 70% (rispettivamente, 75%, 70% e 67%), l’Italia ha fatto un balzo inaspettato (dal 23% al 59%), ma dall’altra parte della classifica Grecia, Romania e Bulgaria non raggiungono il 20%. Entro il 2025 l’economia dei dati genererà, stime della Commissione europea alla mano, 829 miliardi nel vecchio continente, ma oggi i maggiori beneficiari sono un manipolo di aziende con domicilio negli Stati Uniti o in Cina.
“Il nostro obiettivo è raddoppiare la penetrazione del cloud nel mercato europeo entro il 2025”, spiega a Wired Tardieu. Un risultato per nulla scontato, in un mercato che nel 2020 ha mosso un giro d’affari di 29 miliardi di dollari. Nel frattempo Gaia-X, nata dall’alleanza di 22 imprese tra Francia e Germania, prende forma. A marzo aprirà in Lussemburgo il quarto hub nazionale, un centro focalizzato sulla ricerca sull’uso dei big data da parte di specifiche industrie, dopo quelli di Germania, Francia e Belgio. L’obiettivo è di arrivare a undici per la metà del 2021 e a 25 per fine anno. In prima linea ci sono Italia, Finlandia, Paesi Bassi, Slovacchia ed Estonia.
Ciascuno sarà vocato a esplorare le ripercussioni dell’economia dei dati in settori che caratterizzano il suo tessuto imprenditoriale. La Germania si concentrerà sul mondo delle quattro ruote, la Francia su finanza ed energia. L’Italia, che sta ancora lavorando al suo hub, come conferma a Wired Confindustria digitale (responsabile dell’iniziativa), si occuperà di manifatturiero e turismo (quest’ultimo in tandem con la Spagna). Tra le ultime aziende del Belpaese a iscriversi, Elmec Informatica.
Un altro obiettivo è sviluppare i data space, spazi condivisi dove aziende dello stesso settore si scambiano informazioni. Sui primi test a livello settoriale sono al lavoro, tra gli altri, Philips per il settore medicale, Airbus in quello aeronautico, Bosch e Bmw per le auto.
Nel frattempo prende forma anche la fondazione che guida Gaia-X. Per il ruolo di amministratore delegato arriva da Engineering, azienda italiana specializzata in trasformazione digitale, Francesco Bonfiglio, mentre responsabile tecnologico è Pierre Gronlier. Presidente è Tardieu. A giugno l’esecutivo di Gaia-X passerà al voto dei suoi iscritti.
Un ordine da rovesciare
Gaia-X punta a rovesciare la situazione riscrivendo le regole di mercato. Primo: portabilità. “Le aziende non entrano nel cloud perché hanno paura di non poter migrare un’app da una piattaforma all’altra, se cambiano fornitore”, dice Tardieu. Secondo: interoperabilità di servizi e tecnologia. Terzo: controllo dei dati e sovranità digitale. La federazione dovrà stabilire specifiche sulle architetture di sistema e sugli standard; promuovere tecnologie open source; fissare i parametri di qualità europei, a cui le aziende del settore cloud devono attenersi.
Come ha spiegato Boris Otto, direttore generale di Fraunhofer Isst (istituto tedesco che sviluppa il trasferimento tecnologico dalle università alle imprese) e vicepresidente della fondazione di Gaia-X in un seminario tecnico, la federazione europea oppone al modello centralizzato e chiuso delle economie dei dati in Cina e Stati Uniti (definiti eufemisticamente “modello governativo” e “modello hyperscaler”) un sistema aperto e cooperativo tra aziende che lavorano nello stesso campo. Tardieu guarda all’industria dell’auto: “Se le case automobilistiche e i loro fornitori di componenti condividessero i dati, sarebbe più semplice identificare difetti che oggi richiedono anni”.
Per John Gazal, vicepresidente per l’area sud Europa e Brasile dell’operatore francese Ovh Cloud (dentro Gaia-X), “a livello europeo c’è una forte spinta verso l’innovazione locale per evitare di dipendere da attori esterni per i dati più sensibili”. E Tardieu ritiene che aver messo intorno allo stesso tavolo oltre 200 imprese per fissare politiche e standard comuni sui dati è già un traguardo: “In tutti i mercati regolati abbiamo aziende che ci chiedono di facilitare il rispetto di queste norme attraverso il digitale”. La strada, però, è ancora in salita. Come riporta il quotidiano Handesblatt: tra 500 aziende intervistate dall’associazione confindustriale della Germania, uno dei Paesi fondatori del cloud europeo, solo il 6% conosceva Gaia-X.
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Fonte: Wired

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