Anche Mymenu assume i primi fattorini da marzo

Anche Mymenu assume i primi fattorini da marzo
23 Febbraio 2021 – 9:04

Un fattorino di Mymenu (foto: Mymenu)Questa è la settimana delle firme. Sulle scrivanie dell’app di consegne Mymenu una decina di contratti di assunzione attende la sigla finale di altrettanti fattorini che diventeranno dipendenti della società italiana di food delivery. Si parte da Bologna, città che ricorre nella geografia della gig economy italiana. Nel capoluogo emiliano è stata firmata la prima carta che tutela i diritti dei lavoratori digitali, con Mymenu unica tra le piattaforme di consegne al domicilio al tavolo. E nella stessa città scenderanno in strada i primi rider con un contratto da dipendenti. Mymenu così batte sul tempo Just Eat, che lo scorso novembre ha annunciato di voler assumere fino a tremila pony express in Italia, partendo da Monza proprio a marzo. La multinazionale ha annunciato in queste ore di essere alla ricerca delle prime 40 persone.
Tuttavia, a differenza di Just Eat, che prima ha aderito al contratto sottoscritto dall’associazione del settore, Assodelivery, e dal sindacato di destra Ugl, subito contestato dal ministero del Lavoro, e poi ha fatto un passo indietro aprendo alle assunzioni, Mymenu ha sempre tenuto la porta aperta a questa opzione. Inoltre, se Just Eat sta ancora negoziando con i sindacati il contratto collettivo nazionale a cui agganciare il suo accordo, avendo ventilato la strada del contratto dei multiservizi mal digerita dalle parti sociali, come spiegano fonti riservate presenti alle riunioni a Wired, Mymenu si è orientata da subito al modello della logistica, da sempre indicato come uno dei più adatti a inquadrare il lavoro dei fattorini.
Il laboratorio di Bologna
“Il contratto, agganciato a quello della logistica, garantirà, tra le altre cose, tutela per la malattia, ferie, maternità, versamento dei contributi”, spiega Tommaso Falchi di Riders Union Bologna, sindacato autonomo dei fattorini a livello locale. Nel 2020 il giro d’affari del mercato del food delivery si è impennato (secondo Just Eat, in Italia ora pesa tra il 20% e il 25% delle consegne a domicilio, a seconda delle zone), ma senza ricadute sui rider che, pur essendo spesso l’unico anello di congiunzione tra i ristoranti chiusi e le famiglie in lockdown, non hanno tutele in caso di contagio da coronavirus.
A dicembre Bologna, per esempio, ha avviato una campagna di tamponi gratis per tutti i lavoratori della logistica. “Tutti gli sforzi verrebbero vanificati se i cittadini, pur rimanendo a casa e diradando le occasioni di contatto, si ritrovassero il contagio dentro casa, attraverso le consegne a domicilio”, ha scritto l’assessore al Lavoro del Comune di Bologna, Marco Lombardo, al lancio dell’iniziativa. Per Falchi, tuttavia, è importante agganciare anche tutele contrattuali perché “se un rider è positivo, non solo non ha entrate, ma rischia anche di perdere posizioni nella classifica degli algoritmi”.
L’accordo con Pellegrini
Le prime assunzioni si collocano in una fase di cambiamento per Mymenu. All’inizio di febbraio la quota di maggioranza della startup è passata al gruppo Pellegrini, un gigante della ristorazione collettiva in Italia, con 10mila dipendenti e un fatturato 2019 di 670 milioni di euro. La mossa, di cui non è stato reso noto il valore, si inserisce in una strategia di consolidamento della startup del food delivery, a sua volta nata dalle nozze tra Mymenu e Sgnam e con la successiva incorporazione di Bacchette forchette. E rafforza il posizionamento della piattaforme nelle consegne business to business (b2b): servire gli uffici, strada già intrapresa due anni fa.
“Vogliamo andare verso questo segmento, ma in modo complementare a Pellegrini, lavorando per esempio con uffici più piccoli o lavoratori in smart working, in alternativa alle realtà che hanno una mensa, attraverso ordini digitali e una diversa logistica dell’ultimo miglio”, spiega Edoardo Tribuzio, amministratore delegato di Mymenu e co-fondatore con Giovanni Cavallo e Lorenzo Lelli. La sperimentazione partirà nei prossimi mesi a Milano, una delle sei città in cui la app opera (oltre a Bologna, Brescia, Padova, Verona e Modena). In quest’ottica anche un inquadramento diverso dei lavoratori (sono 550 i rider) accompagnerà un’organizzazione delle consegne differente dalle altre piattaforme. Nel 2020 Mymenu è arrivata a break even e ha chiuso con un giro d’affari di 9 milioni, in aumento del 74%, e 700 ristoranti affiliati.
I negoziati nazionali
In attesa di chiudere l’accordo con Just Eat, nel frattempo la rete nazionale che riunisce le rappresentanze dei fattorini, Rider x i diritti, ha indetto un’assemblea per rilanciare le richieste al governo: contratto subordinato, paga oraria legata al contratto del trasporto o del terziario, diritti sindacali. L’obiettivo è rimettere insieme un dossier con cui tornare al tavolo del ministero del Lavoro, finito per l’ennesima volta su un binario morto. Nonostante i proclami, gli ex ministri del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio e Nunzia Catalfo non sono riusciti a stendere un accordo del settore, pur avendone fatta a parole una priorità delle proprie agende. Segno tangibile della frattura è proprio il contratto Assodelivery-Ugl, contestato dagli stessi uffici di via Vittorio Veneto. Le pedine tornano di nuovo alla casella del via. E chissà se da là si muoveranno.
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Fonte: Wired

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