La proposta vaccino-Pil della Moratti e il vecchio complesso di superiorità lombardo

La proposta vaccino-Pil della Moratti e il vecchio complesso di superiorità lombardo
19 January 2021 – 11:33

Stupirsi ancora delle parole di Letizia Maria Brichetto Arnaboldi Moratti, semplicemente “Joy” per il vecchio sito del ministero dell’Istruzione d’epoca berlusconiana compilato col traduttore automatico di Google, è difficile. Senza recuperare le molte gaffe accumulate nel corso della sua vita o il “pugno duro soavissimo”, come lo definiva Indro Montanelli, che ha dimostrato in tutte le sue esperienze manageriali (e perfino in quelle filantropiche, ma non è il caso di riaprire il capitolo Sanpa) parla da solo. Così come la sua storia per certi versi a cavallo fra vecchio e nuovo mondo, fra le altre cariche prima donna presidente della Rai e prima donna sindaco di Milano, sempre enormemente divisiva, per usare un eufemismo.
Sappiamo, insomma, di chi parliamo. Stavolta c’è però qualcosa di nuovo. Dopo lo stop di 48 ore chiesto al ministro della Salute, una specie di sospensione della zona rossa lombarda in attesa di dati migliori “che, sono certa, troverà poi una conferma definitiva per l’intera Regione a seguito del ricalcolo aggiornato degli indici”, ieri l’ex ministra dell’Istruzione degli esecutivi Berlusconi II e III ha proposto una ripartizione dei vaccini in base al Pil. Non è stata una battuta rubata dal microfono di qualche cronista ma una posizione molto chiara messa nero su bianco in una lettera inviata al commissario per l’emergenza Domenico Arcuri in cui, appunto, la neoassessora al welfare della regione Lombardia chiede che la ricchezza regionale prodotta in un anno venga inserita fra i criteri per la ripartizione delle dosi in vista della fase di vaccinazione di massa. Insieme alla mobilità, alla densità abitativa e al fatto di essere stata una delle zone più colpite dal virus (che per assurdo, e almeno per altri versi, suggerirebbe un grado di immunizzazione naturale superiore ad altre zone del paese, ma è un altro discorso). Una richiesta “coerente e appropriata” secondo il presidente Attilio Fontana, che l’ha trasformata di fatto in una posizione ufficiale della giunta.
Fermiamoci un attimo, perché qui non si tratta della moschea di Sucate (chi se la ricorda?). Una regione chiede alla struttura commissariale che sovrintende alla divisione dei vaccini della campagna pandemica di ergersi al di sopra delle altre, e di ottenere così molte più forniture, in virtù della ricchezza del proprio territorio. Buttando a mare, in un colpo solo, qualche articolo della Costituzione, il buon senso generale e perfino alcune elementari valutazioni di salute pubblica. O forse no, abbiamo capito male. Perché Moratti è poi tornata sul punto, mettendo la solita pezza sul buco dei privilegi: “Il riferimento al Pil nella sua proposta non è legato alla ricchezza – specifica una nota – il concetto non è dare più vaccini alle regioni più ricche ma se si aiuta la ripresa della Lombardia, si contribuisce in automatico alla ripresa dell’intero Paese”.
A parte che questo automatismo è tutto da provare, la marcia indietro è peggio del primo passo: dovremmo avere la priorità perché trainiamo il paese, dice in sostanza la nuova responsabile della sanità lombarda, gli altri vengano dopo. Chissà se anche nella sua regione seguirà gli stessi principi: ci aspettiamo quindi una campagna vaccinale lombarda che terminata la prima fase fra medici e anziani inserisca fra i criteri per i vaccini non le patologie pregresse, l’età o il mestiere a rischio ma il reddito annuo lordo, le rendite, gli investimenti, il patrimonio immobiliare. Se bisogna essere coerenti, bisogna esserlo fino in fondo.
Rispondere a Moratti scomodando per esempio gli artt. 3 o 32 della Costituzione mette quasi a disagio. Così come citare il povero ministro della Salute Speranza (“Tutti hanno diritto al vaccino indipendentemente dalla ricchezza del territorio in cui vivono – ha scritto su Twitter – In Italia la salute è un bene pubblico fondamentale garantito dalla Costituzione. Non un privilegio di chi ha di più”). Intorno alle dichiarazioni di Letizia Moratti prende infatti di nuovo vita l’ossatura del modello della sanità lombarda, che le sue parole scolpiscono nella politica della regione anche dopo l’avvicendamento col quasi rimpianto, a questo punto, Giulio Gallera. Parole da cui escono il distorto legame fra diritti e disponibilità individuali, la totale assenza di analisi e autocritica sugli errori che hanno condotto quel modello a rispondere peggio di altri alla pandemia, la convinzione che in fondo alcune condizioni personali e collettive consentano deroghe, vantaggi, priorità.
Tutto questo proprio mentre l’Oms avvertiva, accadeva ieri, che siamo “di fronte a un fallimento morale catastrofico” con la storica partita dei vaccini, accusando i paesi ricchi di non fare abbastanza per finanziare la piattaforma Covax progettata per distribuire gratis o quasi i prodotti nei paesi più poveri. Mentre le economie sviluppate si assicurano due o tre volte le dosi necessarie a immunizzare l’intera popolazione, Covax è riuscita a prenotare per il 2021 poco più di un miliardo di dosi contro i due miliardi fissati come obiettivo, ma le consegne non potranno iniziare che verso la fine dell’anno. Fino a giugno non ci si potrà spingere oltre i bisogni basilari degli operatori sanitari in prima linea.
L’Unione Africana ha comprato 270 milioni di dosi per 54 paesi, l’Italia da sola se ne è assicurati circa 200 milioni. In questo senso, quindi, mentre rispediamo a Moratti le sue sballate gerarchie a base di reddito e Pil dovremmo metterci tutti quanti, insieme a lei, sul banco degli imputati. E chiedere al governo italiano un impegno forte non solo nella campagna vaccinale domestica ma anche nella cooperazione internazionale: sarebbe la miglior risposta a chi vuole far girare le dosi di vaccino soprattutto dove girano i soldi.
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Fonte: Wired

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