Trump e le piattaforme: l’insostenibile leggerezza del rapporto tra big tech e politica

Trump e le piattaforme: l’insostenibile leggerezza del rapporto tra big tech e politica
11 Gennaio 2021 – 18:18

Se voleste una prova del fatto che i social media tendono a polarizzare le opinioni, vi basterebbe dare uno sguardo ai tweet degli ultimi due-tre giorni sulla sospensione dei profili di Donald Trump da Facebook, Twitter, YouTube e tutte le principali piattaforme web. Anche in questo caso è scontro, tra chi ritiene che il presidente sia stato censurato e chi si accora per spiegargli che non è affatto così, perché lui ha ripetutamente violato delle policy chiare e valide per ogni utente comune, portando all’assalto di Capitol Hill. Invece la decisione presa da Mark Zuckerberg, Jack Dorsey e gli altri uomini della Silicon Valley pone questioni più profonde, che liquidare con la dialettica censura sì/censura no è riduttivo. I fatti del 6 gennaio ci hanno dimostrato una volta per tutte che l’odio fomentato in rete può sfociare in iniziative collettive e pseudo-organizzate di estrema gravità. Sono state le piattaforme per prime a riconoscerlo, motivando la scelta di sospendere Trump con un “questo è troppo”. Non parliamo soltanto di quella grottesca adunata a Washington, ma di tutto quello che l’ha sospinta e che trova quotidianamente terreno fertile nelle parole dei leader politici, nei feed alimentati dagli algoritmi e nel dibattito in rete. In ballo ci sono il ruolo delle tech company, i meccanismi della democrazia, la sostenibilità del nostro sistema politico e sociale.
Perché non è censura (e arriva tardi)
Partiamo da quello che secondo molti sarebbe il tema più caldo, la censura, e diciamolo: non c’entra letteralmente nulla, come avvenuto quando le principali reti televisive non hanno trasmesso il discorso di Trump dopo la sua sconfitta. Il primo motivo è che Trump non è impossibilitato a esprimere le sue opinioni in assoluto, può farlo eccome. Per quanto Facebook e Twitter siano importanti, online ha a disposizione molti altri strumenti per parlare ai suoi sostenitori, dai siti come Breitbart ai giornali che riprendono le sue dichiarazioni (spesso senza filtri) per arrivare a social network alternativi come Parler. Offline ci sono reti televisive come Fox News, che ha dato un contributo sostanziale alla sua scalata e che potrebbe continuare a offrirgli un megafono.
Il secondo motivo è che Trump, ammesso che esprima un’opinione, lo fa minacciando, incitando all’odio, diffondendo notizie palesemente false, violando da tempo le policy delle piattaforme, che gli avrebbero concesso di farlo in virtù della sua carica. Anzi, se quelle policy valessero davvero per tutti e i capi delle piattaforme fossero così progressisti come molti repubblicani denunciano, l’oscuramento dei contenuti pubblicati da Trump e il blocco dei suoi profili sarebbe dovuto arrivare molto prima. Perché i social media non sono un giocattolo, come forse qualcuno ancora crede.
Perché Trump è stato sospeso
Questa è una delle prime implicazioni della faccenda: perché si è dovuto arrivare all’assalto di Capitol Hill, con i suoi 5 morti, per silenziare Trump su Facebook e Twitter? Una risposta è che si è oggettivamente oltrepassato un limite, che fino a pochi giorni fa era stato al centro delle preoccupazioni dei più attenti alla comunicazione sul web o al massimo agitato come spauracchio. L’odio online ha portato a un tentato golpe o comunque a un episodio senza precedenti nella storia americana, che era necessario contenere in ogni modo. “I rischi sono troppo grandi”, ha scritto Zuckerberg.
Un’altra risposta strettamente connessa è che, dinanzi a un fatto di tale gravità, l’associazione tra quanto detto da Trump sui social e quanto accaduto a Washington sarebbe stata inevitabile, oltre che giusta. A quel punto nessuna giustificazione da parte di Zuckerberg e Dorsey – che si trattasse di un errore algoritmico o di una presunta scelta etica – avrebbe mai potuto reggere agli occhi della maggioranza dell’opinione pubblica, così sono arrivate le sospensioni. Per contenere un attentato alla democrazia già scatenato e anche, se non soprattutto, per tutelare la reputazione delle aziende.
Perché non è stato fermato prima
L’attentato però era già scatenato e questo è accaduto perché Trump ha soffiato giorno dopo giorno su un fuoco già acceso nella società americana. Le piattaforme glielo hanno sempre permesso, perché vivono un conflitto di interessi che è una diretta conseguenza del loro modello di business. Se per attirare gli inserzionisti servono sempre più utenti attivi che rilascino dati, per attirare gli utenti ci vogliono contenuti impattanti e soggetti che li forniscano. Notizie tendenziose e opinioni polarizzate, come molti studi dimostrano, sono quelle che funzionano meglio e in questo Trump è un maestro, che diventa anche una gigantesca fonte di traffico, e quindi di introiti.
Ecco spiegato perché ha potuto fare i suoi comodi tanto a lungo, ma non si tratta soltanto di questo. Le piattaforme, e Facebook in primis, hanno in più occasioni dichiarato di non voler essere arbitri della verità, asserendo che se Trump dice qualcosa di falso non sta a loro silenziarlo, perché quello che dice è comunque “notiziabile”, ovvero di interesse pubblico. Un’argomentazione comoda ma non interamente falsa, che ci mette davanti a un primo ostacolo: è Facebook o un’altra piattaforma a stabilire che cosa è notiziabile e che cosa no? Un giornale può farlo, ma un giornale ha un’identità politica generalmente ben definita, ha dei concorrenti e soprattutto ha un numero di lettori che può arrivare a qualche centinaio di migliaia o a pochi milioni, non certo a centinaia di milioni. Senza contare che se prima del voto un qualunque giornale avesse ottenuto una lettera di Trump un’intervista esclusiva, per quanto odiose, le avrebbe quasi certamente pubblicate.
Perché le piattaforme non sono semplici editori
Qui entra in gioco l’annosa questione dell’identità delle piattaforme online, tra chi le vorrebbe come editori responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti, ovvero perseguibili per il loro operato rispetto alla moderazione dei contenuti, e chi, a cominciare da loro stesse, sostiene che non debba essere così in base alla sezione 230 del Communications Decency Act, attualmente in vigore negli Stati Uniti. Una dialettica riduttiva, che tende a semplificare temi enormi utilizzando su entrambi i fronti schemi insufficienti. La realtà è che Facebook e Twitter non possono essere considerati editori alla stregua, per dire, del Washington Post: sono troppo grandi, pervasivi e aperti.
Se un lettore può trovare nel New York Times una valida alternativa al Washington Post perché può leggervi cose simili, non può di fatto trovare un’alternativa a Facebook o a Twitter, perché dovremmo aver imparato che queste piattaforme tendono al monopolio e che quelle dominanti hanno pertanto caratteristiche estremamente peculiari, che è difficile trovare altrove. Se tutti gli utenti devono poter parlare liberamente di quello che vogliono e trovare i contenuti che più apprezzano, senza oltrepassare confini che sono razzismo, pedofilia, violenza, ecc., una policy non sarà mai articolata come una linea editoriale: non è la stessa cosa.
Perché le policy da sole non bastano
Facebook e Twitter sono aziende private, dunque sono libere di fare ciò che ritengono per i loro obiettivi e di dare regole agli utenti, che se non le rispettano sono esclusi. Questa è l’argomentazione con cui molti hanno liquidato il dibattito sulla sospensione di Trump, ma allora le regole dovrebbero essere uguali per tutti, mentre tanti utenti comuni vengono bannati e tanti altri inneggiano magari al nazismo senza conseguenze per errori commessi dalle piattaforme. E a monte ci sarebbe da chiedersi: queste ultime possono prendere unilateralmente decisioni quando intaccano il pubblico interesse e incrociano i processi della democrazia rappresentativa?
Sul fatto che Facebook e Twitter possano e, anzi, debbano darsi delle policy non ci piove. Vale nel merito: per esempio, le policy devono essere conformi alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, quindi non sono accettati incitamenti all’odio razziale. E fin qui tutto bene. Ma vale anche nel metodo: per esempio, se l’utente che incita all’odio ha una carica pubblica succede questo, se non lo è succede quest’altro, in questi casi si interviene e in questi no, oppure si valuta caso per caso in base ai seguenti criteri. Difficile credere che le piattaforme possano auto-regolamentarsi con efficacia e trasparenza, o comunque che le loro auto-regole siano eque. Per questo le policy dovrebbero essere definite entro confini che non siano tracciati soltanto dalle piattaforme stesse. Capiamo perché affrontando un ulteriore elemento di complessità, che è stato piuttosto ignorato nel dibattito che si è svolto dopo Capitol Hill.
Perché con la politica il discorso si complica
Per gli utenti devono esserci le stesse regole ma, piaccia o no, gli utenti non sono tutti uguali. Dobbiamo davvero ripetere che “uno non vale uno”? Se sei un privato cittadino o un ministro c’è differenza. Perché il ministro dovrebbe essere ancor più ligio del privato cittadino dandogli il buon esempio, ma anche perché il ministro ha un ruolo che proprio il privato cittadino gli ha attribuito. Va definito il come, ma da questo punto di vista è innegabile che per chi ricopre cariche istituzionali o ruoli politici di alto livello debba esserci un’attenzione diversa. Non significa che debba avere sconti, ma che si tenga conto della sua posizione, nel bene e nel male, e delle responsabilità della piattaforma relativamente ad essa. Entro quali limiti un politico può parlare ai suoi seguaci attraverso i social media va stabilito da qualche parte.
Torniamo a Trump, allora. Si tratta del presidente degli Stati Uniti, che su Twitter parla a circa 90 milioni di follower, moltissimi dei quali lo hanno votato democraticamente e credono in lui. Per quanto lui abbia incitato all’odio e violato le policy di Twitter, è giusto che sia l’azienda Twitter in ultima istanza a decidere di bloccarlo? E soprattutto, è giusto che l’unico motivo per cui viene bloccato sia la violazione della policy di un’azienda privata? In realtà Trump ha fatto qualcosa di molto più grave, non di fronte a un social network e al suo ad ma di fronte al sistema democratico che lo ha reso presidente, e in questo modo le sue responsabilità risultano largamente sottodimensionate. Quello che è successo chiama definitivamente in causa le piattaforme, per una moderazione dei contenuti discrezionale e sottovalutata, e la politica, per la comunicazione che fa e per le responsabilità che non si assume. L’avvio di un processo risolutivo non può prescindere da queste ammissioni ed è forse per questo che è così difficile iniziarlo.
Perché serve un inquadramento democratico
Se pensiamo al funzionamento della democrazia e lo rapportiamo alla grandezza e all’unicità di una piattaforma come Facebook, sostenere che in quanto privata è legittimata ad agire in base a una policy che tutti gli utenti accettano è troppo semplice. E con Trump siamo di fronte a un caso estremo, gigantesco, le cui sfumature interessano quotidianamente decine di politici, partiti, persone comuni. Se pensiamo alla rimozione di Casapound Italia, può valere lo stesso discorso: lungi da noi difendere una realtà del genere, ma i dubbi sulle modalità con cui la rimozione è arrivata restano. Il problema è quello della discrezionalità delle piattaforme (che a molti sembra andare benissimo, almeno finché non verrà toccato quel che piace a loro) e della loro esclusività, perché di fatto nessun altro soggetto ha voce in capitolo al momento.
Sia chiaro ancora una volta. Non si tratta di difendere Trump, che è stato giustamente sospeso come doveva avvenire molto tempo prima, ma di fissare il perché dovesse andare proprio così. Non si tratta di dire tutto quel che si vuole online in nome di una libertà di espressione interpretata come lasciapassare, ma di stabilire chi decide che non posso farlo e perché, soprattutto se ho un ruolo attribuito da un processo democratico istituzionalizzato. E allora, almeno per ciò che intacca quel processo, i privati dovrebbero attenersi a principi e linee guida superiori, che siano emanazione del processo stesso. Altrimenti gli stiamo delegando qualcosa che, per quanto possano amministrarlo bene grazie ai dati che posseggono e alle previsioni che sono in grado di elaborare, non è giusto amministrino in via esclusiva.
Perché la politica deve agire adesso
Il paradosso è che, dopo il caso Cambridge Analytica e i molti altri nodi venuti al pettine negli ultimi anni, sembra che di tutto questo non si sia ancora consapevoli. Il paradosso è che per questo motivo, qualunque cosa facciano, le piattaforme online – Facebook in particolare – sbagliano: prima ci si lamenta che non oscurino Trump, poi una buona volta lo fanno e anche gli oppositori del tycoon gridano alla censura, mentre i suoi sostenitori boicottano i social network. Il paradosso è che la politica, la stessa che è oggetto e causa di tante controversie, spesso si limita a plaudire le piattaforme o a processarle per la violazione di regole che non si è mai preoccupata di dargli, cedendo quelli che nel 21esimo secolo sono pezzi fondamentali di sovranità. La vera domanda è: che cosa stiamo aspettando? A suo tempo lo stesso Mark Zuckerberg scrisse sul New York Times “aiutateci”. Può far sorridere e fa certamente parte della sua recita, ma una verità di fondo c’è: ovvero che un’azienda non può assumersi determinate responsabilità. È noto che le piattaforme online non amano farsi dare regole ma per queste particolari circostanze, e a maggior ragione dopo i fatti di Capitol Hill, potrebbero preferirle al buio in cui tutti stiamo vagando.
Si spera che questa sia l’occasione definitiva perché la politica arrivi ad occuparsi dell’intreccio tra processi democratici e social media. Vanno introdotte nuove categorie al passo coi tempi per definire le Big Tech e considerarle per ciò che realmente sono. Va definito un quadro normativo che dia criteri di allineamento, chiarendo la funzione sostanziale di una moderazione dei contenuti accorta, diffusa e rapida. Vanno coinvolte le aziende in un confronto che, con la regia dei governi, porti a delle soluzioni condivise ed efficaci, all’insegna della trasparenza sui dati e le metodologie predittive. Va trovato un approccio collaborativo che non si basi sulla volontà di imbrigliare le piattaforme ma di perimetrarle e magari ridimensionarle, perché non servono né aziende senza limitazioni né uno Stato oppressore. Andrà costituita un’autority indipendente che possa fungere da organo di garanzia per gli utenti (compresi i politici), le aziende e la democrazia? Si vedrà. La parola d’ordine è soltanto una: muoviamoci. Perché non è una questione soltanto tecnologica e nemmeno soltanto politica: è una questione di sostenibilità sociale.
L’articolo Trump e le piattaforme: l’insostenibile leggerezza del rapporto tra big tech e politica è stato pubblicato originariamente su Tech Economy 2030 – Digital transformation for sustainability.

Fonte: Techeconomy

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