La promessa del vaccino contro Covid-19 a dicembre è un’illusione politica

La promessa del vaccino contro Covid-19 a dicembre è un’illusione politica
27 Ottobre 2020 – 9:04

(foto: Paul Biris/Getty Images)Prima doveva essere pronto a inizio autunno, poi (secondo Donald Trump) entro le elezioni presidenziali oltreoceano del 3 novembre. Il governo italiano durante la primavera e l’estate lo aveva promesso in tempo utile per anticipare e scongiurare la seconda ondata di epidemia. E proprio pochi giorni fa il premier Giuseppe Conte ne ha annunciati “due o tre milioni di dosi” per “l’inizio di dicembre”, confermando nell’ultima conferenza stampa di domenica scorsa la sua previsione secondo cui ci sarà “già a dicembre l’arrivo delle prime dosi del vaccino”.
Più che scienza, o conoscenza dettagliata degli iter di approvazione, è evidentemente politica. Non si può mettere in dubbio che diverse soluzioni vaccinali abbiano raggiunto una fase molto avanzata di sperimentazione, e che siano potenzialmente prossime a ricevere l’approvazione, sempre ammesso (ma non concesso) che la fase 3 di verifica di efficacia dia i risultati sperati. Ed è pure vero che diverse case farmaceutiche hanno già iniziato a sfornare dosi in gran quantità, con l’idea di accorciare i tempi una volta ricevuto il via libera, nonostante il rischio di dover buttare via tutto qualora l’approvazione fosse negata.
Ma in ogni caso, anche al di là di quanto scritto negli accordi contrattuali europei a cui Conte ha più volte fatto riferimento, annunciare una svolta significativa già entro la fine di quest’anno è semplicemente inverosimile, per diverse ragioni.
Senza entrare nel merito delle singole soluzioni vaccinali in fase di sperimentazione (lo abbiamo già fatto qui), in sostanza nessuna casa farmaceutica parla di avvio della distribuzione prima di Natale. Più verosimilmente, si parla dei primi mesi del 2021, forse anche della primavera. L’idea che si possa trovare il vaccino sotto l’albero, dunque, sembra più una speranza da scrivere nella letterina che un plausibile scenario futuribile. O un modo per infondere ottimismo in un momento delicato e critico. Un po’ come sostenere che già il prossimo 24 novembre la situazione epidemiologica italiana possa essere molto migliore di quella attuale grazie alle misure dell’ultimo Dpcm.
Lo strano concetto di prime dosi

A più riprese il governo ha parlato del vaccino riferendosi alle “prime dosi”, e chiarendo che sono destinate a categorie fragili o strategiche, come gli operatori sanitari. Se l’eventuale disponibilità di uno o due milioni di dosi sarebbe senz’altro significativa, perché permetterebbe (comunque non subito, come vedremo) di coprire una fetta non trascurabile di popolazione, non altrettanto si potrebbe dire se queste prime dosi fossero un numero simbolico, come può essere quello di un trial di sperimentazione. Dovesse arrivare qualche migliaio o decina di migliaia di dosi, in altri termini, l’impatto sulla diffusione dell’epidemia in Italia sarebbe sostanzialmente insignificante.
Giuseppe Conte in conferenza stampaLe caratteristiche dei vaccini
Completamente trascurato, nella retorica del vaccino a dicembre, è il modo in cui il processo di immunizzazione potrebbe funzionare. Qui il condizionale resta d’obbligo, perché i protocolli di distribuzione e somministrazione possono arrivare solo in seguito (o meglio, contestualmente) all’approvazione del vaccino, che come ben noto ancora non c’è. Da quanto si è appreso finora, però, si ritiene probabile che occorrerà sottoporre ogni persona a due diverse iniezioni vaccinali, adeguatamente distanziate nel tempo, e che per arrivare ad avere una copertura dall’infezione del Sars-Cov-2 possano servire alcune settimane dalla seconda iniezione. Dunque, anche ipotizzando che qualcuno venga effettivamente vaccinato per la prima volta entro lo scadere del 2020, difficilmente si potrà avere una copertura vaccinale effettiva prima di febbraio.
L’enorme problema della logistica
La questione è sotto gli occhi di tutti in questi giorni: persino per il vaccino antinfluenzale – teoricamente disponibile e anzi suggerito per tutte le categorie a rischio – la possibilità di accedere alla vaccinazione è preclusa a gran parte della popolazione. Ci sono ritardi, inghippi burocratici, un numero insufficiente di dosi e difficoltà operative nella distribuzione. Di nuovo: un conto è l’atto simbolico di dare il via alla campagna vaccinale con le prime somministrazioni, un altro è distribuire le dosi sul territorio e somministrarle, in modo da poter avere un impatto non per forza significativo ma almeno percettibile sull’evoluzione dell’epidemia. E questo per Covid-19 non potrà certo accadere a dicembre, e nemmeno a gennaio.
Secondo le stime a oggi ritenute più attendibili, anche nell’ipotesi più ottimista (ossia che almeno uno dei vaccini che ha raggiunto l’ultima fase della sperimentazione sia approvato a breve) il grosso delle vaccinazioni non avverrà prima del secondo semestre del 2021. Certamente dare la precedenza a pazienti fragili e operatori sanitari può aiutare a massimizzare il risultato già nella prima fase di distribuzione, ma comunque occorre tenere conto che ciò non può bastare per arginare la circolazione generale del virus presso la popolazione.
Inoltre, a seconda di quale vaccino sarà approvato, potrebbero cambiare di molto anche le necessità pratiche per la somministrazione. Basta pensare, per esempio, che alcune formulazioni richiedono di essere conservate a temperature bassissime, e dunque creerebbero non banali problemi nel mantenimento della catena del freddo.
(immagine: Getty Images)Tutti i nodi irrisolti dei vaccini
L’altra illusoria rassicurazione implicita che in tutto il mondo viene ribadita è che il vaccino possa essere la panacea di tutti i mali e l’arma sufficiente per sconfiggere la pandemia. Purtroppo però le questioni incerte sono ancora molte. Oltre al fatto che, come per tutti i vaccini, l’immunità non sarà garantita al 100% e per il 100% dei vaccinati, in questo caso specifico non è noto quanto a lungo permanga l’immunità acquisita (potrebbe essere appena di qualche mese, come accade per gli anticorpi sviluppati in seguito all’infezione virale), non è chiaro se il vaccino possa davvero scongiurare di contrarre Covid-19 o solo alleviare il quadro di sintomi che si manifestano, e non si è ancora stabilito se sia utile anche a impedire il contagio da persona a persona oppure no. In pratica, dunque, anche in un’ipotetica utopia in cui tutti fossero vaccinati in un batter d’occhio non è affatto detto che il problema sarebbe risolto.
Insomma, associare retoricamente l’arrivo del vaccino alla svolta, al plot twist della pandemia, pare a sua volta una promessa chimerica. Che tutti sperano possa tradursi in realtà, naturalmente, ma che le evidenze scientifiche a oggi disponibili sembrano invece piuttosto escludere.
Attrezzarsi per la terza ondata
In fondo questa rincorsa alla data di arrivo del vaccino sembra quasi un modo per negare ciò che la comunità scientifica (salvo sparate individuali) ha sempre sostenuto. Per la seconda ondata, o per la stagione fredda appena iniziata, il vaccino non sarà uno strumento a disposizione per contrastare la pandemia, se non eventualmente, in modo molto limitato, nella fase finale del picco. Nella gestione epidemica a breve termine, insomma, dovremo agire come se il vaccino nemmeno fosse in sperimentazione.
Ciò su cui occorre lavorare, e con tempi molto più stretti di quanto si possa credere, è sul preparare il terreno nel migliore dei modi per minimizzare l’effetto della terza ondata, mentre con misure di emergenza si tenta contemporaneamente di limitare i danni della seconda. In questo senso ben poco cambia se l’arrivo delle prime dosi sarà qualche settimana prima o qualche settimana dopo: a fare la differenza sarà il numero di dosi di cui potremo disporre a medio termine, la strategia con i cui le dosi stesse saranno distribuite sul territorio e somministrate alle fasce di popolazione più opportune, l‘efficienza logistica e burocratica della macchina sanitaria, e la necessaria concomitanza di altre misure di contenimento.
Certo, l’esempio dell’vaccino antinfluenzale di queste settimane non è un buon auspicio su quanto sarà efficiente la gestione dell’anti-Covid-19 quando finalmente lo avremo a disposizione, né lo è l’evidente assenza di una strategia pianificata per tempo sulla gestione nazionale della seconda ondata. Più che fare promesse sulle date, che peraltro non dipendono dall’azione del governo ma dagli iter di approvazione delle autorità regolatorie, sarebbe forse utile – e anche incoraggiante – conoscere un dettagliato piano strategico (nazionale e regionale) di gestione dei vaccini, magari più efficiente e predisposto a tempo debito di quanto fatto con i banchi monoposto nelle scuole o con il rafforzamento delle terapie intensive negli ospedali.
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Fonte: Wired

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