Chi ha fatto meglio nel digitale tra Biden e Trump?

Chi ha fatto meglio nel digitale tra Biden e Trump?
27 Ottobre 2020 – 9:03

A quasi una settimana dall’Election Day, la campagna elettorale dei due candidati alle presidenziali americane sta per volgere al termine. È ancora possibile che, nei prossimi giorni, vengano alla luce delle rivelazioni sorprendenti, nell’ottica di quella che politici ed elettori americani conoscono come October Surprise (anche se, tra l’annuncio della positività di Trump al Covid, l’inchiesta del New York Times sui conti di Trump e l’articolo del New York Post su Hunter Biden, di colpi di scena nell’ultimo periodo ce ne sono già stati molti). In ogni caso, i tempi sono maturi per poter fare un bilancio delle strategie digitali usate dai due comitati elettorali in vista del 3 novembre.
Qui Trumplandia
La campagna digitale 2020 di Trump, soprannominata amichevolmente dal suo fautore Brad Parscale Death Star, è stata molto simile a quella che l’ha portato alla vittoria nel 2016. Fino a luglio infatti, il direttore dell’intera campagna elettorale è stato lo stesso Pascale, responsabile nel 2016 di Project Alamo, la strategia digitale che ha portato Trump alla Casa Bianca. Dopo il disastroso comizio di Tulsa (quello boicottato dai fan del K-pop su TikTok), Pascale è stato però costretto a fare un passo indietro, lasciando il posto a Bill Stepien. La campagna digitale, nel suo complesso, non ha quasi risentito di questo cambiamento interno e sono continuati, sulla scia di quattro anni fa, i grandi investimenti su Facebook e Google (fino a settembre si parlava di 170 milioni di dollari), combinati con un rinnovato interesse per YouTube e le sue potenzialità, soprattutto per arrivare agli elettori più giovani. In particolare, lo staff di Trump ha scelto due momenti chiave per consolidare l’impatto del presidente su YouTube: durante la convention repubblicana – ma è riuscita persino a mantenere stabile la sua presenza durante la convention democratica – e nei giorni precedenti al primo dibattito presidenziale, con un takeover di ventiquattr’ore dell’homepage di YouTube. In quest’occasione, il canale di Trump ha diffuso vari spot: in uno di questi appare Gary Lamb, un camionista afroamericano che ringrazia il presidente per avergli dato una “seconda possibilità” dopo aver lottato contro un periodo di depressione e difficoltà economica (il video s’intitola “Vedo una via d’uscita”).

Un altro è dedicato ai cosiddetti accordi di Abramo, lo storico accordo diplomatico tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Stati Uniti. In un altro ancora, la campagna Trump attacca Biden sul presunto uso di un gobbo nei suoi interventi (un’accusa smentita dallo staff dell’avversario). Secondo Bloomberg, Trump si è inoltre assicurato la homepage di YouTube nei primi giorni di novembre, a ridosso del giorno delle elezioni. In questo modo, Trump e il suo team sperano che la quasi totalità della sua base elettorale si rechi alle urne (o alle loro cassette postali), cercando di attirare nel frattempo anche qualche elettore in bilico.
Nonostante questo grande dispiegamento di forze sul web, la strategia di Trump potrebbe non dare i suoi frutti. Difatti, nelle ultime settimane, le reazioni di Facebook e Twitter ai post di Trump di misinformazione sul Covid e del New York Post sul presunto scandalo che riguarda Hunter Biden, il figlio di Joe, sono la dimostrazione che qualcosa sta cambiando. Il post in questione, in cui Trump affermava che l’influenza stagionale sarebbe più letale del coronavirus, è stato rimosso da Facebook, mentre Twitter si è limitato ad aggiungere un’etichetta che mette in guardia gli utenti da informazioni false o inesatte sull’epidemia. L’etichetta – adottata anche da Facebook per combattere la disinformazione sul funzionamento del voto per posta – appare agli utenti come preview del post, ma è comunque possibile accedere al post cliccandoci sopra. Inoltre, Twitter aveva inizialmente impedito la diffusione di un altro contenuto, quello sulle indiscrezioni del New York Post, optando in seconda battuta per un’altra etichetta che indicherebbe la presenza di “materiale hackerato”. Sempre in vista delle elezioni americane, negli ultimi giorni Twitter ha inoltre limitato l’uso del bottone “Retweet”, privilegiando la funzione “Retweet con commento”.
Su Facebook, dopo lo scandalo Cambridge Analytica e varie altre accuse incrociate politiche, i controlli sono diventati più stringenti – o almeno, così ci viene detto. “Rispetto al 2016, le elezioni sono cambiate, e così anche Facebook: quello che è successo con Cambridge Analytica oggi non potrebbe succedere. 35mila persone stanno lavorando all’integrità della nostra piattaforma e alla creazione di un archivio dei post di materia elettorale”, ha dichiarato un portavoce di Facebook a Channel4. In quest’ottica, Facebook proibirà anche la pubblicità politica da parte di entrambi i candidati nella settimana prima delle elezioni, dal 27 ottobre al 3 novembre. Twitter, invece, che durante la degenza del presidente sembrava essersi trasformato nel suo diario segreto, deve fare i conti con fenomeni alquanto bizzarri: sotto i post di Trump, infatti, molti utenti hanno postato degli strani messaggi in amarico e punjabi, corredati da inquietanti immagini di fantasmi. Fortunatamente, come ha rivelato The Atlantic, si tratta di una serie di innocui troll.
E Joe Biden?
Diversamente dalla quella dei repubblicani, la campagna digitale dei democratici si è dimostrata molto più dinamica e originale: con 60 milioni di dollari investiti, Biden non è solo attivo su Facebook e Twitter, ma anche su Instagram Reels, Twitch e persino su Animal Crossing. Il digitale, visto un tempo come uno dei punti deboli delle campagne dei candidati democratici, è diventato uno dei suoi punti vincenti, passando da 19 addetti impiegati a questo fine lo scorso marzo a più di 200 persone impegnate nei campi della comunicazione digitale, dell’organizzazione e della raccolta fondi. Il team di Biden ha inoltre puntato soprattutto sugli aspetti che fanno dell’ex vicepresidente un personaggio politico riconoscibile: la sua empatia, la sua calma e la sua capacità di entrare in contatto con gli elettori. Spesso i suoi post si sono limitati a riutilizzare le parole spese da Trump contro di lui, senza rispondere al fuoco con il fuoco. Un esempio: al video in cui Trump afferma che, in caso perdesse, non si farebbe mai più vedere, il comitato di Biden ha semplicemente aggiunto il classico messaggio che accompagna ogni spot elettorale, “Sono Joe Biden e approvo questo messaggio”. Il video ha ricevuto in poco tempo più di 15 milioni di visualizzazioni su Twitter.

I’m Joe Biden and I approve this message. pic.twitter.com/TuRZXPE5xK
— Joe Biden (@JoeBiden) September 20, 2020

“Siamo perfettamente coscienti del fatto che far arrabbiare e indignare le persone sia una strategia molto potente” ha raccontato a Politico Caitlin Mitchell, consulente senior della strategia digitale di Biden, aggiungendo però che “fin dall’inizio abbiamo deciso che non avremmo adottato quell’approccio”. E aggiunge che il video in cui Biden annuncia a Kamala Harris di esser stata scelta come candidata vicepresidente è l’esempio lampante di come anche i contenuti piacevoli possano diventare virali.
Il team di Biden ha anche creato una app, VoteJoe, che indica agli utenti chi tra i loro contatti non è un elettore abituale per ricordargli di andare a votare. Il candidato dei democratici ha anche dalla sua parte vari gruppi di volontari su Mobilize e il sostegno – spesso riluttante – degli utenti di TikTok che hanno diffuso gli hashtag #settleforBiden e #LEG2020. Votare per Biden, o meglio accontentarsi di Biden, sarebbe infatti il male minore o, come spiega la conduttrice di un podcast diventata virale su TikTok, meglio “prendere una pallottola nella gamba piuttosto che al cuore”. In seguito agli scandali legati alla vendita dell’app, nessuno dei due candidati ha aperto un profilo TikTok: Trump ha preferito pubblicare video su Triller, il rivale statunitense di TikTok, mentre Biden ha chiesto ai membri del suo staff di disinstallare l’app.
Infine, in aiuto a Biden è arrivato anche il Lincoln Project, un comitato di repubblicani anti-Trump che con i loro aggressivi spot vogliono convincere altri compagni di partito a votare per Biden, usando le stesse armi che gli strateghi del Gop hanno sempre usato per ostacolare i candidati democratici. Un altro obiettivo – e forse quello più sorprendente – del Lincoln Project è mettere in crisi l’autostima del presidente: in questo senso probabilmente l’organizzazione sta avendo degli ottimi risultati, dato che  è presto stata ribattezzata da Trump il “Losers Project”.  Fondato da otto repubblicani e annunciato con un editoriale del Times a dicembre dello scorso anno, il comitato conta ora 35 membri, tutti scontenti del fatto che l’unico punto del programma politico del partito per il prossimo mandato sia di fatto la fedeltà al presidente Trump. Da gennaio, il Lincoln Project ha diffuso più di un centinaio di spot pubblicitari, che solo su YouTube hanno ricevuto 140 milioni di visualizzazioni. Ad oggi, il Lincoln Project ha 2.5 milioni di follower su Twitter, esattamente la stessa cifra del profilo ufficiale del Partito repubblicano. Di recente Ivanka Trump e suo marito Jared Kushner, consiglieri senior della Casa Bianca, hanno minacciato di portarlo in tribunale se non rimuoverà due normi billboard da Times Square a New York, in cui li accusa di “indifferenza” verso il popolo americano.
 
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Fonte: Wired

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