Sostenibilità: di che cosa e per chi?

Sostenibilità: di che cosa e per chi?
16 Ottobre 2020 – 12:18

Dai tempi del famoso rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972 e del rapporto Bruntland del 1987 fino al lodevole tentativo di formalizzare, e soprattutto misurare, le questioni più importanti attraverso i “sustainable development goals” (SDG) del 2015 si è parecchio diffusa l’idea che qualcosa debba cambiare nei comportamenti individuali e collettivi per evitare di esaurire le risorse che la natura ci ha messo a disposizione e che, in molta parte, sono essenziali per la nostra sopravvivenza, ma soprattutto per garantire ai nostri successori condizioni di vita accettabili. Il tema della “sostenibilità” è diventato un argomento molto citato e discusso. Spesso però le citazioni e la discussione si svolgono sulla base di prese di posizione molto più ideologiche che razionali.
Inoltre, si ha spesso l’impressione che il discorso sulla sostenibilità soffra di una accentuata sindrome NIMBY (not in my backyard), per la quale possibili soluzioni o proposte considerano quasi esclusivamente “il mio giardinetto” e non riescono ad avere una visione globale dei problemi o dei possibili rimedi (messo che esistano o siano praticabili).
Un esempio: è vero che auto elettriche rendono giustizia all’ambiente e all’aria che respiriamo, ma se si vanno a vedere gli studi sull’impatto globale del loro intero ciclo di vita (dalla costruzione allo smaltimento) le cose forse non sono poi così “semplici”. Pensiamo solo a quel che succede nelle miniere dei minerali usati per le batterie (litio, cobalto, nickel ecc.) e proviamo a chiederci quanto queste siano “socialmente sostenibili”. E la pandemia che abbiamo e stiamo affrontando ha portato, nel suo periodo di massima intensità e di chiusura forzata di molte attività, a un sicuro beneficio per le condizioni di inquinamento ambientale, ma ha avuto (e purtroppo avrà ancora) effetti disastrosi sull’economia e su molti rapporti sociali. Considerazioni volutamente provocatorie ma che segnalano l’esigenza di un cambio deciso di ottica.
Il mondo del turismo, in quanto mondo che comprende attività umane spesso considerate se non essenziali comunque di grande rilevanza non poteva ovviamente mancare all’appello. E “sostenibilità” è diventato un mantra: la ricerca “sustainable tourism” su Google ritorna oltre 300 milioni di risultati. In questo mondo, peraltro, le questioni di sostenibilità, tanto invocate e di particolare rilevanza, portano a paradossi ancor più evidenti.
Alcuni contributi, come quello di Edoardo Colombo o il pezzo di apertura di questo canale di Stefano Epifani sono molto interessanti, ma, a mio parere, per un discorso corretto sul tema bisogna considerare alcune questioni importanti, sulle quali riflettere in maniera più approfondita.
La prima è che abbiamo a che fare con fenomeni e sistemi complessi. Complesso non vuol dire, come nel linguaggio corrente, qualcosa che non si riesce bene a capire, ma qualcosa con una caratterizzazione ben precisa. Qui per complesso si intende un sistema composto da un certo numero di parti, anche diverse fra di loro, che interagiscono in maniera dinamica con relazioni non lineari che danno origine a fenomeni di auto-organizzazione (di strutture e di comportamenti). Un tale sistema, poi, ha caratteristiche di robustezza verso possibili shock (eventi) interni o esterni, e allo stesso tempo di fragilità: a volte scosse anche piccole hanno, quasi inspiegabilmente, effetti dirompenti. In questo ambito bisogna adottare un approccio olistico. Sistemi complessi, infatti, non possono essere scomposti e ricomposti a piacere e quindi soluzioni parziali sono logicamente e concretamente impraticabili. Un sistema complesso è poi un sistema aperto, con continue interazioni con l’ambiente nel quale è inserito, e lontano dall’equilibrio perché dotato di caratteristiche dinamiche che accentuano questo aspetto.
Ora, il discorso sulla sostenibilità si basa essenzialmente sulla ricerca dell’equilibrio fra varie componenti (ambiente, società, economia ecc.), e questo fatto pone dei seri problemi. Per esempio, molti dei SDG sono palesemente contrastanti e pongono il problema di trovare dei compromessi, non sempre poi facilmente risolvibili. A volte sembrano giocare il ruolo del lampione sotto il quale l’ubriaco cerca le chiavi di casa.
Altra questione è che le idee e gli obiettivi di sostenibilità nascono e si vogliono rendere compatibili, con il paradigma corrente di crescita economica liberista e si basano sull’idea che l’innovazione tecnologica e scientifica per come la viviamo sia in grado di risolvere i problemi umani (ambientali, economici, culturali e politici).
Infine, in moltissimi dei discorsi che si fanno, il ruolo delle tecnologie contemporanee pare, se non proprio dimenticato, messo in secondo piano e poco ci si riflette, a parte alcune, ma troppo poche, lodevoli eccezioni. Per di più le tecnologie, quando le si considera, vengono viste in maniera strumentale, come “attrezzo” che possa servire in qualche modo a risolvere problemi o facilitare azioni. Eppure, prendendo per buone le considerazioni di Luciano Floridi e gli studi di altri, l’idea che siamo inseriti in ecosistemi digitali nei quali le componenti fisiche e quelle virtuali sono di fatto inseparabili, dovrebbe far meditare molto più a fondo sul ruolo che il mondo tecnologico dovrebbe e potrebbe giocare, come componente allo stesso livello delle altre.
In un approccio sistemico non è possibile attribuire alla “sostenibilità” un valore uniforme universale. Situazioni, attori, dinamiche sono molto diverse a seconda dei vari ambiti e dei vari ambienti, così che bisogna cominciare a definire, a parte che cos’è, anche di che cosa e per chi.
Senza una visione “larga”, e allo stesso tempo ben caratterizzata, il rischio, soprattutto per il mondo del turismo, è di cadere nella famosa tragedia dei beni comuni che Hardin aveva ben sottolineato. E che nel turismo che è stato ha prodotto, per esempio, fenomeni di overtourism o di spreco di risorse.
Forse un buon approccio è proprio questo, quello di considerare il turismo, in tutte le sue componenti, fisiche o virtuali che siano, come bene comune e di ragionare sulle possibili vie di uscita magari attingendo ai concetti espressi da chi, come Elinor Ostrom, ha proposto il superamento della dicotomia dominante alla base di questi discorsi, quella fra stato e mercato, ripensando rapporti, relazioni e interazioni in maniera tale da evitare la tragedia pensando a nuove forme di governo. E in questo, come parte della ricerca ha mostrato da tempo, le componenti tecnologiche giocano un ruolo fondamentale sia, ovviamente, come substrato abilitante la trasmissione di informazioni e conoscenza, sia, in maniera più sostanziale, come parti integranti e attive di un ecosistema digitale complesso.
In questo quadro la visione deve essere “larga” non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Infatti, se svilupparsi in maniera sostenibile significa soddisfare “le necessità delle attuali generazioni senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le proprie”, bisognerà mettere in campo attività non comuni di “previsione” (o meglio di costruzione di scenari) per capire quali siano queste future necessità, e avere una chiara visione strategica per il lungo periodo.
L’auspicio, e lo sforzo al quale cercherò di contribuire, è quello di ragionare in maniera critica e costruttiva sul tema della sostenibilità evitando i tanti, troppi, atteggiamenti ideologici che ne hanno fatto uno slogan molto popolare, ma spesso a sproposito.
L’articolo Sostenibilità: di che cosa e per chi? è stato pubblicato originariamente su Tech Economy 2030 – Digital transformation for sustainability.

Fonte: Techeconomy

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte di BestAll. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi