E se il problema della polizia fosse l’addestramento?

E se il problema della polizia fosse l’addestramento?
17 Settembre 2020 – 9:03

Un agente di polizia di Salt Lake City, negli Stati Uniti, ha sparato diversi colpi di pistola a un tredicenne disarmato. Il fatto è avvenuto la notte di venerdì 4 settembre, ma la notizia è stata diffusa dai media appena quattro giorni dopo. Il ragazzo si chiama Linden Cameron ed ha problemi mentali, alcuni dei quali legati alla sfera autistica. È ferito ma è vivo, ricoverato all’ospedale per lesioni a una spalla, alle caviglie, all’intestino e alla vescica. Le dinamiche precise devono ancora essere chiarite – stando ad alcune versioni dell’accaduto l’adolescente avrebbe mostrato un comportamento aggressivo – ma finora non è stata trovata alcuna arma che potesse rappresentare una minaccia. A chiamare la polizia è stata proprio la madre, che chiedeva aiuto per portarlo in ospedale. Ora all’ospedale Cameron si trova ad affrontare le ferite provocate dai proiettili sparati da chi era stato chiamato a proteggerlo.
È solo l’ennesimo caso di comportamento violento da parte delle forze dell’ordine, che negli Stati Uniti ultimamente è messo in risalto dalle proteste del movimento Black Lives Matter, ma non è certo una novità nemmeno in Italia.
Manifestazione di protesta per l’uccisione di Daniel Prude da parte della polizia di Rochester (foto: MARANIE R. STAAB/AFP, Getty Images)Le forze di polizia ricevono un addestramento preciso e complesso per proteggere i cittadini: com’è ovvio, però, se un poliziotto non trova altra soluzione che non sia sparare a un ragazzino di tredici anni per neutralizzare una minaccia… abbiamo un problema. Come abbiamo un problema, per restare in Italia, anche quando in carcere qualcuno viene picchiato o ucciso, o banalmente umiliato da quelle forze dell’ordine che dovrebbero garantire non solo sicurezza, ma anche serenità sociale dei cittadini.
E se fosse proprio l’addestramento al centro del problema? Ne è convinto Charlie Barnao, professore di sociologia all’Università Magna Graecia di Catanzaro. Barnao ha una storia particolare: studia da decenni la mentalità fascista nelle forze armate, più precisamente da quando ha intrapreso il servizio militare nei paracadutisti della brigata Folgore. Una scelta insolita per una persona dichiaratamente antifascista: ma antifascista lo era anche il nonno di Barnao, uno dei primi parà proprio della Folgore.
Forse diamo per scontato un certo estremismo di destra nell’esercito, soprattutto in battaglioni noti per aver ostentato simboli e atteggiamenti fascisti. Eppure non dovrebbe essere così. Così come non dovrebbe essere scontato pensare all’addestramento come una preparazione alla brutalità. Parlando con Wired, Charlie Barnao ha precisato un po’ di cose su uno dei temi più discussi dell’attualità internazionale.
 
Rispetto alla polizia, cosa c’entra l’addestramento dell’esercito?
“In Italia la stragrande maggioranza di tutti i concorsi prevede un accesso privilegiato o addirittura esclusivo da chi arriva dall’addestramento militare. Incluse le forze di polizia. L’ipotesi di fondo della mia ricerca è che gli episodi sadici e di violenza incontrollata che purtroppo talvolta caratterizza l’operato degli agenti di polizia e dei militari è legato a un tipo di addestramento. Che ha delle caratteristiche ben precise. Ci sono anche ragioni storiche per cui è stato scelto questo tipo di addestramento, e non solo in Italia”.
Ma stiamo parlando di Italia, Europa o Stati Uniti?
“Ho studiato in particolare i modelli addestrativi italiano, francese, quello dei Marine americani e quello inglese. Hanno tutti caratteristiche quasi identiche. L’unico modello addestrativo non esplicitamente autoritario ma più flessibile è quello tedesco, almeno in teoria”. 
Carabiniere si esercita con il taser – crediti: by Salvatore Laporta/KONTROLAB /LightRocket, Getty ImagesPerché secondo lei il problema è legato soprattutto all’addestramento?
“Pensiamo agli episodi di violenza sadica come il caso di Stefano Cucchi, il caso di Federico Aldrovandi, ma anche di George Floyd o le torture perpetrate dai soldati americani in Iraq o Afghanistan nei confronti dei civili. Oppure alle torture applicate dai nostri militari in Somalia durante la missione Ibis. O ancora, le torture nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova. Sono tutte tessere dello stesso mosaico. Fanno capo allo stesso modello di addestramento che privilegia certe caratteristiche della personalità ben precise, che sono molto vicine alla Scala F di Adorno, quelle del fascismo.
La mia tesi è che questo tipo di addestramento non funziona bene. In situazioni di particolare stress, rispetto allo stimolo e risposta, non riesce a essere efficace negli scenari in cui questi militari e agenti devono intervenire. Situazioni dove c’è una grande difficoltà nel riuscire a discriminare i vari stimoli esterni, con una grande confusione tra chi è il nemico e chi è il civile. Ciò porta a situazioni di particolare stress e a episodi di violenza incontrollata. Per questo è proprio l’addestramento ad essere il problema”.
E il razzismo? E l’estremismo politico?
“Nel caso della morte di George Floyd, per esempio, c’entra sicuramente il razzismo. Ma la variabile su cui mi voglio concentrare è l’addestramento. È quello che ti fa individuare il nemico in maniera sbagliata. Non c’è solo il razzismo riguardante casi come quello di Floyd. C’è anche un altro tipo di razzismo, come nel caso di Cucchi, che era considerato un tossico. Si tratta dello stesso tipo di processo mentale. La costruzione del capro espiatorio è strettamente collegato alla mentalità fascista e nazista (vedi gli ebrei).
Di volta in volta si individua una categoria su cui sfogare le proprie frustrazioni con delle competenze tecniche acquisite durante l’addestramento. La tesi di fondo della mia ricerca è che i militari stessi sono torturati. Il tipo di addestramento che ricevono ha delle caratteristiche ben precise, studiate a tavolino. Hanno delle fasi, delle dinamiche con l’istruttore che coincidono con quelle della tortura. Leggendo i resoconti delle torture perpetrate a Bolzaneto, per esempio, è evidente dell’armonia organizzata: non facevano cose a caso. Le stress position utilizzate sono tecniche apprese ma anche subite”. 
(foto: Salvatore Laporta/KONTROLAB /LightRocket, Getty Images)Ma da dove deriva questo tipo di addestramento?
“Ci sono delle ragioni storiche. L’addestramento militare è funzionale alla guerra che bisogna combattere e si punta a ottenere un certo tipo di soldato. Fino alla Prima guerra mondiale si puntava alla formazione di un soldato che avesse caratteristiche utili al corpo a corpo. Con la Seconda guerra mondiale si forma la cosiddetta techno-war, grazie alle nuove tecnologie. Questo soldato tecnologico si va a schiantare nelle guerre di Corea e Vietnam. L’addestramento era inadeguato alla guerra sporca, al corpo a corpo e alle torture fisiche e psicologiche. L’esercito quindi si adegua.
Il programma tutt’ora presente nell’esercito italiano punta a blindare la mente dei soldati, con una mente invulnerabile. Il soldato non deve essere empatico e riflessivo, ma super resistente fisicamente e psicologicamente. Grazie al lavaggio del cervello messa in atto durante la Guerra fredda nasce il programma Sere: Survival, Evasion, Resistance, and Escape. In questo programma i soldati vengono torturati per resistere alle torture”. 
Un po’ come il primo tempo di Full Metal Jacket…
“Esatto. Ci sono delle fasi ben precise, con delle dinamiche di infantilizzazione di soldato che viene plasmato dal sergente. Alla fine del percorso c’è una fase di aggregazione. Ormai abbiamo i manuali di tortura della Cia, una tortura sempre più presente soprattutto dopo l’11 settembre. Questi manuali presentano tutte queste caratteristiche. Di fatto l’addestramento costituisce una sorta di tortura. In situazione di stress porta a compiere quegli stessi atti a prescindere dalle condizioni culturali o ideologiche. Le foto di Abu Ghraib rappresentano le tecniche di deprivazione sensoriale che vengono insegnate ai militari. Così come quelle applicate a Bolzaneto, o perché le avevano subite o le avevano viste fare”. 
Ma rispetto a vent’anni fa la situazione sarà cambiata, no?
“Ultimamente questo tipo di addestramento si sta inasprendo. I principi che stanno alla base sono quelli della manager science, perché si è convinti che questo approccio sia più efficiente. La domanda è: perché se si conoscono i danni che questo tipo di addestramento provoca si continua a utilizzarlo? La risposta che mi sono dato è che questo tipo di addestramento costa di meno rispetto a modelli addestrativi che andrebbero più in profondità nella formazione dei soldati”.
C’è però la possibilità che le cose cambino nel mondo e in Italia? Nonostante tutto sembra che negli Stati Uniti si stia iniziando a ripensare al ruolo della polizia…
“Bisogna cambiare il modello addestrativo. Poi in realtà le occasioni di socializzazione nella nostra vita sono tantissime. Non credo affatto che chi viene addestrato nella polizia o nell’esercito sviluppi in modo automatico una mentalità di un certo tipo. Ma il modello perseguito da quel tipo di addestramento è sicuramente di tipo autoritario”.
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Fonte: Wired

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