Tutti i soprannomi che Trump ha dato ai suoi avversari

Tutti i soprannomi che Trump ha dato ai suoi avversari
16 Settembre 2020 – 9:03

“Sleepy Joe”, “Phony Kamala”, “Fat Jerry”: i soprannomi che Donald Trump riserva ai suoi avversari sembrano pensati da un bullo di quinta elementare. Il presidente Usa si diverte a insultare in questo modo nemici e persone che non gli sono gradite, ma come capita ai peggiori comici, spesso le sue battute provocano solo imbarazzo in chi le ascolta o le legge su Twitter. È però interessante analizzare i soprannomi coniati da Trump per i suoi sfidanti, perché dalla scelta dei termini si può risalire alle motivazioni che hanno spinto il leader statunitense ad apostrofarli in quel modo, e quindi a una parte importante delle sue concezioni politiche. Le ingiurie in politica non sono niente di nuovo, ma nessuno le aveva ancora rese la parte centrale della sua comunicazione. Ma d’altronde Trump è un presidente che ci ha dato molte prime volte.
I soprannomi per Joe Biden
Trump tenterà di vincere un secondo mandato alla Casa Bianca il prossimo 3 novembre, quando il popolo americano sceglierà fra lui e il candidato democratico Joe Biden. Per provare a denigrarlo, da almeno due anni l’ex tycoon chiama Biden Sleepy Joe, ovvero “Joe l’addormentato”. Si può immaginare che l’offensivo nickname nasca dal fatto che spesso negli ultimi anni Biden è apparso stanco o poco tempestivo nel rispondere alle domande, anche per via dei suoi 77 anni. Il 74enne Trump si è poi servito anche di Joe Crooked, “il corrotto”, a causa del coinvolgimento del figlio Hunter Biden nell’affare in Ucraina per cui Trump avrebbe voluto vederlo incriminato (e che invece gli è costato un impeachment) e infine Joe Hiden, ovvero – con refuso, ché sarebbe hidden – “Joe il nascosto”, dato che secondo Trump durante la pandemia Biden è scomparso dai radar. Le ragioni alla base di questi appellativi (l’età avanzata dello sfidante, i rapporti con i governi stranieri, i dubbi sulla salute) nascondono da motivazioni reali e degne di discussione, ma ovviamente Trump se le gioca nel modo più disonesto possibile. Perfino sull’amato Twitter a riprendere questi nomignoli sono soltanto i troll, i fanatici del presidente e qualche bot automatico. Ma niente sembra poter limitare l’ossessione di Trump per i soprannomi dispregiativi.
Gli insulti alle donne in politica
Dalla acerrima nemica nelle elezioni del 2016 Hillary Clinton (chiamata di solito Crazy o Crooked Hillary), fino all’attuale vice di Biden Kamala Harris (soprannome preferito Phony, cioè “falsa”), Trump ha sempre un aggettivo prediletto con cui rivolgersi alle donne rivali in politica: si tratta di nasty, traducibile come “cattiva”, ma che può significare anche, prendendo in prestito un vocabolario fuori moda, “sporcacciona” o “scostumata”. Un esempio lampante della misoginia di Trump.
Quasi tutte le avversarie del repubblicano hanno ricevuto l’aggiunta nasty, e inoltre vanno ricordati gli appellativi “sciocca e falsa Pocahontas” per la senatrice di origine nativa americana Elizabeth Warren; Sneaky Dianne, la “subdola Dianne”, per la senatrice Dianne Feinstein, “basso quoziente intellettivo Waters” per un’attivista californiana e il poco fantasioso “nervosa Nancy” per la speaker Nancy Pelosi. Le donne emancipate e combattive fanno paura al presidente Usa.

So sorry to hear the news about Jeff Bozo being taken down by a competitor whose reporting, I understand, is far more accurate than the reporting in his lobbyist newspaper, the Amazon Washington Post. Hopefully the paper will soon be placed in better & more responsible hands!
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) January 14, 2019

Non solo politici
Fra gli insultati dal presidente figurano anche molti vip (Jeff Bezos di Amazon è stato chiamato Jeff Bozo, “Jeff lo stolto”), politici locali (“Fat Jerry” è il candidato di New York Jerry Nadler) giornalisti (si veda “Sour Lemon” per l’anchorman della Cnn Don Lemon, mentre il collega Chris Cuomo ha scherzato dicendo che per lui potrebbe andar bene Quid Pro Cuomo) e perfino il coronavirus, definito “China virus” e persino “Kung Flu”. Se la storia ci racconta che il dibattito politico è stato caratterizzato sin dall’Antica Grecia da affronti e battute scherzose, chissà se qualcuno avrebbe potuto pensare che da orazioni e filippiche saremmo giunti a beceri insulti basati sull’aspetto fisico o sui nomi propri delle persone.
A Trump per fortuna molti – ormai la maggioranza – preferiscono non rispondere; altri cascano nel tranello e si abbassano al suo livello: Orange man, “uomo arancione”, è il soprannome prediletto per offendere Trump scherzando sulla sua strana abbronzatura, unita all’insolita chioma. Oppure c’è la tecnica Obama, efficace in passato e valida contro tutti i bulletti: rispondere per le rime spiazzando l’avversario con un po’ di nonsense. Prima di lanciare il soprannome Cheating Obama (“lo scorretto Obama”, ma non va dimenticata l’accezione “il fedifrago”), Trump ha sostenuto per anni la fake news che l’ex presidente non fosse nato davvero negli Usa. Obama rispose così: “Tutto ciò risale a quando io e Trump stavamo crescendo insieme in Kenya. Abbiamo avuto continui scontri sul campo da calcio. Non era molto bravo e si è risentito. Quando finalmente ci siamo trasferiti in America, ho pensato che sarebbe finita lì”. Dal 2016 Trump ha smesso di fare battute su quel particolare tema.
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Fonte: Wired

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