Avremo mai un ministro degli Esteri più inconsistente di Luigi Di Maio?

Avremo mai un ministro degli Esteri più inconsistente di Luigi Di Maio?
13 Agosto 2020 – 18:03

(foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images)Quella del 2020 si sta rivelando un’estate bollente per la diplomazia internazionale. Da una parte all’altra del pianeta tante crisi nazionali e internazionali stanno portando violazioni dei diritti umani e sospensione dei principi democratici: quel tipo di cose che richiede prese di posizione ferme da parte delle comunità internazionale. C’è il caso del Libano, sferzato da una delle più violente crisi economiche che si ricordino e dalla doppia esplosione al porto di Beirut del 4 agosto, con migliaia di persone che sono scese in piazza contro una classe politica corrotta e che ha troppo spesso silenziato l’opinione e le richieste della sua gente. C’è Hong Kong, dove nelle scorse settimane le autorità cinesi hanno ancora una volta messo un bavaglio al grido di libertà della popolazione, tra arresti degli oppositori e nuove leggi autoritarie. E c’è anche, da qualche giorno, la Bielorussia, dove il dittatore Aleksandr Lukashenko ha vinto ancora una volta elezioni macchiate dal sospetto di brogli, e le autorità stanno arrestando migliaia di persone in piazza, colpevoli solo di chiedere una democrazia funzionale per il loro paese.
Da una parte c’è chi prospetta sanzioni per questi stati e si attiva per dare una mano ai manifestanti promuovendo le loro istanze democratiche. Dall’altra c’è Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri italiano di fronte a queste crisi ha seguito la linea che ha contraddistinto tutto il suo primo anno di mandato alla Farnesina: quella del nulla cosmico, rappresentato in un certo senso dal fatto che all’ennesimo aggiornamento dei suoi profili social per avere una dichiarazione in proposito, ci siamo ritrovati invece davanti a un suo selfie con Andrea Scanzi in Sardegna. Ogni volta che succede qualcosa di grosso a livello internazionale, la certezza è che se c’è qualcuno di cui non sentiremo parlare, quello sarà proprio Di Maio. Nei libri di storia delle relazioni internazionali, il suo approccio potrebbe anche essere inserito nella categoria della non ingerenza, quel principio per cui non si interferisce nelle questioni interne di stati sovrani. Ma in realtà quella del ministro pentastellato è solo inadeguatezza, che lo porta a non prendere posizione per evitare di sbagliare.

Una bella serata in compagnia di Andrea Scanzi e tanti altri amici a San Gavino in Sardegna. Ho avuto il piacere di…
Posted by Luigi Di Maio on Monday, August 10, 2020

Prendiamo il Libano, paese dalla forte impronta italiana, con il contingente dei caschi blu al confine israeliano proprio a guida tricolore: dopo il dramma delle esplosioni ci si sarebbe aspettato un ruolo di primo piano da parte di Di Maio & co. nella gestione dell’emergenza sanitaria e politica. Invece il campo è stato lasciato al presidente francese Emmanuel Macron, mentre dalla Farnesina ci si è accontentati di inviare qualche volontario e un po’ di pacchi di kit medici. Il minimo sindacale, quello che di fatto si fa ogni volta che un qualche dramma colpisce un paese in giro per il mondo, ma anche la rinuncia totale a fare qualcosa di più, sintomo di una totale mancanza di visione sul Mediterraneo. Nel caso della Bielorussia, mentre dagli Stati Uniti al Canada fino all’Unione Europea si è presa posizione contro i brogli elettorali e la repressione del dissenso, da Roma non si è sentita una sola parola, come se l’autoritarismo a un tiro di schioppo dai confini comunitari non fosse una cosa che ci riguarda. Un principio già usato con Hong Kong, dove però il silenzio di Di Maio è giustificato dalla paura di compromettere i rapporti commerciali con la Cina (leggere alla voce Via della seta).
La visione di Di Maio potrebbe anche sembrare una qualche forma di realpolitik. Lo abbiamo già visto in passato, quando facendo buon viso a cattivo gioco il ministro di Pomigliano D’Arco si riempiva la bocca di appelli all’Egitto perché facesse chiarezza sulla morte di Giulio Regeni, mentre vendeva ad al-Sisi fregate militari e armi. Ha paura di prendere posizioni diplomatiche scomode, Luigi Di Maio, e quindi dall’Egitto alla Bielorussia, passando per ogni angolo di mondo, tace su quello che non va per far sì che tutto continui ad andare per lui, senza inutili grane da risolvere. Un’apatia diplomatica che è il peggior spot per la politica estera di una democrazia europea del ventunesimo secolo, che fa dell’Italia uno stato sempre più indifferente ai diritti altrui, ma anche sempre più insignificante a livello geopolitico.
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Fonte: Wired

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