Conoscere Sandro Veronesi, il vincitore ideale di uno Strega atipico

Conoscere Sandro Veronesi, il vincitore ideale di uno Strega atipico
4 Luglio 2020 – 9:04

(foto: Franco Origlia/Getty Images)Nonostante il 2020, il Premio Strega ha celebrato i suoi riti anche quest’anno, scongiurando la cancellazione. Pur con poca gente ammessa al Ninfeo, mascherine di rito e parterre de rois decimati, giovedì sera abbiamo assistito all’incoronazione da molti attesa e prevista di Sandro Veronesi. 
Un autore venuto fuori da quella straordinaria fucina che fu Theoria al suo esordio e oggi nome di punta de La Nave di Teseo, più volte adattato al cinema – forse la più fortunata prova è quella di Caos calmo, interpretato da un convincente Nanni Moretti – Veronesi ha costruito una poetica decennale attorno alla disillusione del personaggio borghese, colto in varie incarnazioni in mezzo alle rovine di un’Italia senza direzione: sono lontanissimi gli anni apparentemente felici del Boom, nel segno di un’infanzia perduta (rappresentata dai figli) che potrebbe ristabilire un ordine nuovo.
Narratore di teoremi familiari e paterni, allo stesso tempo si è proposto come autore engagé, con testi contro la pena di morte come Occhio per occhio o il recente pamphlet Cani d’estate, in cui si scaglia contro il razzismo contemporaneo (sono i tempi del caso Diciotti) attraverso la forma ibrida di lettere, tweet e interviste. Aveva davvero ragione Alberto Moravia, che definì Veronesi un “narratore per vocazione” che per istinto sa raccontare una storia in modo unico.  
Il viaggio di Veronesi parte con un on the road emblematico e forse autobiografico, quello di un padre scapestrato, in preda non solo ad un fallimento continuo esistenziale ma anche economico, e che assomiglia a Robert Mitchum – ma è “la consapevolezza di vederlo sconfitto a ingigantire la somiglianza” si legge proprio all’inizio del romanzo – e un figlio trentenne anch’egli sui generis e un po’ lavativo. 
Si tratta del romanzo d’esordio Per dove parte questo treno allegro, ed in nuce troviamo alcuni dei focus veronesiani: rapporti padri e figli da esplorare o demolire, il senso di una realtà borghese che deraglia, il tentativo tragicomico (in senso nobile) di comprendere l’italianità nei suoi difetti più genuini e nel suo costante bisogno di ricostruire, ricordare. Entrambi si avventurano in un viaggio apparentemente senza senso alla ricerca di una valigia piena di soldi in Svizzera… 
Un omaggio a Roma sui generis è invece il secondo romanzo di Veronesi, Gli sfiorati. La Roma che spessissimo ritorna come caput mundi dell’universo dell’autore è una Roma degli anni Ottanta allucinata, vissuta con ansia e indolenza dai due protagonisti del libro, Meté e Belinda, e centro di un agone famigliare complesso.
Fratellastri l’uno dell’altro per volontà non loro, i due giovani si ritrovano in un limbo dove “accadono cose immense, terribili, meravigliose,  talmente vicine da segnare per sempre la nostra vita” eppure nella consapevolezza che “quando sono passate, ci accorgiamo che ci hanno soltanto sfiorato”.
Mété, Ermete, studente di grafologia e viveur svogliato, si trova a dover accudire la sorellastra, avuta dal padre con un’altra donna, nel momento in cui la nuova famiglia si celebra con una luna di miele – ad epigrafe del primo capitolo del libro si legge però l’emblematico Melius nubere quam uri (“Meglio sposarsi che ardere”, dal Vangelo). Belinda diviene ben presto l’oggetto del desiderio di Mété, e così da evitare. Lei, si legge nel romanzo, è una “Febbre dell’Oro imprigionata nelle carni”. 
Abbracciare le notti romane, studiare in qualche modo la sfuggente grafia, sarà l’unica sua possibilità di salvezza, un limbo nel limbo in cui incontriamo le sue amicizie, dal teatrante Bruno, autore di un Manifesto per l’Abolizione del Teatro, al fondamentale Damiano, che lo traghettano in un Inferno romano decadente da preferire all’attimo in cui si potrà spezzare il limbo con Belinda.
Un Roma dove “i palazzi” non sono “mai dritti”, Roma piena di “gentarella” che con il suo degrado prevede quella di questi anni. Capitale italiana centro di scontro con il padre, reo di aver abbandonato la madre e averla fatta mortalmente soffrire e con il quale ingaggia una lotta simbolica, lotta che troveremo anche in altri personaggi di Veronesi.
Nel 1995 per Feltrinelli è la volta di Venite, venite B-52, uno dei romanzi più pirotecnici dell’autore, dove la trama la fa da padrone in modo postmoderno. Al centro di uno occhio del ciclone che centrifuga vent’anni di storia italiana troviamo Ennio Miraglia, eroe mancato e in fuga di un Novecento che prima gli è piombato addosso coi Beatles – “Per colpa dei Beatles” Ennio ha smesso di suonare il sax – e poi con la caduta del Muro, che ha infranto i suoi affari oltrecortina. 
Ennio, onanista di professione, sassofonista fallito, autista poi dell’enigmatico Saligari quindi reduce da un matrimonio andato male, è ora un latitante, dopo aver vissuto la ruggente Viareggio dei night club, la Versilia arricchita del turismo e del denaro a pioggia – che oggi sarebbe ripercorrere in piena crisi turistica – dove ciononostante piomba la storia degli anni Settanta italiana, spesso nei suoi eventi più traumatici. E nello stesso tempo, solo e invecchiato, cerca una relazione con la figlia Viola, la protagonista che invoca l’arrivo dei B-52 americani, a radere al suolo tutta la Storia d’Italia passata e presente, di un mondo degli adulti in perenne crisi e forse più adolescente di quello dei figli stessi. 
Il rapporto tra padri e figli per capire la più ampia storia italiana ritorna ne La forza del passato, romanzo tra i suoi più celebri, e uscito emblematicamente nel nuovo Millennio e che allo stesso si rifà a modelli del Novecento, sin dal pasoliniano titolo.  Qui Veronesi si mette di traverso nel mondo delle Lettere – Gianni Orzan, il protagonista, è uno scrittore per ragazzi di successo – e ci costruisce sopra un intrigo da spy story la cui chiave è in realtà il rapporto enigmatico col padre da poco morto, che diviene però una perfetta allegoria di uno scavo ancora una volta storico sull’Italia dei complotti di Stato, del generale di Lorenzo. 
Come quasi sempre in Veronesi è lo spazio familiare di personaggi incerti del proprio presente a farla da padrone, in particolare di genitori in crisi: “E se crescere non significasse affatto conoscere se stessi, e il dono portato dall’esperienza consistesse solo nel doverci mettere un bel “non”, davanti a “so chi sono”?”
Un giorno l’inquietante personaggio del tassista Gianni (anche lui!) Bogliasco lo avvicina e lo sconvolge: il padre del protagonista era in realtà una spia del Kgb, gli rivela. Giù le maschere, dunque: per Gianni inizierà un viaggio a ritroso quasi di riscrittura personale del proprio passato: non solo quello di un padre generale dei carabinieri e all’apparenza democristianissimo, dove scoprirà anche i tradimenti della moglie Anna e i suoi molteplici fallimenti di scrittore (si rende conto di aver scritto sempre e solo plagi dei capolavori della letteratura). 
Un romanzo capace di incrinare in modo silenzioso pezzo per pezzo la quotidianità familiare dei personaggi attraverso un andamento più lieve rispetto al romanzo precedente, sebbene mantenendo lo sguardo comico e malinconico ad un tempo, marchio di fabbrica di Veronesi.
Senza disdegnare l’esperimento con Fandango di XY, parenti di Gianni Orzan all’ennesima potenza – come se Veronesi avesse scritto solo un grande metaromanzo storico e familiare – sono anche il Pietro Paladini di Caos Calmo e il Marco Carrera de Il colibrì, entrambi Premio Strega (rispettivamente nel 2006 e quest’anno). Nei due libri, assieme al precedente, il teorema familiare di Veronesi si amplia verso una spettrografia del dolore, del lutto e della malattia. 
“La sola ragione per cui nessuno mi considerava matto era il fatto che pensavano che ci stessi sempre, inchiodato dal dolore in quel punto del mondo”, dice il Paladini di Caos calmo. Ma è il senso di colpa che forse lo inchioda: un giorno, tuffandosi in mare per salvare una sconosciuta, a lasciare l’adorata moglie Lara morire nel giardino della casa di vacanze, per ictus. Rimasto solo con la figlia Claudia, compie la scelta bizzarra di rifugiarsi a vivere, tra la sua auto e la panchina, davanti alla scuola della figlia stessa, in un gesto folle ma che rivela uno strano risveglio imposto dal lutto. 
Da quello strano punto privilegiato di mondo, lui ex-dirigente televisivo di successo della Roma dei primi 2000, e anti-eroe passivo diventa suo malgrado il confessore di successo (anche la sua carriera subirà effetti inaspettati) di amici e parenti che, invece di andare a consolarlo, troveranno in lui una sorta di rifugio. Il rifugio di chi ha avuto accesso, da lucido, al nonsense della vita borghese stessa. Come se, dopo averlo studiato nei romanzi precedenti, Veronesi avesse avuto accesso al vuoto nirvanico delle relazioni imposte dalla società, ai suoi scherzi del destino.
Meta-romanzo e quasi riscrittura di Veronesi su Veronesi, è la genealogia familiare che l’autore fa franare nei confronti dell’ottico Marco Carrera, anch’egli travolto dai destini incrociati (della propria famiglia) quel de Il colibrì. Romanzo ricchissimo di salti temporali perfetti, spazi dagli anni dell’infanzia di Marco a quelli che precedono l’atto definitivo della sua vita, circondato da affetti inaspettati e diretto speranzosamente verso un futuro che non gli toccherà grazie alla nipote Miraijin (L’uomo del futuro, benché lei sia donna). Il romanzo si presenta quasi come un rebus di date, che precedono ogni capitolo. 
Come abbiamo già scritto su queste pagine, il romanzo si presenta come una poetica resa dei conti attraverso lo sguardo fisso dello stoico – ma anche dolente – Marco, detto il colibrì (“Tu sei colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo”).
I rapporti di Marco con i fratelli, i genitori, gli amici, con l’amatissima donna di un amore mai compiuto e reso attraverso un carteggio, e le infelicità del matrimonio con l’infedele moglie Marina, aiutano ancora una volta a raccontare una cronaca personale e dolente di una fetta importante della storia italiana, dove ci siamo impoveriti ma dove forse siamo risultati più sensibili alle nostre sconfitte.
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Fonte: Wired

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