Via libera a Immuni: ora si può scaricare. Test in quattro regioni

Via libera a Immuni: ora si può scaricare. Test in quattro regioni
1 Giugno 2020 – 21:03

Abruzzo, Liguria, Marche, Puglia: da queste quattro regioni partirà l’8 giugno la sperimentazione di Immuni, l’app di contact tracing voluta dal governo per allertare i cittadini che potrebbero essere entrati in contatto con il coronavirus (che ora ha anche un sito). Sul funzionamento dell’app si è espresso anche il Garante per la protezione dei dati, Antonello Soro, che il primo giugno ha pubblicato il provvedimento con il quale ha dato il suo benestare all’operazione.
Il documento arriva sul fil di lana del rilascio dell’app tramite i negozi online di Google, per i dispositivi Android, e di Apple per quanto riguarda il sistema operativo iOS. È infatti iniziata oggi la distribuzione di Immuni, che dà da subito la possibilità a tutti i cittadini residenti in Italia di scaricarla e di iniziare a registrare i dispositivi con cui sono entrati in contatto. Tuttavia, l’attivazione delle notifiche avverrà in maniera graduale, proprio a partire dalle quattro regioni individuate per la fase di prova. Nel frattempo, in Italia sono circolate false mail relative alla app, che hanno l’obbiettivo di trarre in inganno gli utenti inducendoli a fornire informazioni personali.
Il provvedimento
Nella fase di test il Garante auspica che vengano prese in carico alcune raccomandazioni espresse nel provvedimento, dove si nota – tra le altre – che nella valutazione d’impatto condivisa dai ministeri dell’Innovazione e della Salute, non sono ancora stati “individuati puntualmente i criteri epidemiologici e i modelli probabilistici su cui si basa l’algoritmo”. In breve, si tratta dei criteri che permettono all’algoritmo di Immuni, “solo genericamente rappresentato”, di stabilire se sia avvenuto o meno un contatto a rischio. “Al riguardo – scrive il Garante –, si sottolinea l’importanza che sia assicurata la massima trasparenza pubblica di tali criteri, anche al fine di garantire un idoneo scrutinio da parte della comunità scientifica”.
Stessa chiarezza è raccomandata anche nei confronti degli utenti, i quali dovranno essere “adeguatamente informati in ordine alla possibilità che l’app generi notifiche di esposizione che non sempre riflettono un’effettiva condizione di rischio” (indicazione disattesa già dal comunicato stampa diramato dal ministero dell’Innovazione, che non fa cenno alla possibilità che si verifichino falsi positivi).  Agli utenti, specifica l’autorità, dovrà anche essere data la possibilità di disattivare “temporaneamente” Immuni in modo semplice, attraverso la schermata principale dell’app. 
Come già scritto da Wired, Immuni non sarà obbligatoria. Sul punto torna anche il Garante, che ribadisce i criteri necessari a garantire la volontarietà dell’uso dell’app da parte dei cittadini. Questa deve riguardare ogni fase dell’uso di Immuni, compreso “il download, l’installazione, la configurazione, l’attivazione della tecnologia bluetooth, il caricamento delle tek (temporary exposure key, ndr) sul backend di Immuni in caso di risultato positivo del tampone, la raccolta delle diverse categorie di analytics nelle fasi in cui si articola il trattamento, la consultazione del medico di fiducia dopo aver ricevuto un messaggio di allerta sul rischio di essere entrato in contatto stretto con soggetti risultati positivi, la disinstallazione dell’applicazione”, scrive Soro. 
Dalla notifica al medico
Non emerge maggiore chiarezza nemmeno sulla garanzia di completo anonimato accordata all’utente. Come scrive il Garante, “non è chiaro se vengano conservati gli indirizzi Ip dei dispositivi mobili che interagiscono con il backend”, ovvero con l’infrastruttura gestita dal ministero della Salute. Il problema è evidenziato sia nella fase di caricamento delle chiavi utilizzate da Immuni, sia durante il processo di sincronizzazione di ciascun dispositivo con la lista dei contagiati, che avverrà ogni quattro ore circa. Secondo quanto riscontrato dal Garante, nella valutazione d’impatto si afferma che “l’indirizzo Ip del dispositivo che invia i dati viene trasformato in un indirizzo fittizio”. Un’informazione contraddetta dalla stessa valutazione d’impatto, che in un altro punto afferma che non sia “prevista la memorizzazione degli indirizzi Ip dei client da parte del server di backend centrale”. Non resta che aspettare e analizzare l’app per il tracciamento del Covid-19 una volta che sarà rilasciata. I tecnici non aspettano altro. 
Aggiornamento del 1 giugno 2020, ore 20:50 – L’articolo è stato integrato con informazioni provenienti dal comunicato stampa diramato dal ministero dell’Innovazione.
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Fonte: Wired

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