Con la fine della quarantena è tornato il rumore, ed è un problema

Con la fine della quarantena è tornato il rumore, ed è un problema
26 Maggio 2020 – 9:03

Si è parlato molto dell’abbassamento dei livelli di inquinamento nei centri abitati e di politiche per mantenere basso il livello di Pm10 all’indomani della fine della pandemia. Ma dopo l’inquinamento atmosferico, il rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (Aea) mostra come il secondo fattore ambientale più dannoso per l’uomo è l’inquinamento acustico. A lockdown terminato, allora, cosa si può fare per agire su questo versante, che incide gravemente sulla salute delle persone?
Cos’è l’inquinamento acustico
L’inquinamento acustico si può definire come l’insieme degli effetti negativi prodotti dai rumori presenti nell’ambiente che ci circonda. Si definisce rumore qualunque vibrazione sonora che provoca sull’uomo effetti di disturbo o danno per il fisico e per la psiche. La sospensione della maggior parte dell’attività umana durante la quarantena ha portato a una riduzione consistente del rumore ambientale, in particolare di alcune sorgenti di rumore legate al minor utilizzo di mezzi di trasporto: aerei, macchine e treni.
Circa il 20% della popolazione europea è esposto a livelli di rumore a lungo termine che sono dannosi per la salute. Insieme al rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità, il rapporto del 2020 della Aea mostra che il danno che viene causato alle persone non è solamente a livello uditivo, ma le conseguenze interessano particolarmente il sistema cardiovascolare, neurologico e immunitario. Si stima che l’esposizione a lungo termine al rumore ambientale causi di fatto oltre 12mila morti premature e contribuisca a 48mila nuovi casi di cardiopatia ischemica all’anno su tutto il territorio europeo.
Cosa è successo durante il lockdown
Con la quarantena i livelli di rumore si sono drasticamente ridotti. A beneficiarne è stata anche la fauna urbana: molte specie hanno modificato il loro comportamento in sintonia col rumore urbano o industriale, e parlando in generale il canto degli uccelli di città si è fatto più breve e più monotono. La quarantena e il silenzio cittadino hanno fatto invece registrare una frequenza dei canti molto più frequente e lunga.
Allo stesso tempo, anche gli esseri umani hanno visto una diminuzione degli stimoli uditivi, anche perché non abbiamo svolto attività quali partecipare a concerti, trovarci in ambienti lavorativi rumorosi, oppure all’interno di aree affollate. Il rumore non ha effetti solamente sul nostra salute fisica ma anche su quella mentale, si diceva. “Penso che sia importante riconoscere che i rumori che c’erano prima erano comunque troppi” ha affermato a Wired Elena Cipani, dottoressa psicologa del Centro Medico Toscolano. “Il rumore è subdolo come tipo di inquinamento, perché si pensa che ci si abitui. Ma in realtà il nostro corpo risponde attraverso meccanismi di compensazione”. Gli effetti psicologici più comuni dettati dall’esposizione di rumore sono l’ansia, il mal di testa, disturbi del sonno, depressione e aumento dell’aggressività. “Quando si è già in uno stato di allerta, ogni piccolo rumore contribuisce ad aumentare l’ansia e i disturbi”, ci ha spiegato Cipani.
Il suono e il ritmo sono in grado di cambiare le nostre percezioni ed emozioni, ma anche il nostro potere decisionale. Ci sono evidenze scientifiche secondo cui la musica che segue dei determinati ritmi e frequenze all’interno dei negozi è in grado di farci spendere di più facendoci rimanere più a lungo nei negozi. Alcune catene di supermercati durante la pandemia hanno dovuto cambiare la loro in store music per non creare panico o stress ai loro clienti, facendo sì che spendessero meno tempo nei negozi per evitare l’allungamento di code.
“Durante la quarantena c’e stata sicuramente una riduzione dello stato di allerta verso il rumore, per cui molti ne hanno beneficiato inconsapevolmente” ha continuato la dottoressa Cipani.
Quanto rumore fa una città?
Attraverso i loro sistemi di monitoraggio e sensori di rilevamento installati nelle città, le autorità urbane sono in grado di calcolare il cambiamento di decibel dei loro territori. Il centro del rumore francese Acoucité ha per esempio constatato che durante le settimane di lockdown nelle città del sud della Francia si è osservata una riduzione tra i 4 e i 6 dB, ovvero circa il 60-75% del rumore nelle città. “Questi sono tuttavia dati aggregati”, ha spiegato a Wired Francesco Aletta, ricercatore dell’Institute of Environmental Design and Engineering presso l’University College di Londra. “I dati non sempre forniscono un’informazione sulle variazioni locali in specifiche aree urbane, ma sono relativi a sorgenti tipiche di rumore ambientale, come il traffico urbano”.
Quando pensiamo all’urbanistica e al city planning, la visione di solito si limita al miglioramento della città da un punto di vista dell’estetica visiva. Il soundscape è una parte dell’urbanismo volta a integrare le tecniche di soundscaping (cioè il design del rumore) per rendere l’ambiente esterno più vivibile per i cittadini che usufruiscono dello spazio urbano.
Tra le soluzioni che si sono adottate negli ultimi anni per rendere le città sonoramente più piacevoli c’è stato il soundmasking (mascheramento del suono) o sound distraction (distrazione dai rumori attraverso l’inserimento nell’ambiente di suoni gradevoli). Sono pratiche che possono includere l’aggiunta di giochi d’acqua, fontane, aree verdi ed anche barriere del rumore, che spesso si vedono in autostrada: il fine è attutire gli effetti del rumore sulla nostra vita.
Camuffare il suono non aiuta a rendere le città più vivibili, però. “Non è detto che aggiungere sorgenti sonore per coprire i rumori del traffico produca gli effetti di mascheramento o di distrazione sperati”, ha infatti obbiettato Antonella Radicchi, architetto urbanista e ricercatrice all’Università Tecnica di Berlno (TU Berlin). È una risposta che non risolve il problema di fondo: infatti “la questione non è se aggiungere o meno suoni gradevoli, ma riflettere su che tipo di città vogliamo, se sostenibile e a misura d’uomo oppure perpetrante i vecchi modelli funzionalisti, incentrati sul traffico veicolare”, ha detto Radicchi.
I nuovi modelli per città sonoramente più vivibili
Per rendere le nostre città più vivibili da un punto di vista sonoro, dal  2002 esiste una direttiva europea che obbliga le città a “piani di azione” per la gestione del rumore ambientale, fornendo delle linee guida. “Gli attuali descrittori acustici sono basati principamente sul decibel”, dice Francesco Aletta. Sia Aletta e Radicchi credono sia necessario invece una visione più olistica e umanocentrica della pratica urbanistica, mettendo criteri qualitativi – come il benessere psicofisico – al centro della progettazione urbana. Molti studi menzionano infatti che la risposta umana alla qualità acustica dell’ambiente non è influenzata solamente dalla componente acustica (il suono dell’ambiente) e dalla sua misurazione quantitativa, ma anche da tanti altri aspetti: quali la qualità estetica, la presenza di verde e l’attività che si svolge in questi luoghi.
Con il suo progetto Soundscape Indices Ssid sovvenzionato dal Consiglio della ricerca europea (Erc), un team coordinato dal professore di Acustica Jian Kang sta cercando di creare degli indici di paesaggio sonoro alternativi, che riflettano adeguatamente i livelli di comfort umano al suono, misurato con un indice simile a quello della scala di decibel creata da Bell. “La differenza è l’inclusione di valori qualitativi, e non solo quantitativi” ha detto Aletta, che lavora al progetto. Attraverso la loro ricerca sul campo – che prevede il rilevamento del suono e la compilazione di questionari – il team intende produrre un modello di previsione della percezione della quiete analizzando quali siano le misure oggettive che si rivelano più utili, e che li porterebbero a essere in grado di progettare l’ambiente acustico ideale per città più calme e vivibili.
Nello studio della dottoressa Radicchi, standard e indicatori sono definiti attraverso un approccio diverso da quello praticato dal team londinese, dando al cittadino la possibilità di partecipare direttamente alla raccolta dei dati attraverso una applicazione gratuita di citizen science. Dal 2017 con la app Hush City Radicchi ha avviato un progetto internazionale che coinvolge i cittadini nella mappatura e valutazione delle aree di quiete, attraverso la raccolta di dati misti che vengono condivisi su una piattaforma online aperta. L’applicazione può essere usata dai cittadini in maniera indipendente oppure partecipando alle passeggiate (Hush City Soundwalks) che Radicchi conduce lungo percorsi che attraverso aree di quiete urbane, I dati registrati includono registrazioni audio, misurazioni dei livelli di pressione sonora, fotografie e osservazioni percettive della qualità ambientale delle aree quiete, come l’accessibilità, il senso di sicurezza, la qualità visuale.
Attraverso le analisi dei dati raccolti con Hush City, Radicchi ha constatato che solitamente la quiete urbana non viene associata al silenzio, ma corrisponde a una commistione di suoni naturali e umani e da una generale qualità ambientale che travalica i meri aspetti acustici. Ad oggi, i risultati della ricerca di Radicchi dimostrano la necessità di avere aree di quiete accessibili e a livello di quartiere: “Spesso le aree di quiete, come i grandi parchi, non sono facilmente accessibili a tutti, perché si trovano ai limiti delle città o in specifici quartieri”. Portare avanti una pianificazione che preveda la creazione di micro aree di quiete a livello di quartiere, avverte Radicchi, dovrà però tener conto dei potenziali effetti collaterali che potrebbero emergere, legati soprattutto a forme di gentrificazione e speculazione edilizia.
Molte ricerche indicano che il tempo trascorso in natura ha un impatto positivo sulla salute fisica e mentale, e in paesi dove la quarantena non è stata dura come in Italia, le autorità hanno consigliato ai propri cittadini di recarsi nei parchi proprio per favorire il livello di attività fisica e la diminuzione dei livelli di stress.
Come si riduce il rumore?
Le politiche volte a diminuire l’utilizzo dei mezzi di trasporto che causano gran parte dei rumori più nocivi alla salute, promuovendo la mobilità alternativa, hanno dei benefici indiretti sui livelli di rumore nelle città: tuttavia il problema dell’inquinamento acustico a oggi rimane sottovalutato. “Bisognerebbe pensare al suono non come a un ‘prodotto di scarto’ della società, bensì come a un elemento ‘positivo’ di progettazione urbana. Non è sempre necessario produrre rumore, e si può diminuire se si mettono in atto delle politiche integrate”, ci ha detto Aletta.
Studi comparativi con altre università in altri paesi e collaborazioni con enti locali stanno portando l’app Hush City e il tema del soundscaping al centro della politica urbana. “Ci sono città che si stanno attivando per preservare atmosfere di quiete e una generale qualità degli spazi urbani ritrovata durante la quarantena, grazie all’assenza del turismo di massa e dell’inquinamento prodotto dal traffico urbano”, afferma Radicchi.
Con la fine della quarantena non è affatto scontato che i mezzi di trasporto privato verranno utilizzati con minore frequenza, anzi: la paura del contagio porterà verosimilmente molte persone a evitare l’utilizzo dei mezzi pubblici. Inoltre la riapertura di cantieri stradali e civili, negozi e ristoranti, feste in casa e rumori notturni riavvolgeranno di nuovo le città nella loro bolla di rumore. Per non parlare della riapertura delle frontiere, che presto ridaranno fiato ai motori degli aerei.
Domandarsi se il ritorno della vita normale e i suoi rumori ci colpiranno più duramente di prima e cosa accadrà a livello psicofisico all’indomani della fine della quarantena è una domanda lecita. Secondo la dottoressa Cipiani, raggiungere i valori precedenti può avere delle conseguenze sulla salute peggiori di quanto si possa pensare. “Non siamo fatti per vivere in una realtà cosi caotica e rumorosa. Più è brusco sarà il passaggio, più rischio c’è che il rumore incida più gravemente sulla salute e stabilità delle persone, diminuendo la loro tolleranza anche per le più piccole cose” ha detto.  Per evitare agitazione, stress e aumento dello stato di agitazione che deriva dal rumore esterno – pur non potendolo eliminare – la dottoressa consiglia di provare delle tecniche di rilassamento o trovare uno spazio protetto dove poter isolarsi per almeno 20 minuti: un rifugio dalla fine della quarantena.
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Fonte: Wired

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