Rancore: “Non è mia abitudine fare dischi solo per esigenze discografiche”

Rancore: “Non è mia abitudine fare dischi solo per esigenze discografiche”
24 February 2020 – 14:35

Il rapper romano Rancore, classe 1989, tira dritto per la sua strada, sempre. Non cerca vie facili e nemmeno segue quelle troppo battute. A Sanremo il brano, Eden, è stato apprezzato da molti, anche se dalla decima posizione non si direbbe. Si è aggiudicato il premio Sergio Bardotti per il miglior testo del Festival 2020, che ha vinto così per il secondo anno consecutivo dopo Argentovivo insieme a Daniele Silvestri e Manuel Agnelli. Avevamo già avuto il piacere di intervistarlo, ma l’occasione della sua prima partecipazione in solitaria è stata un buona scusa per farci raccontare che cosa c’è dietro uno dei pezzi più belli e e densi di significato, che andrà lontano, ben oltre la kermesse.

Perché Eden?
“È un simbolo, un richiamo a qualcosa di molto antico; e al pari di ogni simbolo molto antico, ha valore sempre, oggi e domani. Tutti quanti conosciamo la mela intesa come frutto proibito dell’Eden, appunto, che rappresenta la scelta, i grandi cambiamenti. La stessa mela, poi, ritorna in tante leggende: ecco, io ho cercato un po’ di rievocarle. Ho fatto finta che questa mela fosse caduta dall’albero, da sola o per mano di qualcuno, e rotolasse attraverso la Storia fino ai giorni nostri. Così ho raccontato la contemporaneità e i nostri comportamenti di fronte a decisioni importanti, che, adesso più che mai, possono determinare il futuro”.
In effetti, c’è la mela di Guglielmo Tell, di Isaac Newton, di René Magritte, fino a quella di Apple…
“Certo, anche attentato alla Grande Mela e altre citazioni si trovano nel video, magari non sono dentro la canzone, ma compaiono in altri modi nella comunicazione. È un simbolo talmente importante che avremmo potuto parlarne all’infinito. Però, la cosa importante è il messaggio, e il simbolo è il mezzo per trasmetterlo”.
All’inizio del brano parli di “codici”.
“Lo faccio per preparare le persone a ciò che viene dopo. Ho sempre definito il mio rap ermetico, anche se, a differenza dei poeti che usavano poche parole per raggiungere l’essenza, io ne metto in gioco tante: comunque il codice resta”.
Il tuo, di codice comunicativo, è cambiato, si è evoluto nel tempo?
“L’ho affinato, senza mai tradire la mia cifra stilistica: ovvero, far capire le cose prima ancora di spiegarle. Del resto, spiegare la musica è quasi sbagliato. Ricordo quando era appena uscito solo il titolo del brano Eden e un ragazzo mi ha mandato un messaggio con tutte le citazioni che facevo senza nemmeno aver letto il testo: questo aiuta a capire che, per assurdo, che cos’è un codice e che chi lo conosce può tradurlo”.
In Eden affronti anche il tema del materialismo.
“La musica non si tocca, non la si vede. La musica si muove nell’aria, è dinamismo. Al contempo, necessita di un supporto”.
Un album a breve: sì o no?
“Non so: perché mi piace lasciare sempre un po’ tutto nel mistero e perché sono ancora in una fase di costruzione. Fare i dischi solo per un’esigenza discografica non è una mia abitudine, quindi lascerò accadere le cose naturalmente, assecondando la scrittura e il desiderio di voler raccontare qualcosa nei prossimi mesi”.

Lo scorso anno, in un’intervista avevi detto: “Finché ci saranno persone che saboteranno le regole, la musica potrà evolversi”. L’Eden è anche un po’ il luogo in cui è avvenuto quel sabotaggio?
“Fondamentalmente sì, perché nell’Eden c’è un tentatore, c’è una conoscenza, ci sono gli uomini che devono scegliere che cosa fare… Sabotare significa rompere le regole, che spesso e volentieri sono dettate dal cervello. Dunque, sabotare implica anche usare altre parti del corpo, il cuore per esempio, da sempre in lotta con la testa. Pensateci: la mela staccata dall’albero altro non è che la separazione tra ragione e sentimento. Riuscire a farli danzare insieme vorrebbe dire raggiungere il giusto equilibrio, ma non è semplice, specie in questo mondo dove la logica è tutto e la fantasia è solo un gioco per bambini. Sabotare il mondo, allora, significa anche portare un po’ di fantasia e andare oltre le logiche”.
Ci fai pensare alla serie tv Mr. Robot, dedicata all’hacking. Poi, tu sei sempre vestito di nero con lo sguardo fisso…
“Forse sì, sarà che ho un sacco di amici programmatori. Quando vedrete il video, ci troverete qualcosa di molto simile”.
Come è nata la collaborazione con Dardust per Eden?
“Ci siamo visti in studio la prima volta e dopo appena due sessioni un buon embrione del pezzo c’era già. È stato molto divertente e un grande onore lavorare con uno dei più bravi produttori che abbiamo in Italia. Sono molto contento perché insieme al suo sound, che mischia il classicismo e l’elettronica, abbiamo trovato l’alchimia perfetta tra la mia musica e le mie parole”.
Dardust ci ha raccontato recentemente che tu e Jovanotti siete due tra gli artisti più precisi, minuziosi quadrati con cui ha lavorato. Qual è il tuo metodo?
“Sono felice che l’abbia detto. In effetti, ogni dettaglio è sempre molto ragionato, studiato; sono particolarmente attento alle piccole cose, alla complessità degli incastri e all’inserimento di ogni citazione in uno grande schema”.
Un’ultima curiosità: come è nato il suono onomatopeico ta-ta-ta? Ricorda i colpi di una pistola.
“Infatti rappresenta la violenza che separa, il tema principale del pezzo, e anche un po’ il bombardamento psicologico della guerra che siamo combattendo: al posto delle bombe e degli spari, paure personali e divisioni mentali. Raccontare ciò è complesso, è una responsabilità, ma era decisamente arrivato il momento di farlo”.
 
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Fonte: Wired

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