Cosa c’è da sapere sul tampone per il coronavirus (e sull’idea che i tanti casi siano dovuti ai maggiori controlli)

Cosa c’è da sapere sul tampone per il coronavirus (e sull’idea che i tanti casi siano dovuti ai maggiori controlli)
24 February 2020 – 14:00

(foto: Getty Images)Uno degli argomenti più chiacchierati nelle ultime ore in Italia a proposito dell’epidemia di Covid-19, sia per la situazione nostrana sia in confronto agli altri Paesi europei, è lo svolgimento dei cosiddetti tamponi sulle persone potenzialmente infette dal coronavirus Sars-Cov-2. Come è facile prevedere in queste ore in cui le notizie si affastellano, la confusione e qualche polemica non aiutano a distinguere ciò che sappiamo da ciò che è solo un’ipotesi, lasciando spazio a tratti pure alla speculazione e pure a qualche simil-complottismo.
Cos’è un tampone faringeo
Iniziamo dal chiamare le cose con il loro nome: l’esame di cui si sta parlando è il tampone faringeo, da non confondere con altri tipi di tampone esistenti e utili in altre occasioni, quali quelli nasali, oculari, auricolari, rettali, vaginali, uretrali e sulla ferita post-chirurgica. Come il nome stesso suggerisce, il test in questione viene eseguito sulla faringe, ossia su quel canale muscolo-membranoso raggiungibile dal fondo della cavità orale che rappresenta sia il primo tratto del tubo digerente sia una parte delle vie aeree superiori (in fondo alla gola, in sostanza). Ossia un punto preferenziale per trovare traccia della presenza di un virus respiratorio.
Per tutti i generi di tamponi, l’obiettivo dell’esame è determinare se è presente un agente patogeno, stabilendo anche quale sia la sua natura. Nella pratica, il test avviene prelevando dal paziente un campione della secrezione che copre la mucosa della faringe posteriore, e materialmente si tratta di strofinare leggermente una sorta di bastoncino cotonato (tipo cotton fioc, per intendersi) facendo attenzione a non prelevare materiale da altre parti del cavo orale. Il test ha un’invasività praticamente nulla, può originare al più un impercettibile fastidio nel punto di contatto e non dà alcun effetto indesiderato. Viene eseguito in pochi secondi.
La semplicità del test non significa però che possa essere eseguito da chiunque o in autonomia: per avere un risultato attendibile è necessario che venga seguito con precisione un protocollo di prelievo, che a eseguire l’esame sia personale addestrato e specializzato e poi (per ragioni di contenimento del contagio) è preferibile svolgere gli screening al domicilio dei pazienti e non in ospedale – il che naturalmente rende la procedura un po’ più complessa.
Cosa succede ai campioni prelevati?
La parte più laboriosa dell’esecuzione dell’esame non consiste certo nel prelievo del campione, ma nella sua analisi. Appena estratto dalla bocca del paziente, il bastoncino viene immerso in un gel, inserito in un contenitore ad hoc e poi inviato a un laboratorio scientifico, che dovrà determinare le caratteristiche del materiale prelevato. Attraverso opportuni processi di sviluppo, gli addetti all’analisi determinano l’eventuale carica virale o batterica presente nella secrezione, stabilendo l’esatta natura del patogeno responsabile dell’eventuale infezione. In tutto questo, garantire la catena di conservazione e identificazione del campione è indispensabile.
Per arrivare a un responso occorrono in condizioni standard dalle 4 alle 6 ore, anche se i principali centri italiani coinvolti stanno cercando di ridurre quanto più possibile questo lasso di tempo (ma per ragioni prettamente tecniche non si può ridurre più di tanto).
E allora perché non facciamo lo screening a tutti?
Nelle ultime ore è emerso con chiarezza che l’ipotesi di eseguire tamponi faringei a tappeto non è realizzabile. Da un lato perché avrebbe poco senso sottoporre al test anche chi non ha né sintomi né motivi per ritenere di essere stato potenzialmente contagiato, dall’altro perché la capacità del sistema sanitario di svolgere questi test non è infinita.
A fare da collo di bottiglia, in particolare, non è tanto la disponibilità dei bastoncini (device molto semplici e non particolarmente hi-tech, dal valore di 1 euro l’uno) ma la portata massima di tamponi faringei che ciascun laboratorio può analizzare, oltre al numero stesso di laboratori attrezzati. Al momento ci sono in prima linea tre laboratori intensamente al lavoro in Lombardia (il dipartimento di scienze biomediche dell’università di Milano, l’unità operativa di microbiologia dell’ospedale Sacco e il centro di virologia dell’ospedale San Matteo di Pavia), a cui si aggiunge un quarto laboratorio, ossia quello di virologia dell’università di Padova. Complessivamente, a quanto hanno riferito le autorità, il numero massimo di campioni analizzabili è dell’ordine di alcune centinaia al giorno, al più un migliaio.
Questo è il motivo per cui è importante identificare quali sono le priorità dal punto di vista della gestione del focolaio, decidendo dove concentrare gli sforzi. Ed è anche la ragione per cui alcune persone stanno lamentando ritardi o cancellazioni nell’esecuzione dei tamponi faringei. Naturalmente si può auspicare un’intensificazione dei controlli (e dei costi relativi) e dunque un aumento dell’impegno del sistema sanitario nello svolgere i test, ma è evidente che non si possa controllare tutti.
Alcuni elementi di complessità
Anche se il tampone faringeo viene eseguito e gestito da esperti, la sua affidabilità non è del 100%. Secondo le statistiche più robuste relative alle performance generali dei tamponi faringei (per il Sars-Cov-2 è presto per dare numeri precisi), la percentuali di falsi positivi è compresa tra l’1% e il 4%. Vale a dire, una piccolissima frazione dei tamponi potrebbe erroneamente rivelare la presenza del coronavirus anche se non c’è, per esempio perché è presente un’altra infezione virale che fa da confondente. Più significativo, invece, è il caso dei falsi negativi, ossia di persone che risultano non infette quando invece sono già state contagiate: in generale si stima che questo caso riguardi il 10% delle persone.
Per ridurre quest’ultimo fattore di incertezza, l’ideale è ripetere più volte il test su ciascuna persona ritenuta a rischio, anche perché – soprattutto quando l’infezione non si è ancora del tutto mostrata – è possibile che la carica virale sulla faringe sia troppo scarsa per essere identificata. Anche chi risulta positivo dovrebbe comunque ri-sottoporsi al test, e quando possibile si prevede almeno un secondo tampone faringeo. L’altro elemento che può generare responsi sbagliati è la scarsa qualità del materiale prelevato, e per ridurre questo margine d’errore è necessario svolgere i test con tutte le attenzioni del caso.
“Abbiamo più casi perché facciamo più tamponi”
È questa una delle questioni più discusse nelle ultime ore, soprattutto per chi confronta quanto sta accadendo in Italia con gli altri Paesi europei. A scanso di equivoci, nessuno sostiene che il tampone faringeo sia la causa dell’infezione, ma semplicemente che il numero di casi nostrani identificati sia il frutto di una più intensa e diffusa opera di esecuzione degli screening.
In questo caso è importante distinguere i fatti dalle opinioni, e le considerazioni logiche dalle teorie infondate. I numeri ufficiali delle autorità sanitarie parlano per l’Italia di alcune migliaia di test già effettuati (il numero più ripetuto è 4mila, già vecchio di qualche ora), mentre all’estero si scende grossomodo di un ordine di grandezza (per la Francia, ad esempio, le autorità parlano di 400).
Se da un lato è ovvio – lo abbiamo scritto ieri, ma lo hanno anche affermato le istituzioni – che più ricerca e più test portano a evidenziare più casi, questo però non significa che la situazione italiana sia uguale a quella degli altri Paesi europei e che in questi ultimi debbano esserci necessariamente dei focolai d’infezione ancora sommersi. Sostenere che Francia o Germania abbiano già oggi tanti casi quanto l’Italia e che li stiano nascondendo (o semplicemente non cercando attivamente) è un’argomentazione che si fonda su mere ipotesi e sfiora il complottismo. Certo, nessuno può escludere che anche fuori dai nostri confini ci siano dei casi non identificati (d’altronde anche i casi italiani sono emersi ora ma di fatto c’erano già da giorni o settimane), ma allo stesso tempo appare evidente che la situazione lombarda rappresenti una singolarità rispetto alle altre aree geografiche, almeno da quanto emerge in questi giorni.
Se a favore dell’ipotesi “i casi sono ovunque” c’è l’argomentazione del lassismo delle ricerche, sul fronte opposto ci sono almeno due elementi. Il primo è che anche su scala regionale (dove il sistema sanitario è lo stesso) emergono importanti differenze territoriali, dunque la diffusione del virus al momento non è affatto uniforme. L’altra è che, purtroppo, l’identificazione di un focolaio epidemico avviene attraverso i casi più gravi e gli accessi ospedalieri, dunque nelle aree in cui questi episodi non emergono è meno probabile che si sia già un focolaio epidemico, per lo meno di grandi dimensioni. Il fatto che per la sostanziale totalità dei casi italiani si sia trovato un collegamento con una sola (o al massimo una seconda) origine suggerisce inoltre che non ci siano stati altri focolai contemporanei, e che si stia assistendo alla diffusione di quello specifico contagio.
La truffa del tampone
Gli sciacalli non si fermano davanti a nulla. Come riporta Repubblica, soprattutto nel piacentino sono stati segnalati casi di telefonate a casa di persone che tentavano di intrufolarsi nelle abitazioni private con la scusa di eseguire un tampone. Allo stato attuale i tamponi vengono eseguiti solo su segnalazione spontanea del diretto interessato o comunque coordinati dalle strutture sanitarie locali, dunque conviene non fidarsi di qualcuno che suona al citofono o che telefona avvisando di un imminente arrivo del sedicente personale sanitario.
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Fonte: Wired

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