Craxi, fake news e leggende di Tangentopoli

Craxi, fake news e leggende di Tangentopoli
18 January 2020 – 7:14

(foto: Archivio Cicconi/Getty Images)L’uscita di Hammamet e il ventennale della morte del leader socialista Bettino Craxi spingono la conversazione pubblica a riesaminare la stagione di Tangentopoli. Mentre il film di Gianni Amelio divide la critica, eccezion fatta per le lodi all’interpretazione Pierfrancesco Favino, i giornali del paese ne prendono spunto per ricordare, da prospettive diverse, la storia Mani pulite e la fine della Prima Repubblica.
Oltre al dibattito più strettamente storico e politico sulle inchieste giudiziarie e i loro effetti, di cui l’ex-presidente del consiglio morto latitante è simbolo, c’è un’altra dimensione che vale la pena considerare. Forse non tutti sanno, o ricordano, che le cronache di quel periodo (prima di internet, del Seo, dei social media ecc…) erano già piene di leggende metropolitane e notizie false che seguivano, e alimentavano l’argomento del momento… Il libro di Paolo Toselli La famosa invasione delle vipere volanti (L’edizioni, 2018) offre un mosaico delle narrazioni che si potevano leggere ogni giorno sfogliando i quotidiani. Non tutte queste storie sono inverosimili, ma è evidente come qualunque pettegolezzo sui politici legati agli scandali giudiziari venisse acriticamente amplificato dai cronisti a caccia di scoop pruriginosi, spesso infuocando un’opinione pubblica che aveva già tutte le ragioni per essere furente.
La famosa fontana di Craxi
Milano, la fontana di Piazza Castello che, secondo la leggenda, Craxi si era portato in Tunisia (foto: Raquel Maria Carbonell Pagola/LightRocket via Getty Images)Quella della fontana di Craxi è forse la più famosa leggenda di questo periodo, ed è ancora ricordata. Racconta di come Craxi non abbia rinunciato a un’ultima, arrogante, ruberia: si sarebbe portato un pezzo dell’amata Milano ad Hammamet. Stiamo parlando della fontana davanti al Castello Sforzesco, chiamata anche fontana (o torta) di spus. Nel 1995 è stato addirittura un ex-maresciallo a dichiarare in tribunale (processo Autoparco) che il rosone centrale l’aveva Craxi in Tunisia: lo aveva visto in una fotografia scattata da una turista (ma mai vista da altri). La rivelazione fu anche oggetto di un’interrogazione di Mario Borghezio (Lega Nord). La leggenda non è nata per caso: nel 1959 l’arredo urbano era stato smontato per i lavori della linea 1 della metropolitana. Sarebbe dovuto tornare al suo posto a fine lavori (metà anni ’60), ma finì in un magazzino in via Cenisio e fu temporaneamente dimenticata anche dai milanesi.
Come spiega Toselli nel libro, fu lo scoppio di Mani pulite a far nascere la leggenda. Ora, finalmente, in città si sapeva che fine aveva fatto quella vecchia fontana: l’avevano rubata. La versione più gettonata era ovviamente che fosse stata trasportata alla villa di Craxi, come ornamento. Una leggenda metropolitana ha spesso un insegnamento morale, ma in questo caso ne erano protagonisti un nome e una classe politica specifici: non è difficile capire perché abbia avuto tanto successo, e sia diventata oggetto di allusioni e inchieste giornalistiche.

La fontana, nel frattempo è tornata al suo posto. Inaugurata nel 1999 non è però interamente originale. Come aveva già raccontato nel 1993 la storica Elena Daverio, nei decenni alcuni pezzi erano stati danneggiati, perduti o addirittura venduti, ma non avevano migrato verso l’Africa. Esiste almeno un’altra diceria simile: secondo lo storico Cesare Bermani circolavano anche leggende sulle sparizioni di cimeli garibaldini: era infatti nota la passione di Craxi per la figura simbolo del Risorgimento. Quando poi nel 1997 bloccarono al porto di Livorno le famose casse che il latitante stava cercando di fare arrivare ad Hammamet, qualcuno ha sperato di trovare lì il materiale trafugato negli anni ’70 dal Museo del Risorgimento di Torino.
Il contrappasso
Durante l’estate del 1993 i giornali del paese si affezionarono alle storie che raccontavano, con coloriti particolari, la caduta dei politici dal loro piedistallo. Le storie di linciaggi da parte della gente si moltiplicarono, ma almeno una parte di queste generano qualche dubbio per gli esperti di leggende metropolitane. Toselli riporta per esempio il presunto attacco a Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano e cognato di Craxi, di cui parlarono i giornali in agosto. Il politico e la moglie Rosilde Craxi sarebbero stati contestati a Portofino; una signora li avrebbe addirittura presi a borsettate al grido di “Viva di Pietro”. Forse un po’ troppo colorito, anche per i nostri standard. Oltre alle smentite di Pillitteri, arrivarono quelle dei gestori dei locali della zona. Gli unici testimoni disposti a parlare, invece, erano anonimi.
Stessi dubbi per la cacciata di Arnaldo Forlani (Dc) da un ristorante di Pesaro: gli altri clienti avrebbero inscenato una protesta in stile carcerario facendo tintinnare piatti e bicchieri con le posate. Decisamente incredibile l’immagine del Doge Gianni De Michelis braccato dai gondolieri, che fugge nel Canal Grande su una gondola per poi essere ripescato dalla Capitaneria di Porto: eppure lo si scriveva su Il Giornale di Bergamo. Paolo Toselli ricorda poi la saga delle imbarcazioni a cui non è permesso di attraccare perché di proprietà di un certo socialista, oppure di quelle che si rifiutano di prendere a bordo un particolare esponente (o lo riportano a terra per le proteste dei passeggeri).
Moltissime le storie nel napoletano sull’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, che apparentemente subiva una pittoresca aggressione dietro l’altra. Mentre a Napoli, nel frattempo, si parlava di un futuro Museo della tangente, che avrebbe occupato gli scavi abbandonati della famosa linea tranviaria rapida. In quel periodo, osserva Toselli, i cittadini cominciavano e finivano le giornate con Tangentopoli grazie a radio, stampa e telegiornali. Qualche episodio di caccia al politico c’è stato senza dubbio: per esempio, De Lorenzo stesso confermò che un’anziana signora lo aveva davvero preso a sputi. Ma in generale “l’estrema confusione nelle cronache che riportano i vari episodi e il fatto che le stesse disavventure siano attribuite ora a questo ora a quel politico destano un forte sospetto. Diffuse con malizioso compiacimento dai quotidiani, puntualmente smentite dagli interessati, le voci di rivolte popolari e di piccoli dispetti ai danni degli inquisiti più noti, sono rimbalzate quasi quotidianamente nelle redazioni giornalistiche”.
La falsa intervista
Invece nel libro Falsi giornalistici: finti scoop e bufale quotidiane (1997) Salvatore Casillo, Federico Di Trocchio, Salvatore Sica ricordano un altro caso di disinformazione legato a Tangentopoli, e anche questo ricorda un po’ troppo da vicino il presente. Il primo settembre del 1992 le tante Gazzette del paese pubblicarono un’intervista a Bettino Craxi rilasciata dopo un incontro con il presidente della Repubblica. A quanto pareva il segretario socialista stava cercando di stemperare i toni, affermando che non era sua intenzione muovere guerra ad Antonio di Pietro. Le agenzie avevano anticipato lo scoop, e in breve fu ripreso da tutti i quotidiani del paese. Ma non era vero: Craxi non aveva incontrato Scalfaro, né aveva lasciato interviste al Lorenzo Croce che firmava l’articolo. Alla smentita Croce difese la sua versione, raccontando di un’intervista telefonica nell’ufficio di Ugo Finetti, allora vicepresidente della Regione Lombardia. Non solo: Croce affermava di avere una registrazione. Ma anche Finetti e gli uffici della Regione smentirono, non era nemmeno a Milano quel 31 agosto.
L’intervista era sicuramente inventata, infatti l’autore non cercò mai di difendersi di fronte all’Ordine dei giornalisti, che poi lo dichiarò radiato (nonostante fosse solo iscritto all’elenco speciale dei direttori di pubblicazioni tecniche). La storia ci ricorda che le fake news ci sono sempre state (internet o non internet), ma anche che non tutti quelli che partecipano alla loro produzione sono puniti allo stesso modo (o puniti del tutto). La (rapidissima) punizione di Croce sembra senza dubbio giustificata, e se è per quello non ha perso il vizio di gabbare la stampa con bufale a sfondo animalista. Ma secondo gli autori di Falsi giornalistici la severità del trattamento fu dovuta più al suo essere un outsider, una firma sconosciuta che non poteva contare sul supporto di grande giornale, che alla gravità dell’accaduto. Perché scorrettezze ugualmente gravi, o più, sono state commesse da nomi ben più inseriti di Croce ma
“sono stati più rapidamente metabolizzati dalla pubblica opinione, dando luogo ad aggiustamenti un po’ risibili o cadendo nel silenzio totale, in nome di quel ‘Come se non sapessimo che mezzo giornalismo si basa sui falsi!’“.
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Fonte: Wired

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