Cosa rimane dell’Isis, senza al-Baghdadi?

Cosa rimane dell’Isis, senza al-Baghdadi?
30 October 2019 – 7:08

Foto di AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty ImagesCon una mossa inattesa e per certi versi piuttosto incoerente con le recenti decisioni prese sullo scacchiere mediorientale, lo scorso 27 ottobre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha trionfalmente annunciato l’uccisione di uno degli uomini più ricercati al mondo, il leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi. 
L’avvenimento è stato presentato dallo stesso inquilino della Casa Bianca come “più importante dell’eliminazione di bin Laden” e non c’è dubbio che rappresenti uno dei momenti più significativi nella storia recente della lotta al terrorismo. Al momento, tuttavia, non esiste alcun consenso unanime circa l’ipotesi che tale mossa possa anche tradursi nella sconfitta definitiva dell’organizzazione terroristica anche nota come Daesh – o Isis, o Stato islamico – e anzi, c’è chi pensa che andrà esattamente all’opposto.
La strategia del capo
È ciò che in gergo viene definito kingpin strategy – la strategia del capo, a prendere per buona la scelta effettuata da Netflix per tradurre il primo episodio della terza stagione di Narcos – ovvero quella serie di azioni a bassa intensità messe in campo dai governi per decapitare un’organizzazione criminale, con l’obiettivo ultimo di minarne le fondamenta.
In passato è stata utilizzata tanto da Bush quanto da Obama – in entrambi i casi per catturare bin Laden e porre idealmente fine alla cosiddetta guerra al terrorismo – ma la strategia del capo ha rappresentato il filo conduttore anche della battaglia intrapresa dallo stato messicano contro i cartelli di droga e nella lotta alle mafie italiane.
L’ipotesi di partenza è semplice, ma apparentemente molto efficace e si basa sull’assunto che le organizzazioni criminali su vasta scala non abbiano particolari problemi nel rimpiazzare la bassa manovalanza, ma che – contrariamente agli stati nazionali – non dispongano delle strutture interne necessarie a superare la scomparsa del leader.
Se tale approccio si è rivelato vincente in Messico e in Italia, dove l’arresto dei principali boss ha generato violente faide per la successione e posto fine alla stagione più sanguinosa delle rispettive esperienze, la stessa cosa non si può dire della guerra ad al-Qaeda. Il network islamista è infatti non solo sopravvissuto all’uccisione del suo fondatore – designando un successore, Ayman al-Zawahiri – ma ha partecipato attivamente all’ascesa dello stesso Stato Islamico.
A tracciare una linea tra ciò che sarebbe utile combattere con la kingpin strategy e ciò che invece sopravviverebbe alla dipartita del boss, ci ha pensato lo studioso di terrorismo Audrey Kurth Cronin, che in un articolo dal titolo No Silver Bullets spiega come l’approccio abbia maggiori probabilità di funzionare con gruppi “gerarchicamente strutturati, giovani, caratterizzati dal culto della personalità e senza successori designati”.
Isis è un’organizzazione terroristica notoriamente in grado di fare proseliti tra i giovani (come testimoniano i profili degli attentatori tristemente ritratti nelle cronache), ma la sua struttura è molto flessibile, composta da cellule autonome che difficilmente presentano vincoli di co-dipendenza. Come scrive Kathy Gilsinan sull’Atlantic, inoltre, “anche se la persona di Baghdadi fosse mai stato oggetto di culto, quel culto sarebbe finito con la sconfitta territoriale. Al momento della morte, Baghdadi era un califfo senza califfato”.
L’Isis dopo Baghdadi
Ad annunciare la definitiva sconfitta dell’autoproclamato Stato Islamico era stato proprio Donald Trump, che nel dicembre del 2018 era riuscito a prendere in contropiede i suoi stessi consulenti di politica estera, predisponendo un piano di ritiro delle truppe americane dalla Siria.

After historic victories against ISIS, it’s time to bring our great young people home! pic.twitter.com/xoNjFzQFTp
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) December 19, 2018

Come spesso accade con la comunicazione del presidente degli Stati Uniti in carica, dietro quell’annuncio ad effetto si nascondeva però un’evidente semplificazione, messa in luce da un rapporto Onu e da un documento del dipartimento della Difesa americano, entrambi dedicati alla residua pericolosità di Isis, che nonostante l’arretramento territoriale poteva ancora contare su circa 30mila miliziani, sparsi tra Siria e Iraq.
Quella che col tempo era diventata una vera e propria entità statale aveva finito per sgretolarsi, ma i soldati dediti alla causa non hanno mai davvero abbandonato l’idea di riprendere le armi. In questa dinamica il ruolo di Baghdadi era diventato via via più marginale e nel 2017 un portavoce della coalizione anti-Isis lo aveva definito “irrilevante da molto tempo”. Nonostante ciò, il suo apporto alla causa dell’islamismo militante resta dolorosamente fondamentale.
Come scriveva nel 2015 Murtaza Hussain su The Intercept, l’obiettivo principale di Isis è sempre stato quello di generare ostilità tra la popolazione musulmana occidentale e la società in cui questa si stava col tempo integrando, eliminando ogni possibilità di dialogo e polarizzando le rispettive posizioni.
Contrariamente a bin Laden, Baghdadi è stato in questo senso un vero e proprio ideologo del terrore, dividendo e poi attaccando, con una serie di azioni progettate per far sentire chiunque in pericolo, in qualunque posto e in qualsiasi momento. Senza necessariamente farne discendere un nesso di causalità, ancora l’Atlantic sottolinea come appena un mese dopo gli attentati di Parigi, l’allora candidato alla presidenza Donald Trump abbia pronunciato per la prima volta la formula muslim ban.
Quello che un tempo ambiva a essere un califfato è oggi una rete clandestina di organizzazioni jihadiste più o meno eterogenea, tenuta insieme da una visione nichilista del mondo e da una vena di radicalismo religioso eretto a programma politico. In questo scenario le decisioni di Trump sul futuro della Siria potrebbero giocare un ruolo fondamentale per riattivare o smantellare definitivamente quella rete, ma nessuno di questi futuri possibili passa oggi dall’uccisione di Baghdadi, diventato un simbolo più per la lotta al terrorismo, che per il terrorismo stesso.
The post Cosa rimane dell’Isis, senza al-Baghdadi? appeared first on Wired.

Fonte: Wired

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte di BestAll. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi