Il razzismo inconsapevole dello spot Alitalia con il finto Obama

Il razzismo inconsapevole dello spot Alitalia con il finto Obama
4 July 2019 – 11:27

(Fermo immagine via Tpi)Il video è stato rimosso. Il che dimostra che le critiche avevano colpito nel segno: l’uso della pratica del blackface, cioè il trucco nero su un attore non nero, è una pratica irrispettosa che non ha alcun senso. Purtroppo è capitato a un breve spot Alitalia, ex compagnia di bandiera in difficoltà e in attesa dell’ennesimo salvataggio, stavolta  in gran parte per mano pubblica. Fra un paio di settimane, forse meno, se ne dovrà per forza sapere di più fra gli interessamenti del gruppo Toto, di Avianca e del presidente della Lazio Lotito oltre alle fiche già sul tavolo, quelle di Delta e del ministero del Tesoro coordinati dalle Ferrovie dello Stato.
Nei giorni scorsi è circolato sul canale YouTube ufficiale e sui profili social una clip – terzo episodio di un ciclo promozionale – destinata a promuovere la nuova rotta Roma-Washington D.C. Visto che proprio a Washington c’è la Casa Bianca, residenza ufficiale del presidente statunitense, dalla compagnia hanno pensato a una divertente serie in cui diversi sosia di presidenti del passato (Washington, Lincoln e Obama) oltre a Donald Trump girano per Roma interrogando i passanti e in sostanza promuovendo la destinazione. Il problema è stato, appunto, scegliere un attore di origini tunisine (Khaled Balti) per interpretare Obama. Scivolando automaticamente nel macchiettismo ottocentesco statunitense, considerato perfino da Marthin Luther King uno dei simboli dell’umiliazione anzitutto culturale degli afroamericani.
Blackface significa appunto truccare un attore bianco, in modo palesemente marcato, per imitare un attore di colore e interpretarne il ruolo che, nei minstrel e vaudeville show (gli spettacoli-puzzle dei primi dell’’800 con sketch comici, danze, canti interpretati appunto da attori bianchi truccati da neri), era infarcito di stereotipi e pregiudizi razziali. Tanto da produrre perfino dei cortocircuiti per cui anche gli attori di colore finirono per truccarsi col blackface, partorendo specie di parodie delle parodie e moltiplicando la carica offensiva e stereotipata del nero ignorante, pigro, vizioso, superstizioso e stupido e dei soliti personaggi (lo schiavo, la “mammy” e così via) e dei soliti scenari (le piantagioni) che solo il movimento per i diritti civili e le sanguinose battaglie degli anni Sessanta del Novecento hanno definitivamente archiviato.
Pensate che qualche anno fa, nel 2012, un ragazzo fu allontanato per un giorno da una scuola del Colorado per aver fatto ricorso a un simile mascheramento in un progetto di classe: si era travestito proprio da King. Probabilmente l’agenzia creativa che si è occupata dei contenuti di questa piccola campagna per Alitalia intendeva accentuare, col ricorso a un attore maghrebino, un elemento di comicità e di leggerezza, spargere un sentimento scherzoso perché in fondo scherzare sul colore della pelle altrui è purtroppo considerato – perfino da tanti comici italiani, dalla tv come nelle puntate di Tale & Quale Show o banalmente con le continue battute – un ingrediente di comicità e di spettacolo. Chissà che genere di valutazione è stata fatta, certe volte è davvero difficile infilarsi nelle sfumature di una procedura che avrà senz’altro comportato numerosi passaggi di approvazione e valutazione e un certo costo di produzione. Nessuno ha alzato il dito e avuto il coraggio di spiegare che no, forse non era il caso?
Magari chi ha autorizzato il ricorso a quella pratica intendeva (inconsciamente o meno, non lo sapremo mai) ricollegarsi proprio all’effetto di quasi duecento anni fa, cristallizzato da chiunque abbia studiato un po’ di cinema, dal primo film degno di questo nome in virtù delle sue tante novità tecniche, The Birth of a Nation di David Wark Griffith, dove tutti i personaggi neri erano interpretati da attori bianchi.
Un errore in buona fede, forse, ma proprio per questo più grave perché in sostanza frutto di ignoranza e della totale assenza di sensibilità (confermati dalle risposte che i passanti nelle clip forniscono al finto intervistatore sul lavoro precedente del fake Obama: giardiniere, giocatore di pallacanestro, cameriere, in pieno stile minstrel). Se a tutto questo si aggiunge che è (anzi, era) un contenuto pensato per i social network e dunque a disposizione di target e pubblici ben diversi, il pasticcio è completo.
Non basta. C’è infatti anche da dire che una compagnia aerea, per mission e per il servizio che offre, dovrebbe comunicare valori universali, di respiro ampio, in una parola ispirazionali. Anche stavolta abbiamo fatto gli italiani, chiudendoci nel nostro recintino dal quale rischiamo di non vedere quel mondo che dovremmo solcare seduti su quegli aerei. Tuttavia Alitalia sta facendo piuttosto bene il suo lavoro, negli ultimi tempi, nonostante le ristrettezze e anche in termini di comunicazione: c’è da scommettere che si sia trattato di una scelta sbagliata col fornitore sbagliato.
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Fonte: Wired

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