La privacy è morta, e l’abbiamo uccisa noi: la lezione di Dave Eggers

La privacy è morta, e l’abbiamo uccisa noi: la lezione di Dave Eggers
13 April 2019 – 9:00

Questo articolo è comparso originariamente sul numero 77 di Wired Italia, nell’estate del 2016, e fa parte di una serie di 10 articoli storici della rivista, che vi riproponiamo per celebrare i nostri 10 anni. 
Molti anni fa ho incontrato un amico. Frank, così lo chiamerò, mi chiese se avevo ricevuto una mail che m’aveva mandato qualche giorno prima. Risposi che l’avevo vista ma non ancora aperta (in realtà l’avevo aperta ma non l’avevo letta, motivo per cui gli ho detto una piccola bugia innocente). Al che Frank disse qualcosa che mi fece pensare: in quel momento capii che il mondo digitale e l’umanità in generale avrebbero preso una strada strana e irreversibile. “Guarda, lo so che l’hai letta. Nel computer ho un software che mi dice quando le mie mail vengono aperte: l’hai fatto mercoledì alle 16:36”.
“Whoa”, risposi, “mi stai spiando?”.
“No”, disse, “controllo solo quando i miei messaggi vengono letti”.
Da quel momento in poi, il mondo è cambiato. La conversazione è avvenuta più o meno quindici anni fa: quindici anni fa il mio amico Frank è diventato una spia e, da allora, altri milioni ̶ forse miliardi ̶ di persone del tutto normali lo sono divenuti.
Forse siete d’accordo con Frank, in fondo non mi stava spiando. Ma pensateci un attimo: ha utilizzato un software in grado di verificare quando e se io avessi aperto la sua mail. Quindi stava osservando il mio comportamento. A mia insaputa e senza il mio consenso, ovviamente. Questo si chiama spiare.
Frank non è sempre stato una spia, certo. L’avevo conosciuto dieci anni prima che lo diventasse, e sono certo che fino ad allora non m’avesse mai spiato. Prima di internet e delle email, se davvero avesse voluto sapere quando avevo aperto una sua lettera avrebbe dovuto compiere una serie di operazioni molto più elaborate. Facciamo finta che sia successo: mi ha scritto una lettera e vuole sapere se l’ho ricevuta. Dovrebbe attendere almeno dieci giorni, venire a casa mia, nascondersi dietro a un cespuglio, aspettare che esca a ritirare la posta dalla cassetta delle lettere e sperare che apra la lettera proprio lì, dove mi può vedere. Solo in questo caso Frank avrebbe la soddisfazione di sapere esattamente quando l’ho letta. Ma non l’avrebbe fatto. Questo tipo di comportamento  ̶  cioè nascondersi fra i cespugli dietro la casa di un amico per aspettare che esca e apra una lettera ̶  sarebbe quanto meno strano. Decisamente fuori dalla norma. Ossessivo, invadente, assurdo e totalmente irrispettoso della privacy altrui.
Poi sono arrivate le email e, con loro, uno strumento che permette a Frank di scoprire il momento esatto in cui i suoi messaggi vengono letti. Ha scaricato questo strumento sul computer, lo usa e, improvvisamente, un comportamento che non sarebbe accettabile nella vita reale lo diventa nel mondo digitale grazie a strumenti facili da usare e a portata di mano. Così una persona del tutto normale si trasforma in spia.
Come ho detto, l’episodio è avvenuto circa dieci anni fa. Da quel giorno ho cominciato a prendere appunti per un romanzo in cui raccontare i meccanismi e fare satira sul futuro del mondo digitale. Ogni volta che mi è capitato di osservare un attacco alle nostre consolidate nozioni di privacy, di proprietà privata ma anche di  decenza, ho preso nota. Questi appunti sono diventati The Circle.
Quando è stato pubblicato sono andato in diversi college, in varie università e ho parlato con gli studenti per sapere qualcosa di più delle loro vite digitali. Durante la prima di queste visite ho scoperto una cosa piuttosto sconcertante: molti, almeno la metà, mi hanno raccontato di essere costantemente sorvegliati dai genitori. Grazie agli smartphone, questi sono in grado di seguire i loro spostamenti e ciò che fanno ora per ora di ogni singola giornata. Magari l’università è in Virginia, ma dovunque essi fossero, in California per esempio, sanno sempre dove sono i loro figli. Se per caso questi si allontanano, ricevono un messaggio: perché non sei al campus? Se tornano tardi o o saltano una lezione, padri e madri lo sanno. Senza dubbio, questi genitori sono persone normali e sane di mente. Ma altrettanto senza dubbio, prima dell’era degli smartphone e dei vari strumenti di localizzazione, non avrebbero mai potuto sorvegliare così i propri figli. Per farlo avrebbero dovuto raggiungere il college, indossare un impermeabile e seguire furtivamente i ragazzi, nascondersi dietro agli alberi e alle porte, sbirciare dalle finestre, accertarsi che fossero in classe quando dovevano esserci o che dormissero nei loro letti. Ma sarebbe stato considerato un comportamento anomalo, ben al di là dei limiti delle convenzioni sociali.
Oggi invece, visto che questi strumenti di sorveglianza sono alla portata di tutti e non costano nulla, quei genitori sono diventati delle spie. Tengono sotto controllo la prole ormai adulta, anche se si trova a migliaia di miglia di distanza. Come Frank, hanno deciso che il loro diritto di sapere è più importante del diritto alla privacy dei figli.
Ho recentemente espresso queste preoccupazioni a un’amica sposata, che chiamerò Sophie. Lei è, nel complesso, una delle ragazze più normali del mondo: la conosco da quando avevamo dodici anni ed è sempre stata sensibile, equilibrata, con solidi valori morali. Le ho raccontato queste storie di sorveglianza quotidiana e m’ha risposto: “Allora anche io sono una spia! Controllo mio marito ogni giorno…”.
Lo smartphone del consorte è collegato al suo, com’è ovvio, e ogni pomeriggio appena lui lascia il lavoro lo controlla per capire quando arriverà a casa. Sa quando esce dall’ufficio, quando entra in macchina e, grazie ad una app che fornisce WR1606 page019.pdf sul traffico, riesce persino a capire, con precisione al minuto, quando dev’essere pronta la cena.
Prima Sophie avrebbe semplicemente chiamato suo marito e gli avrebbe chiesto: quando sarai a casa? Se avesse sospettato di lui, avrebbe assoldato un detective privato e l’avrebbe fatto pedinare. Ma sarebbe stato costoso, avrebbe significato la perdita definitiva della fiducia nel marito e, di conseguenza, la fine del matrimonio. Oggi invece Sophie può controllarlo e fare tutto quello che farebbe un detective privato restando comodamente a casa. Gli strumenti per farlo sono ormai così economici e facili da usare che non ha neanche più bisogno di fidarsi di lui o di chiamarlo. Semplicemente lo controlla.
Ho fatto tre esempi di sorveglianza quotidiana che certo non vi sconvolgeranno più di tanto. Come non hanno turbato nessuno, negli Stati Uniti, quando mi è capitato di raccontarli. Ma sono convinto che queste vicende all’apparenza innocue rappresentino l’inizio di qualcosa di molto più grave, che potrebbe diventare una vera e propria divergenza evolutiva della nostra specie: siamo così abituati a essere osservati e controllati, da non considerare più alcun tipo di sorveglianza come un’inaccettabile violazione della privacy.
Questo è il motivo per cui, quando qualche anno fa è stato scoperto il livello inquietante di controllo a cui sono sottosti i cittadini americani da parte della Nsa, non ci sono state rivolte per le strade. Qualche protesta, sì, richieste di cambiamento, qualche episodio isolato di indignazione ma niente di esagerato.
Perché? Perché permettiamo alle macchine di Google di leggerci le mail, ai siti web di inserire cookies nei nostri server e, più interessante, perché lasciamo che gli amici e le persone che amiamo ci spiino? Forse per questo lo sdegno nei confronti della sorveglianza da parte del governo è piuttosto tiepido. Ammesso che esista.
Sono convinto che la mancanza di indignazione  ̶  persino di qualsiasi interesse  ̶  sia dovuta alla convinzione della maggior parte di noi che il diritto a sapere sia più importante di quello alla privacy. Crediamo di avere il diritto di sapere quando le nostre lettere vengono aperte come di sapere dove si trovano i nostri mariti, le mogli e i figli in ogni momento della giornata. Lo accettiamo come se fosse un privilegio basilare – il diritto di sapere tutto quello che vogliamo sapere su chiunque e in qualunque momento – e istintivamente accettiamo che lo stato faccia lo stesso.
Se siamo noi, per primi, a spiare gli amici e i nostri cari, come possiamo disapprovare il governo quando ci spia?
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Fonte: Wired

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