40 anni dopo, è ora di sapere chi ha ucciso Mino Pecorelli

40 anni dopo, è ora di sapere chi ha ucciso Mino Pecorelli
20 March 2019 – 15:04

Quattro colpi, uno in bocca e tre alla schiena. Riverso sulla sua Citroen 2000 CX verde moriva così 40 anni fa Mino Pecorelli. Erano le 20.45 del 20 marzo 1979. Siamo in via Orazio, a Roma, nel quartiere Prati. Pecorelli era da poco uscito dalla redazione di Osservatore politico che si trovava un centinaio di metri prima, in via Tacito 50, insieme alla segretaria e amante Franca Mangiavacca e al caporedattore Paolo Patrizi. La donna, che si era fermata poco prima a prendere la sua auto, dirà ai giudici di aver intravisto una sagoma in impermeabile bianco a fianco dell’auto del giornalista, messa di traverso, sulla strada. Quell’uomo resta ancora oggi senza nome.

Forse perché più di dare un nome all’uomo si è cercato da subito di darlo ai mandanti. Tante erano infatti le persone che avrebbero voluto Pecorelli morto, e ancora di più potevano essere i sicari assoldati: uomini della mafia, della banda della Magliana, della destra sovversiva dei Nar. Esponenti di una malavita che in quegli anni spesso si sovrapponeva o agiva di concerto, sotto la regia politica e dei servizi segreti. Il “cantante”, come lo chiamavano nel Palazzo, era temuto perché non era un giornalista qualunque, così come quelle di Op, la rivista da lui fondata (nata prima come agenzia di stampa), non erano notizie qualsiasi: erano pezzi di verità che venivano fuori dal cuore nero di uno stato dove complotti e affari sporchi erano all’ordine del giorno e il depistaggio, sempre e comunque, era la regola.
Le rivelazioni era espresse spesso in forma sibillina come messaggi cifrati indirizzati ai diretti interessati. Se tra le mille piste imbastite da giornali brancolanti e depistatori di professione Pecorelli poteva tirar fuori la verità era grazie ai contatti giusti. Tra le sue fonti troviamo il capo del Sid dell’epoca Vito Miceli, il generale Maletti e il capitano La Bruna dell’Ufficio D, il direttore dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato, ma anche il generale Dalla Chiesa, oltre a politici come Carenini ed Evangelisti, magistrati come Sica, Infelisi e De Matteo. Nella sua agenda figura persino Silvio Berlusconi, oltre a Licio Gelli, il capo della loggia P2. La stessa P2 a cui Pecorelli si era iscritto per cercare di carpire altre informazioni e trovare nuovi contatti, ma da cui poi chiederà di uscire in una lettera rancorosa indirizzata allo stesso Gelli.
Perché Pecorelli non amava essere manovrato. Poteva collaborare con qualcuno per avere rivelazioni e documenti, ma poi se trovava un motivo lo randellava alla prima occasione: fece ad esempio così con Sindona, Miceli, Maletti, La Bruna e Gelli. La notizia veniva prima di tutto. Magari poteva – malvolentieri – chiudere un occhio se la vittima designata si rivelava benevola aiutando economicamente la rivista che versava perennemente in cattive acque: successe ad esempio in occasione della famosa copertina ritirata di Op del 6 febbraio ’79 con “Gli assegni del presidente”, dove il presidente era quello del Consiglio, Giulio Andreotti, e gli assegni quelli versati dall’industriale Rovelli. Franco Evangelisti, braccio destro del Divo, gli versò una trentina di milioni messi a disposizione dai fratelli Caltagirone come rimborso spese per la distruzione e la ristampa, ed evitò il peggio. Come ringraziamento Andreotti gli inviò delle pillole per il mal di testa : probabilmente l’unica cosa che li accomunava, visto che il gobbo nelle pagine di Op era il suo nemico prediletto.
Da questi episodi, come dallo stretto legame con i servizi segreti, nasce la fama – spesso anche rinfocolata da qualche giornalista invidioso – del Pecorelli ricattatore. Cosa assolutamente falsa, come dimostrano lo stile di vita e soprattutto il conto in banca di Mino al momento della sua morte. Una perfidia che non gli rese giustizia neanche all’indomani del suo omicidio, quando per trattare la notizia fu data in pasto ai giornali una foto con una faccia buffa che Pecorelli fece di proposito nell’ultimo scatto in una cabina fotografica automatica. In una striscia di quattro foto tessere fu pubblicata proprio quella da scartare. Questa:

Oggi, a distanza di quaranta anni, le cose sembrano un po’ cambiate. Con la morte di molti di quella generazione la figura di Mino Pecorelli sembra ricevere la giusta riabilitazione. Ma l’omicidio, assassino e mandanti restano senza nome. Così come non è ancora chiaro il movente.
Chi l’ha ucciso e perché: una pista alternativaAnche se Mino dalle pagine di Op randellava a destra e a sinistra, lo faceva soprattutto al centro. E proprio Andreotti finisce sul banco degli imputati, tirato fuori dal pentito Tommaso Buscetta, che attribuisce l’omicidio Pecorelli alla mafia siciliana, precisamente a Bontate e Badalamenti, su richiesta dei cugini Salvo contattati da Claudio Vitalone (braccio destro di Andreotti, già ministro del Commercio per l’Estero e all’epoca sostituto procuratore) per interesse del leader Dc. La rivelazione, dice Buscetta, gli fu fatta dallo stesso Bontate. Il movente? Pecorelli minacciava di far uscire altre verità sul sequestro Moro, insieme ad altri segreti sullo scandalo Italcasse che riguardavano direttamente Andreotti.
Per la procura di Perugia ce n’era abbastanza per chiedere il rinvio a giudizio con l’accusa di concorso nell’omicidio per Andreotti, Vitalone, i boss della mafia Pippo Calò e Gaetano Badalamenti, il killer Michelangelo La Barbera e l’ex terrorista dei Nar, poi nella banda della Magliana, Massimo Carminati. A condannare quest’ultimo anche i rari proiettili Gevelot che furono ritrovati nel corpo di Pecorelli (due di marca Gevelot e due di marca Fiocchi) e provenivano dal magazzino della banda della Magliana nei sotterranei del ministero della Sanità (insieme ai candelotti fumogeni che furono ritrovati a fianco del corpo del colonnello Varisco, ucciso ufficialmente dalle Br, ma questa è un’altra storia). L’altalena del giudizio-assoluzione-condanna- assoluzione si concluse con la sentenza della corte di Cassazione del 2003 che annullò la condanna inflitta in appello scagionando tutti.
Se il binomio Andreotti-caso Moro ha sempre affascinato la stampa nostrana che si è concentrata sul primo come mandante e sul secondo come movente, ci sono altre piste che sono state meno battute. Pecorelli rivelò infatti all’avvocato De Cataldo il giorno prima di morire di poter entrare in possesso di alcuni fascicoli Sifar che non erano stati distrutti e contenevano materiale scottante, ma di aver bisogno di soldi per acquistarli. I fascicoli Sifar erano una raccolta di schede informative ordinate dal generale Giovanni De Lorenzo su politici, militari, ecclesiasti, giornalisti, sindacalisti, intellettuali. Se c’era una persona che contava in Italia, il suo nome aveva un preciso dossier.
Quei fascicoli, di cui fu ordinata la distruzione, saranno proprio il tema centrale dell’ultimo numero di Op uscito il giorno della morte di Pecorelli: “Il grande Falò”. Il movente c’è: se Pecorelli avesse avuto quei fascicoli molti soggetti potevano sentirsi ricattati, ma è appunto quel “molti” che complica la storia: difficile capire quale soggetto in particolare poteva vedersi minacciato, vista la vastità dei dossier. Sembra comunque una strada valida perché se Pecorelli è stato ucciso, è più facile che sia successo per qualcosa che poteva fare e non che aveva già fatto. Alcuni di quei fascicoli, o copie di fascicoli, mai distrutti, furono trovati nel 1981 a casa di Licio Gelli in Uruguay. Lo stesso Gelli che tra l’altro fu indicato come mandante in una telefonata anonima (a quanto pare da parte del falsario della banda della Magliana Tony Chicchiarelli) giunta al procuratore Giovanni De Matteo.
Un caso che si può riaprire?Grazie al lavoro investigativo di Raffaella Fanelli per il sito Estreme Conseguenze, la sorella di Mino Pecorelli tramite il suo avvocato Valter Biscotti ha chiesto ultimamente la riapertura del caso. Il motivo è una vecchia dichiarazione dell’estremista di destra Vincenzo Vinciguerra raccolta dal giudice Guido Salvini nel 1992. Vinciguerra raccontava di aver sentito da Adriano Tilgher che la pistola utilizzata per uccidere Pecorelli, subito dopo il fatto venne affidata a Domenico Magnetta. Magnetta negherà di possedere quella pistola e dopo poco tempo consegnerà un arsenale di armi alla polizia tramite un sacerdote: tra quelle armi c’è proprio una 7.65. Il colonnello Lombardi la confronterà con i bossoli trovati sul luogo del delitto, ma l’esito sarà negativo. Nel 1995 però, mentre i sostituti procuratori di Perugia facevano arrestare Carminati, sequestravano nell’auto di Magnetta una Santa Barbara tra cui proprio una Beretta 7.65 con matricola punzonata e quattro silenziatori artigianali.
L’inchiesta della giornalista ipotizza proprio un collegamento tra le armi sequestrate a Monza e l’omicidio di Pecorelli. Da questo confronto uscirà un pezzo di verità finalmente? Raffaella Fanelli sentita da Wired lo spera, anche se sembra che i bossoli siano stati manomessi.  Siamo alle solite, insomma. Come uscirne? “Secondo me si dovrebbe ripartire da Vinciguerra” – dice Fanelli – “perché qualcuno minacciò di ucciderlo subito dopo. Le indagini non dovrebbero limitarsi alla perizia, anche se questa dovesse avere esito negativo. Dovrebbero andare oltre, capire quali persone giravano intorno a Magnetta”. Ripartire dalla mano che ha ucciso quindi, prima ancora che dai moventi e dai mandanti che troppo spesso hanno affascinato i diversi inquirenti nelle loro mille piste alternative.
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Fonte: Wired

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