La parabola di Formigoni, dalla vetta del Pirellone alla cella di Bollate

La parabola di Formigoni, dalla vetta del Pirellone alla cella di Bollate
22 Febbraio 2019 – 12:21

Il Celeste già sceso dalle stelle si appresta a entrare nel penitenziario milanese di Bollate. Roberto Formigoni deve andare in carcere. L’intoccabile è stato definitivamente toccato dopo essere stato sfiorato per anni da indagini, processi e condanne che comunque lasciavano margini alla speranza, alla possibilità di trovare un codicillo che allontanasse la gattabuia. Ieri la sua corsa è finita nonostante le prodezze del mago della legge, l’avvocato Franco Coppi. La Cassazione ha deciso: l’ex presidente della Regione Lombardia è stato condannato a scontare 5 anni e 10 mesi. Una pena inferiore a quella sentenziata lo scorso settembre dalla corte d’Appello di Milano, sette anni e mezzo di reclusione, e precedentemente dai giudici di primo grado, sei anni.
Roberto Formigoni (Photo by Silvia Lore/NurPhoto)
Formigoni dormirà in una cella. Una fine quasi unica per un politico della Prima Repubblica. Quel sistema di integrazione tra pubblico e privato nella tutela della salute lo aveva portato alle vette più alte. Quella gestione aveva creato un sistema tanto efficiente quanto profumatamente pagato.
Quei rapporti con i manager della sanità avevano fatto osannare il politico. E adesso sono gli stessi che lo hanno fatto cadere sotto l’evidenza di benefit che non provano soltanto episodi corruttivi, così come appurato dal tribunale, ma stigmatizzano la corruzione morale che ha portato alla caduta del gigante. Dal 1975 al 2013. Dalla fondazione del braccio politico di Comunione e Liberazione, il Movimento Popolare, all’ultima poltrona in Regione. Dal voto di castità alle foto al mare, in ciabatte davanti al computer, in spiaggia. Dal puritano al moderno. Dalla morale cattolica ai favori all’ospedale San Raffaele e alla fondazione Maugeri di Pavia, facendo piovere milioni di euro dalla Regione in cambio di ville in Sardegna, vacanze a bordo di yacht importanti e cene e regali.  Poi la fine politica e morale, il carcere, secondo una parabola a cui l’Italia non ha abituato i suoi cittadini.
Quando i cattolici avevano fatto il patto con l’allora presidente del “Diavolo”, Silvio Berlusconi, la tutela dei valori morali garantiti da Forza Italia non era in discussione. Quelle poltrone ambite non avrebbero dovuto compromettere l’integrità del movimento di Formigoni. Eppure la trasformazione era evidente durante l’evoluzione dei quattro mandati, tra camicie hawaiane, giacche luccicanti e maglioni sgargianti. Nulla che il 41% portato in dote a Forza Italia nel 1995 non potesse far dimenticare. Perché le sedi della Regione Lombardia a Bruxelles e i 32 piani del Pirellone innalzavano il Celeste accreditandolo verso l’ultima sporca meta: raccogliere l’eredità di Berlusconi. Intoccabili, apparivano entrambi. Era un abbaglio. I giganti sono caduti, sotto i colpi di una decadenza della morale ostentata, prima ancora che la giustizia cancellasse l’ultima speranza: la messa è finita, andate in pace.
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Fonte: Wired

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