Trump litiga con l’Arabia Saudita. Come risponderà il cartello del petrolio?

Trump litiga con l’Arabia Saudita. Come risponderà il cartello del petrolio?
11 Febbraio 2019 – 9:00

(foto: Reuters / Jonathan Ernst)L’Opec non è un nemico degli Stati Uniti. Questo è il messaggio chiaro e semplice che l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio sta cercando da mesi di far arrivare a Washington. La voce della preparazione di una campagna di lobby all’interno dei gruppi di interesse americani nel mondo del petrolio si è fatta recentemente più insistente, ed è un chiaro segnale delle turbolenze internazionali, e nello specifico di un rapporto sempre più controverso fra Stati Uniti da una parte e Arabia Saudita dall’altra.
Lo scorso gennaio, a poche settimane dall’ultimo vertice di Vienna, nel quale l’Opec è riuscita a trovare un accordo – chiamato Opec+ – con i paesi non-Opec (Russia in testa) per un taglio deciso della produzione di petrolio, è giunta la notizia dal Wall Street Journal che per la prima volta, nei quasi 60 anni dell’organizzazione, era stata pianificato un esteso battage pubblicitario nei confronti di think tank, personale accademico e istituzioni di grande rilevanza negli Stati Uniti, come la Camera di commercio e l’American Petroleum Institute, la quale rappresenta tutte le diverse sfaccettature dell’industria del greggio americano. Una macchina poderosa, che fornisce un impiego a oltre 10 milioni di cittadini americani e contribuisce a circa l’8% dell’intera economia degli Stati Uniti.
Sarebbero 500mila dollari quelli messi sul piatto dai 14 paesi membri di Opec per influenzare un gruppo consistente di personalità che a loro volta dovrebbero – soprassedendo bonariamente alle ultime politiche adottate dall’Organizzazione – fornirne un quadro roseo, sottolineando la positiva stabilizzazione dei prezzi che l’accordo Opec+ ha garantito a tutto il mondo. Al termine dell’equazione vi è il fatto che, essendo gli Stati Uniti al momento il principale produttore di petrolio e affini grazie alla rivoluzione del fracking, sarebbe anche Washington a trarne beneficio. Una strategia soprannominata “dagli americani agli americani”.
“Noi siamo complementari, non siamo nemici qui”, ha commentato recentemente Suhail al-Manzrouei, il ministro dell’Energia degli Emirati Arabi Uniti, durante una conferenza ad Abu Dhabi sul rapporto fra Opec e Stati Uniti. Una dichiarazione che appare in netta contraddizione con la campagna che gli stati produttori si apprestano a lanciare e che pare sia, al momento, osteggiata soltanto dall’Iran, già colpito durante dalle sanzioni imposte nuovamente da Donald Trump lo scorso novembre.
Perché allora la pianificazione di questa campagna è pronta a essere lanciata proprio ora? La risposta si trova nel complesso e intricato rapporto che intercorre fra Washington e i paesi del Golfo, andato a peggiorare notevolmente nel corso del 2018. L’estate scorsa, dopo alcuni tweet furiosi di Donald Trump contro le politiche attuate da Opec e in un clima di generale nervosismo dovuto a problemi dell’industria petrolifera di paesi come Venezuela, Libia e Nigeria, il presidente americano ha chiamato in causa le promesse del giovane principe saudita Mohammad bin Salman di impegnarsi ad abbassare il costo del petrolio grazie a un nuovo influsso di greggio sul mercato.

Oil prices are too high, OPEC is at it again. Not good!
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 13 giugno 2018

Just spoke to King Salman of Saudi Arabia and explained to him that, because of the turmoil & disfunction in Iran and Venezuela, I am asking that Saudi Arabia increase oil production, maybe up to 2,000,000 barrels, to make up the difference…Prices to high! He has agreed!
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 30 giugno 2018

Trump non ha mai celato di avere un rapporto preferenziale con il principe saudita e non a caso Ryiad è stata la prima capitale all’estero visitata nella sua presidenza, tutto questo nel maggio del 2017. Allora i due firmarono accordi per circa 110 miliardi di dollari in armamenti, un valore che saliva a 350 miliardi di dollari contando gli scambi programmati per i successivi 10 anni. Anche se in realtà i dati reali dell’accordo sono stati successivamente messi in discussione da vari esperti, non può essere negato che fra i due leader ci sia un’ottima intesa.
Nonostante questo, nel corso della querelle fra la presidenza e i paesi produttori nel corso del 2018, un membro del dipartimento di Giustizia americano ha sottoposto una proposta all’interno dell’amministrazione che consentirebbe al governo di portare a giudizio Opec come violatore delle norme antitrust. Sostanzialmente il governo potrebbe accusare l’organizzazione di fare cartello per influenzare a proprio vantaggio il prezzo del greggio. Tutto fumo, direte voi. Eppure, negli anni, in diversi hanno cercato di portare in giudizio Opec nei tribunali americani. Il tutto senza ottenere grandi risultati, visto che spesso i membri di sono difesi grazie all’immunità sovrana che protegge gli stati dall’essere chiamati in giudizio.
Tre eventi hanno però intricato ulteriormente la questione per Trump. Il primo è il già nominato accordo Opec+, il quale ha impegnato tutti i principali paesi produttori al mondo, capitanati da Arabia Saudita e Russia, di tagliare la produzione globale di circa 1,2 milioni di barili al giorno. Tutto questo in aperta contraddizione con le richieste avanzate soltanto la scorsa estate dallo stesso Donald Trump.
Il secondo fattore è stata l’uccisione del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, avvenuta a Istanbul l’ottobre scorso per mano di un commando inviato da Riyad. Con l’omicidio dell’oppositore del giovane principe saudita Mohammad bin Salman, apertamente contrario all’intervento saudita nello Yemen, si sono levate voci bipartisan nel Congresso americano nel chiedere dure sanzioni da parte di Washington nei confronti dell’Arabia Saudita.
Tutto questo prima ancora delle elezioni di Midterm, che hanno consegnato il Congresso nelle mani dei democratici, pronti a utilizzare il caso Khashoggi per mettere in difficoltà lo stesso Trump, attaccando uno dei paesi chiave nella politica estera del suo primo mandato. Dopo diversi appelli e pressioni, nel novembre del 2018 gli Stati Uniti hanno deciso, di comune accordo con gli alleati nella regione, di sospendere il rifornimento degli aerei da combattimento impegnati in Yemen. Adam Schiff, democratico e a capo del Comitato per i servizi di Intelligence del Congresso, ha chiesto la sospensione di qualsiasi vendita di armamenti ai sauditi, il cui mercato rappresenta circa il 18% di tutte le vendite dell’industria americana (dati Sipri 2013-2017).
Ecco che ora, finito lo shutdown e ripresi i lavori del nuovo Congresso guidato dai democratici, potrebbe rispuntare l’emendamento contrario al cartello e dare così inizio a un nuovo capitolo nella vicenda che lega indissolubilmente, sin dal 1933, gli Stati Uniti al petrolio arabo. Oppure basterà una campagna di lobbying a fermare la slavina?
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Fonte: Wired

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