I nuovi media che dovevano salvare il giornalismo sono in crisi. Di chi è la colpa?

I nuovi media che dovevano salvare il giornalismo sono in crisi. Di chi è la colpa?
29 Gennaio 2019 – 9:01

L’app di BuzzFeed vista su un iPhone qualche anno fa (foto: Daniel Acker/Bloomberg via Getty Images)È un periodo funesto per il panorama dei nuovi media. Diverse testate digitali che sembravano ormai consolidate nel panorama dell’editoria hanno annunciato un nuovo round di tagli del personale, con oltre mille licenziamenti di giornalisti anche affermati, che ha fatto discutere e preoccupare molti.
Per anni considerato il modello di news online da imitare, BuzzFeed lascerà andare il 15 per cento della sua forza lavoro, o circa 250 dipendenti, tra cui molti nella sezione news (quella che ha appena firmato lo scoop su Trump e il Russiagate). Verizon Media, che controlla tra l’altro HuffPost, Aol e Yahoo!, taglierà invece il 7 per cento dei suoi dipendenti in tutto il mondo, circa 800 persone. È il segnale che l’informazione online sta lottando per trovare un modello di business sostenibile, in un settore le cui risorse pubblicitarie e tutta l’attenzione sembrano catturate da colossi della tecnologia come Facebook, Netflix o Google.
Tutta colpa di internet?Per l’occasione sono apparse diverse riflessioni sul destino dei nuovi media e sulle motivazioni di questa fase economica evidentemente negativa. Una delle più interessanti l’ha scritta Jeremy Littau, insegnante di giornalismo alla Lehigh University della Pennsylvania. Secondo Littau, non si può ricondurre la crisi di questi giorni soltanto alla dispersione dei profitti a causa della Rete e della riluttanza degli utenti a pagare per leggere gli articoli, ma è la lunga coda di un declino che affligge il settore dalla fine degli Ottanta, quando iniziarono a calare gli abbonamenti ai giornali. Nella seconda metà del Novecento i quotidiani erano già diventati parte di conglomerati che sono stati poi quotati in borsa, con margini di profitto anche del 30 o 40 per cento. Questi introiti mostruosi, però, sono finiti quasi sempre nelle tasche degli azionisti piuttosto che nell’aggiornamento delle redazioni e nell’innovazione del prodotto-giornale.

È in questo contesto che è arrivato internet, che ha colto queste grandi aziende – proprietarie di decine di quotidiani ciascuna – quasi del tutto impreparate. Verso la metà dei Novanta, scrive Littau, i conglomerati dell’informazione si sono ritrovati sommersi da un debito enorme e crescente, e con un numero di abbonati e di lettori in calo. I blog, nati nello stesso periodo, sono stati un altro segnale epocale di sganciamento dal giornalismo mainstream.
Il risultato è che i giornali appartenenti allo stesso gruppo si sono trovati spesso in concorrenza tra loro, con i proprietari costretti ai primi tagli importanti per soddisfare delle proprietà assuefatte a margini enormi. L’ansia da competizione ha portato dunque alla ricerca ossessiva dei click, sui primi siti che nascevano, e allo stesso tempo dei lettori cartacei con strategie improntate sempre più al sensazionalismo e allo shock, in una spirale negativa senza fine. All’inizio degli anni Duemila, scrive Littau, il 75-80 per cento dei ricavi dei giornali proveniva dalla pubblicità. e solo il 10-15 per cento dagli abbonati. In America siti come Craigslist – che iniziavano a offrire spazi pubblicitari gratuiti – sono stati il classico coltello nella piaga.
Questo non vuol dire, ovviamente, che non ci siano più soldi da fare con l’informazione. Il problema è che se li stanno mangianto tutti Google e Facebook, diventati nel frattempo un vero e proprio duopolio che di fatto si è sostituito ai vecchi quotidiani mainstream. Come? Facendo quello che facevano loro: controllando sia la fase di produzione dei contenuti dell’informazione che la fase di distribuzione. La crisi di siti di news promettenti come Buzzfeed, Vox Media, Mic, Refinery29 e altri ci dice questo: che queste società hanno puntato troppo fiduciosamente nella crescita rapida degli introiti pubblicitari che però sono stati cannibalizzati dai due giganti dell’hi-tech.
Secondo alcune stime, Google e Facebook vedranno i propri introiti pubblicitari crescere del 75 per cento tra il 2017 e il 2020, contro il 15 per cento di tutte le altre società di news online. Questi colossi hanno qualcosa che i giornali non sembrano avere più: un pubblico fedele, costante, in crescita. E i pubblicitari non cercano altro.
La crisi nascosta dell’informazione locale
Tra i colossi dell’informazione impegnati in tagli vistosi non c’è solo il mondo dei new media: nella lista c’è anche Gannett, che controlla numerosi quotidiani locali negli Stati Uniti. Secondo Littau, la vera crisi da tenere d’occhio è questa: se i grandi siti globali licenziano a manetta, hanno comunque grandi capitali e un pubblico molto vasto per poter sopravvivere ancora per qualche anno; ma il giornalismo regionale o cittadino può collassare anche per tagli molto ridotti in termini assoluti per ciascuna testata. È questa la vera emegenza, e l’implicazione più pericolosa di questa fase storica, da un punto di vista culturale e democratico: “Siamo sulla soglia di un paese pieno di deserti della notizia; piccole e grandi comunità senza più giornali per fare le pulci a chi comanda“.
Il giornalismo che funziona
In un racconto a puntate su La Stampa, il giornalista Christian Rocca ha invece raccontato come alcune testate in America stanno sopravvivendo nel panorama di crisi globale dell’informazione: tra i vari esempi, Rocca ha parlato del New York Times, che offre servizi subito online, e l’edizione di carta come una playlist degli articoli migliori. Nella seconda puntata il protagonista era il Washington Post risollevato dalla cura Jeff Bezos, il fondatore e proprietario di Amazon che ha trasformato il giornale del Watergate in una specie di gigantesca startup. Poi c’è stato l’esempio di Axios, un sito d’informazione da cui sono emanate numerose, seguitissime newsletter focalizzate soprattutto sull’economia, la politica e la tecnologia. Forse non è abbastanza per dire che il settore è in risalita, ma quantomeno si tratta di esempi virtuosi da cui ripartire.

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Fonte: Wired

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