Com’è andato il programma di residenza digitale dell’Estonia?

Com’è andato il programma di residenza digitale dell’Estonia?
12 Gennaio 2019 – 9:01

L’inizio non è stato dei migliori: nel dicembre 2014, subito dopo aver lanciato la piattaforma per la e-residency (la residenza digitale offerta dal governo estone), il responsabile del progetto Kaspar Korjus era stato avvertito che qualcosa non stava funzionando a dovere. Korjus, allora 26enne, aveva dovuto accostare immediatamente l’auto in cui si trovava, estrarre smartphone e portatile, e sistemare subito il problema. Un problema non da poco: la lista delle nazioni selezionabili sulla piattaforma era stata copia-incollata da internet, senza tenere conto se queste fossero o meno riconosciute politicamente dalla stessa Estonia. Il suo visionario progetto rischiava di causare incidenti diplomatici ancora prima di essere diventato una realtà.
Non è stata certa l’unica difficoltà, visto che qualche anno dopo, nel novembre 2017, il governo estone è stato costretto a congelare tutte le residenze digitali per far fronte a un grave problema di sicurezza, che rendeva possibile il furto d’identità. A raccontare questi aneddoti è lo stesso Kaspar Korjus, nel post su Medium in cui riassume tutto il lavoro svolto per rendere l’Estonia la prima “nazione digitale”, pone le basi per la futura evoluzione (la e-residency 2.0), e soprattutto annuncia il suo addio al programma.
Ma cos’è stata la residenza digitale offerta dal governo estone? Oggi non è più solo un progetto, ma una realtà consolidata: 50mila persone da 150 paesi hanno ottenuto la e-residency (soprattutto da Finlandia, Russia, Ucraina, Germania, Usa e Giappone), fondando grazie a questo strumento 6mila società o startup e soprattutto dando modo a tutto il mondo (che sta infatti iniziando a prendere nota) di intuire come possa funzionare una società connessa in cui, grazie a internet, le barriere fisiche hanno sempre meno senso. Secondo i dati, il 41% delle richieste di cittadinanza proviene da persone che gestiscono imprese internazionali non legate a un luogo in particolare; ma non va sottovalutato nemmeno il 14% che si dichiara, semplicemente, un fan della residenza digitale.
Per capire di che si tratta, è meglio partire dall’inizio: nel 2014, l’Estonia era solo uno dei vari paesi dell’ex blocco sovietico da poco entrati nella zona euro. La nazione da 1,3 milioni di abitanti aveva però già mostrato una forte vocazione digitale: è qui che sono state fondate Skype e altre startup digitali che oggi hanno un valore da oltre un miliardo di dollari (TransferWise, Taxify, Playtech; per fare qualche esempio) ed è sempre qui che, già nel 1997, era stato lanciato il progetto e-Estonia per la digitalizzazione del governo e della pubblica amministrazione.

Una vocazione che ha permesso a Toomas Hendrik Ilves, presidente dal 2006 al 2016, di iniziare a pianificare un futuro in cui la piccola nazione baltica sarebbe stata all’avanguardia nella rivoluzione digitale; diventando la prima nazione al mondo a lanciare, appunto, la e-residency: un programma che permette, dopo essere stati ammessi, di condurre i propri affari in qualunque parte del mondo come se ci si trovasse fisicamente in Estonia, senza nemmeno dover mettere piede nel paese.
A chi partecipa al programma, pagando circa 100 euro, viene fornito un documento digitale, un plug-in per i documenti ufficiali e la firma digitale, oltre a tutta una serie di password e istruzioni. Questo consente agli “e-residenti” di aprire conti in banche estoni in qualunque parte del mondo, registrare le proprie società in Estonia indipendentemente da dove ci si trovi e, come ha scritto una delle prime residenti digitali (la statunitense April Rinne), “avere un posto in prima fila per osservare l’evoluzione dei concetto di cittadinanza digitale e virtuale”.
I vantaggi sono tanti: in un mondo sempre più popolato da nomadi digitali in grado di svolgere il loro lavoro in qualunque parte del globo, la residenza digitale dà la possibilità di fondare e gestire società esclusivamente via internet, approfittando della digitalizzazione di tutti gli aspetti burocratici (campo in cui l’Estonia è una delle nazioni più avanzate al mondo). Se siete un italiano che vive in Indonesia e volete fondare una startup lavorando in remoto con altre persone sparse ovunque sulla Terra, i benefici della e-residency vi sembreranno immediatamente evidenti.
Ovviamente, ci sono dei limiti: la e-residency non consente di trasferirsi permanentemente in Estonia, di votare e nemmeno di comprare una casa qui (a meno che gli introiti derivanti dall’attività professionale riconducibile all’Estonia non siano sufficienti). Soprattutto, non è un modo per evadere le tasse: i residenti digitali continuano a pagare le tasse nel paese in cui vivono e devono, eventualmente, versare in Estonia le imposte sulle imprese se, attraverso la e-residency, hanno basato qui la loro società (per chi volesse saperne di più, a questo link un approfondimento). Inoltre, tutto il programma ha generato parecchi nuovi posti di lavoro, garantendo un gettito fiscale diretto che ha già superato i soldi investiti dal governo.

Niente di ostile nei confronti degli altri paesi, insomma; come dimostra il fatto che tutto è avvenuto nel quadro delle leggi internazionali e con l’accordo dell’Unione Europea. Non solo: il premier giapponese Shinzo Abe e quello francese Emmanuel Macron hanno da qualche tempo ottenuto la loro e-residency; sostenendo l’ambizione estone di diventare la “prima nazione digitale per i cittadini globali”.
In un momento storico in cui si chiudono le frontiere e risorgono i nazionalismi, è un concetto ancora più rivoluzionario oggi di quando venne concepito: un mondo connesso e privo di barriere; in cui le idee, le risorse e i talenti possono fluire liberamente con il supporto di una base virtuale che offre la legittimità e le garanzie di una vera e propria nazione. Di tutto questo, la e-residency è solo il concetto più internazionale ed evoluto: in Estonia esiste già la possibilità di votare online, i dati sanitari dei pazienti sono conservati su internet (e protetti usando la blockchain), il 95% delle dichiarazioni fiscali viene eseguito online e la pubblica amministrazione ha iniziato a venire digitalizzata fin dal 1997. “Qui si può fare tutto online”, ha spiegato il capo della comunicazione estone Siim Sikkut durante un podcast del Fondo monetario internazionale. “Il digitale ha permeato ogni aspetto delle nostre vite”.
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Fonte: Wired

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