Facebook permetteva a Netflix e Spotify di leggere i messaggi privati dei suoi utenti

Facebook permetteva a Netflix e Spotify di leggere i messaggi privati dei suoi utenti
19 dicembre 2018 – 12:00

Foto: Christophe Morin/IP3/Getty ImagesFacebook riservava alle grandi compagnie tecnologiche una corsia preferenziale per l’accesso ai dati personali dei suoi utenti, senza che questi ne fossero a conoscenza. L’ennesimo guaio per la compagnia di Mark Zuckerberg arriva ancora una volta da un’inchiesta del New York Times, ma questa volta il gigante di Menlo Park non è l’unico big di internet a tremare.
Il documento dell’inchiesta
L’accordo speciale tra Facebook e i suoi partner – circa 150 in tutto, tra cui piattaforme di e-commerce, case automobilistiche e media company – non era un mistero per nessuno ai piani alti dell’azienda, messo addirittura nero su bianco in un documento di 270 pagine risalente al 2017 e circolato per conoscenza interna, prima di finire tra le mani del giornale americano, che ne ha rivelato i dettagli. Si scopre così che Facebook consentiva a Bing, il motore di ricerca di casa Microsoft, di avere accesso ai nomi degli amici di qualsiasi utente, anche quando la visualizzazione al pubblico veniva esplicitamente negata; ad Amazon di ottenere informazioni personali di altri utenti attraverso il profilo di amici che avevano autorizzato il consenso, e a Yahoo di visualizzare l’intera cronologia dei post pubblicati da amici. Netflix e Spotify potevano persino avere accesso alle conversazioni private.
I guai di Facebook con la privacy
Non è la prima volta che la compagnia fondata da Mark Zuckerberg finisce nell’occhio del ciclone per scandali legati alla violazione della privacy dei suoi utenti e già nel marzo scorso fu costretta a difendersi dalle accuse di aver venduto dati in maniera impropria a Cambridge Analytica, una società di consulenza politica che se ne era servita per aiutare la campagna presidenziale di Donald Trump. Ma proprio in seguito a quegli accadimenti Facebook ammise degli errori e assicurò ai suoi utenti che da quel momento in poi avrebbero avuto “il controllo assoluto” dei contenuti condivisi attraverso la piattaforma. Secondo il New York Times, invece, le concessioni improprie riservate ai colossi del tech sarebbero proseguite fino all’estate scorsa.
A poche ore dalla pubblicazione dell’inchiesta è arrivata la dichiarazione di Facebook, che si difende per voce del direttore delle politiche pubbliche Steve Satterfield, che specifica come gli accordi fossero stati messi in piedi per migliorare l’integrazione tra piattaforme, ad esclusivo vantaggio dell’utente e che i partner non hanno mai violato la privacy delle persone interessate, in quanto “non in grado di utilizzare le informazioni per scopi diversi da quelli utili a migliorare l’esperienza delle persone“.
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Fonte: Wired

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