Quanto contano per l’Italia le sanzioni Usa all’Iran

Quanto contano per l’Italia le sanzioni Usa all’Iran
13 dicembre 2018 – 9:00

Terminal petrolifero offshore dell’isola di Khark, Iran (foto: alisamii – CC)Le sanzioni statunitensi imposte all’Iran di fatto valgono per tutti. Entrate in vigore all’inizio di novembre, sono extraterritoriali. Colpiscono le aziende che attuano transazioni in dollari con l’Iran. Oppure che hanno sedi in America o un controllo statunitense. Questo intacca praticamente quasi tutti i rapporti commerciali con la repubblica islamica. Se andiamo a vedere i dati Eurostat, ci accorgiamo che l’Europa con l’Iran ci commercia parecchio. L’interscambio dell’anno scorso ammonta a circa 21 miliardi di euro.
Indovinate un po’ chi è il principale partner europeo dell’Iran? L’Italia. Stando ai dati della Camera di commercio e industria italo-iraniana il nostro paese nel 2017 si è collocato al primo posto per entità di interscambi complessivi. Più di cinque miliardi di euro.
L’anno scorso il valore delle nostre esportazioni all’Iran è stato di oltre 1,7 miliardi di euro. Meglio di noi in Europa ha fatto solo la Germania (che si è avvicinata ai 4 miliardi). Il settore dell’export italiano è quello industriale. Il grosso delle vendite all’Iran è costituito dai macchinari (rispetto al 2016 sono cresciute del 12,5%). Altre voci importanti sono costituite dai prodotti chimici e farmaceutici.
In realtà noi dall’Iran importiamo, soprattutto. Principalmente petrolio. Il valore dell’import l’anno scorso è stato di quasi 3,4 miliardi. E in questo siamo primi nella classifica europea. Rispetto all’anno precedente le nostre importazioni di greggio sono aumentate di oltre il 330%.
C’è da dire che gli Stati Uniti hanno concesso all’Italia e ad altri sette paesi di continuare a importare petrolio. Ma solo temporaneamente, poi a maggio si vedrà. Oltre a noi la Grecia, l’India, la Turchia, il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan e… la Cina. Almeno fino ad oggi.
È ancora presto per capire quanto le sanzioni abbiano intaccato il commercio tra Italia-Iran. “Nel frattempo, però, da quando sono state annunciate, l’Italia ha fatto scorta di petrolio iraniano. Aumentando ancora di più le importazioni”, ci dice Annalisa Perteghella, ricercatrice dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi).
Per il resto ora è difficile, se non impossibile, procedere con le transazioni. Anche se non avvengono in dollari. Le banche italiane ed europee, infatti, hanno rapporti molto stretti con gli Stati Uniti. E sono inevitabilmente ricattabili. “La Banca Popolare di Sondrio, è una piccola banca, senza posizioni rilevanti sul mercato statunitense”, racconta Perteghella. “Processava gran parte delle transazioni con l’Iran. Da novembre però anch’essa ha smesso di farlo”. La pressione statunitense si fa sentire, quindi.
Annalisa Perteghella ci fa l’esempio di un’azienda italiana che esportava burro in Iran. Da quando sono entrate in vigore le nuove sanzioni non ha trovato più alcuna banca che gestisse i pagamenti. Stiamo parlando di burro. Un prodotto che tecnicamente rientra nei canali del commercio umanitario. Figuriamoci con commesse più importanti. Trenitalia l’anno scorso aveva firmato un accordo che prevedeva lo sviluppo della rete dell’alta velocità in Iran.
Un tentativo per sottrarsi alla lunga mano statunitense, l’ha fatto Federica Mogherini. L’alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza a settembre aveva proposto lo Svp. La sigla sta per Special Purpose Vehicle e sarebbe un meccanismo legale che consentirebbe alle aziende europee le transazioni con l’Iran bypassando gli Stati Uniti. L’idea è complessa e semplificando molto implicherebbe una sorta di permuta che non configurerebbe un vero e proprio scambio monetario e finanziario. Ma ci sono ancora molti dubbi tecnici e di efficacia, per cui al momento appare come una soluzione improbabile. Ci sarebbero i Bitcoin, ma il loro utilizzo da parte delle grandi aziende strutturate sembra ancora un miraggio.
Dopo l’attuale regime sanzionatorio – che in realtà risale a ben prima di Trump – la Cina è diventata il principale partner dell’Iran (ecco perché il recente fermo della direttrice finanziaria di Huawei è una notizia). La sua fetta commerciale rappresenta il 19,5% di tutte le transazioni. Seguita dagli Emirati Arabi (16,8%) e Unione europea (16,3%). Prima delle sanzioni, però, erano proprio i paesi europei a classificarsi in testa.
Se è vero che all’Europa pesano le sanzioni commerciali con l’Iran, è anche vero che il mercato e i rapporti con l’America sono più importanti. Agli Stati Uniti, dal canto loro, non fa sicuramente piacere il primato cinese che ne è derivato. Ma il vero fulcro di tutta la vicenda è verosimilmente il controllo del futuro tecnologico mondiale.
Già, perché il 5G governerà la tecnologia. L’ipotesi che la Cina con hardware e software di stato possa farla da padrone rappresenta un incubo per gli Stati Uniti. Stiamo infatti parlando di un tipo di tecnologia che potrà essere impiegata nella manifattura, trasporti, energia, ecc. Oltre che, ovviamente, nelle telecomunicazioni.
Alessia Amighini, professoressa di economia all’università del Piemonte Orientale e co-responsabile dell’Asia Program di Ispi, è molto chiara: “Immaginate cosa possa voler dire per gli americani un’alleanza atlantica con alcuni paesi in mano ai server cinesi”, sottolinea Amighini. Ci sono in effetti due paesi in Europa che stanno sperimentando il 5G utilizzando componenti cinesi. Uno è la Svizzera. L’altro è l’Italia.
Come abbiamo detto, il nostro paese è fortemente esposto per quanto riguarda le importazioni di petrolio dall’Iran. E come abbiamo visto gli Stati Uniti ci hanno concesso una deroga rispetto alle sanzioni su questo tipo di transazione. Sanno però perfettamente quanto siamo vulnerabili dal punto di vista energetico. E questo potrebbe potenzialmente essere usato come arma per stimolarci a non usare un certo tipo di tecnologia. “Noi siamo loro alleati. Gli Stati Uniti difficilmente arriveranno a vietarci le importazioni di greggio”, precisa Amighini. “Però potrebbero fare sicuramente pressioni”.
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Fonte: Wired

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