Vere scie chimiche: un esperimento di ingegneria climatica per rallentare il riscaldamento globale

Vere scie chimiche: un esperimento di ingegneria climatica per rallentare il riscaldamento globale
7 dicembre 2018 – 9:00

(foto: David Spinks/Flickr)A volte persino le teorie del complotto possono avere un fondo di verità. Terrapiattisti e antivaccinisti per ora dovranno attendere. Ma qualcuno dal prossimo anno potrebbe trovarsi a cantare vittoria: teorici del controllo del clima, e perché no, persino gli appassionati di scie chimiche. Negli Stati Uniti infatti sta per partire un progetto che punta a combattere gli effetti del riscaldamento globale agendo artificialmente sul clima terrestre. E non contenti, i ricercatori puntano a farlo disperdendo nell’atmosfera un aerosol di piccole particelle chimiche. Troppo bello per essere vero? In effetti sì: inutile sottolinearlo, non si tratta di un complotto dell’Haarp, né di un tentativo di dominare il pianeta agendo sul clima o sul meteo. Anche così, comunque, esistono perplessità legittime nella comunità scientifica, più che mai attuali visto che si tratterà di una delle primissime volte in cui i test non si faranno su modelli atmosferici e supercomputer, ma verranno invece effettuati nel mondo reale. Il progetto si chiama ScoPEx, o Stratospheric Controlled Perturbation Experiment, e come racconta un recente articolo di Nature è portato avanti da un team di ricercatori di Harvard. Vediamo meglio di cosa si tratta.
Perché?Di controllo artificiale del clima si parla da decenni. Ma è solo negli ultimi anni che la comunità scientifica ha iniziato a prendere seriamente in considerazione questa possibilità. Perché? È presto detto: il clima della Terra sta già cambiando a causa dei gas serra che immettiamo nell’atmosfera, e ormai anche le contromisure stabilite dal sempre più traballante accordo di Parigi potrebbero rivelarsi insufficienti per limitare i danni. Molti esperti ritengono quindi che, accanto alla riduzione delle emissioni e alla riconversione a fonti energetiche rinnovabili e pulite, sarà probabilmente necessario intervenire direttamente per cercare di sistemare almeno in parte i danni fatti. Come? Gli approcci possibili sono molti, e si raccolgono solitamente sotto il termine cappello di ingegneria climatica, o anche geo-ingegneria.
Le strategieIn termini generali, l’ingegneria climatica raccoglie tutte le tecnologie studiate per contrastare i cambiamenti climatici. Interventi pensati non per sostituire gli sforzi per diffondere l’adozione di forme di energia meno inquinanti. Ma piuttosto per affiancarli, nella disperata corsa contro il tempo che stiamo affrontando per mantenere l’aumento delle temperature nel prossimo secolo al di sotto dei due gradi centigradi. Le strategie principali, comunque, sono di due tipi: quelle indirizzate a rimuovere al Co2 dall’atmosfera, ed eliminare così il carburante di cui si alimenta il riscaldamento globale, e quelli che puntano invece a raffreddare l’atmosfera, rispedendo al mittente parte del calore proveniente dal Sole. È a questa seconda strategia, definita riduzione della radiazione solare incidente, che appartiene la tecnologia che potrebbe essere sperimentata il prossimo anno. E in termini molto generali, non si tratta di una tecnica difficile da capire: immettendo particelle microscopiche nell’atmosfera è possibile riflettere parte della luce solare che irraggia il nostro pianeta (e del calore che porta con sé), e raffreddare così la superficie.
Un esperimento naturaleIn effetti, si tratterebbe semplicemente di replicare quanto avviene in natura durante le grandi eruzioni vulcaniche. Ad ispirare le ricerche nel campo è stato proprio uno di questi eventi: la grande eruzione del Monte Pitunabo, avvenuta nel territorio delle Filippine nel 1991, e considerata per potenza la seconda più grande di tutto il ventesimo secolo. Nell’occasione l’esplosione del vulcano immise nell’atmosfera circa 20 milioni di tonnellate di anidride solforosa, che si diffuse attorno al pianeta e provocò una diminuzione della temperatura terrestre di 0,5 gradi, durata per ben 18 mesi. Più o meno quello che gli scienziati sperano di replicare per tenere sotto controllo il riscaldamento globale. Il problema però è che fino ad oggi quasi tutte le informazioni disponibili sul tema arrivano unicamente da due fonti: simulazioni di laboratorio, più o meno complesse, e le eruzioni come quella del Monte Pitunabo. Troppo poco per pensare di mettere realmente in campo queste strategie. La situazione però sembra destinata a cambiare molto presto.
L’esperimentoAd Harvard vogliono essere i primi a portare l’ingegneria climatica fuori da computer e laboratori. E infatti l’obbiettivo di ScoPEx è quello di effettuare il primo test di riduzione della radiazione solare incidente direttamente in atmosfera. L’idea per ora è quella di utilizzare una pallone sonda per raggiungere la stratosfera, e rilasciare quindi una piccola nube di carbonato di calcio. Il risultato dovrebbe essere un’area lunga un chilometro e larga circa 100 metri, in cui le particelle rilasciate dalla sonda creeranno un effetto simile a quello che si osserva durante le grandi eruzioni vulcaniche. A quel punto, il pallone tenterà di manovrare in modo da passare più volte all’interno della nube di carbonato di calcio, per misurare quanta parte dei raggi del sole vengono filtrati (e rispediti al mittente). Queste informazioni, insieme a molte altre misurazioni delle interazioni chimiche della sostanza con l’atmosfera, gli spostamenti della nube, e via dicendo, si rivelerebbero preziosissime per migliorare le conoscenze attuali sugli effetti, e la fattibilità, di simili interventi. Perché se da un lato potrebbero aiutare a risolvere uno dei maggiori pericoli che affronta oggi il pianeta, non non sono esenti da rischi, anche molto gravi.
(immagine: Keutsch Research GroupHarvard University)I dubbiLa scelta del carbonato di calcio fatta ad Harvard, per esempio, non è casuale: si tratta di un composto praticamente inerte (viene usato tradizionalmente come antiacido o come colorante alimentare) e quindi i rischi di reazioni chimiche nocive una volta raggiunta la parte alta dell’atmosfera sono molto ridotti. Non assenti, comunque, ed è per questo che è importante studiarne il funzionamento con esperimenti su piccola scala. Non è chiaro inoltre se dimostrerà una capacità riflettente sufficiente per l’utilizzo che se ne vuole fare. L’anidride solforosa espulsa nell’eruzione del Monte Pitunabo, invece, ha un forte potere riflettente, ma non è esente da problemi. Uno su tutti: è estremamente dannosa per lo strato di ozono che difende il nostro pianeta. E un utilizzo massiccio rischierebbe quindi di compromettere gli sforzi fatti per contrastare il buco nell’ozono.
La scelta del materiale da utilizzare deve quindi essere estremamente oculata. Anche perché – fanno notare gli esperti – se mai faremo davvero ricorso all’ingegneria climatica non si potrà più tornare indietro. Almeno non in tempi brevi: le particelle schermanti andranno pompate nell’atmosfera periodicamente, altrimenti si rischierebbero aumenti repentini della temperatura che avrebbero effetti devastanti sul pianeta. Farlo non sarebbe un problema, dal punto di vista operativo, perché secondo i calcoli dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) basterebbe una cifra compresa tra uno e 10 miliardi di euro all’anno per mettere in piedi, e operare, una flotta di arei in grado di schermare l’intero pianeta. Ed è proprio perché si tratterebbe di un intervento tutto sommato facile, e relativamente economico, da realizzare, che in molti invitano alla cautela.
Pericoli e opportunitàI rischi più concreti derivanti da simili interventi sono quelli di interazioni chimiche indesiderate con gli altri elementi presenti nella stratosfera (come nel caso già citato dell’ozono). Ma non si possono sottovalutare anche i potenziali effetti nocivi a lungo termine, difficili da calcolare al momento, di una riduzione costante dell’irraggiamento solare della superficie. Con meno sole, ad esempio, i raccolti sarebbero sufficienti per sfamare la popolazione (sempre crescente) del nostro pianeta? Una simile ingegneria climatica influenzerebbe la produzione di energia da fonti pulite come il fotovoltaico? Venti e piogge verrebbero alterati in qualche modo? E con quali effetti sulla nostra vita?
Tutte domande a cui bisognerà rispondere con esperimenti come ScoPEx, prima di pensare di mettere in campo realmente una simile strategia. Anche tra gli esperti, c’è chi invita a concentrarsi su altre strategie, anche per evitare che qualche stato si trovi tentato, prima o poi, a decidere per tutti (visti i costi, esistono diverse grandi nazioni che potrebbero facilmente mettere in piedi il tutto anche da sole). La risposta dei ricercatori di Harvard però sembra più convincente: la verità è che potremmo trovarci presto a non avere alternative. Se la temperatura continuerà a salire, e gli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra si rivelassero tardivi, o insufficienti, avremo solamente due opzioni: adattarci a un mondo dal clima impazzito, o prendere in mano la situazione, e tentare di risolverla con le cattive. E a quel punto, avere a disposizione una tecnologia affidabile e di provata efficacia per ingegnerizzare il clima terrestre si rivelerebbe sicuramente molto utile.
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Fonte: Wired

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