Google, clicca per errore e spende 10 milioni per pubblicità vuote (e altri errori costati cari alle aziende)

Google, clicca per errore e spende 10 milioni per pubblicità vuote (e altri errori costati cari alle aziende)
7 dicembre 2018 – 12:00

(Foto: Chesnot/Getty Images)Un’esercitazione sulla pubblicazione degli annunci pubblicitari si è trasformata in un costoso affare per Google. Nei giorni scorsi un dipendente dell’azienda ha erroneamente mandato online per 45 minuti un semplice rettangolo giallo al posto delle vere inserzioni che erano state commissionate al gigante di Mountain View.
Mentre stava imparando a gestire il servizio di acquisto e programmazione delle inserzioni, il giovane non si sarebbe reso conto di non essere più in ambiente di test ma in quello di mercato, e ha realmente piazzato ordini di inserzioni a prezzi dieci volte superiori rispetto a quelli di mercato, occupandoli con un rettangolo vuoto.
Secondo quanto riporta il Financial Times, l’incidente potrebbe costare a Google quasi 10 milioni di dollari, da pagare a quanti avrebbero acquistato quell’annuncio fasullo pubblicato negli Stati Uniti e in Australia nella giornata di ieri. “Onoreremo i pagamenti agli editori per qualsiasi annuncio acquistato e stiamo lavorando duramente per mettere in atto misure di salvaguardia per garantire che ciò non accada di nuovo”, ha dichiarato un portavoce di Google.
Non si sa quale sarà la sorte del povero impiegato, ma di certo non ha scelto proprio il modo migliore di mettersi in mostra all’interno di una delle compagnie più importanti al mondo.
Ma quello di Google non è certo il primo caso di “errori” costati cari. Il 25 novembre scorso, per esempio, un bancomat di Bank of America nella contea di Harris, in Texas, ha iniziato a erogare banconote da 100 dollari anziché da 10 a causa di un errore di programmazione. Un affare per chi ha deciso di prelevare quel giorno, ma un po’ meno per la banca.
Più in generale, però, tra gli errori aziendali più costosi ci sono quelli che riguardano le strategie di comunicazione. Persino da parte dei vertici stessi dell’azienda. Tra quelli recenti si potrebbe citare il caso del tweet incriminato con cui Elon Musk annunciava ai suoi followers il delisting di Tesla dalla borsa americana. In quel caso forse non si può parlare di errore, ma senza dubbio Musk non prevedeva che quei 120 caratteri gli sarebbero costati 40 milioni di multa da parte delle autorità.
Sempre in ambito di comunicazione, è di poche settimane fa il caso della maison Dolce&Gabbana che ha quasi portato a un incidente diplomatico con la Cina per via di uno spot in cui una ragazza cinese prova con difficoltà a mangiare alcuni piatti tipici italiani con le bacchette. Il brand è stato accusato di razzismo e le autorità cinesi hanno imposto il blocco delle vendite dei prodotti a marchio Dolce&Gabbana sui principali siti di ecommerce del Paese. Di certo il boicottaggio dei loro prodotti in un mercato come quello cinese non ha giovato alla compagnia.
Anche i social network sono stati protagonisti di alcune mosse aziendali non proprio da manuale. Risale al 2012 il caso di Ferrovie dello Stato, ad esempio, che dopo molte lamentele da parte dei viaggiatori ha deciso di invitare alcuni blogger a pubblicare le loro reazioni dopo una giornata trascorsa sui treni. La società lanciò così l’hashtag #meetFs, che in poco tempo raccolse moltissimi messaggi che accusavano la società di fornire un servizi quantomeno problematici. In questo caso forse la società di trasporti avrebbe potuto prevederlo.
Stessa sorte è toccata a McDonald’s, che con l’hashtag #McDStories voleva raccontare le esperienze vissute dai clienti nei loro ristoranti e promuovere contenuti video su ingredienti e preparazione dei famosi panini, e si è invece ritrovato inondato da messaggi di insulti e di critiche.
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Fonte: Wired

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