Ecco come Facebook ha usato i dati delle tue app per aumentare il suo valore

Ecco come Facebook ha usato i dati delle tue app per aumentare il suo valore
7 dicembre 2018 – 9:00

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook (Getty Images)“Questo può essere un bene per il mondo ma non per noi, a meno che le persone condividano in aggiunta anche su Facebook e questo contenuto incrementi il valore della nostra rete”. Firmato: Mark Zuckerberg. È questo uno degli stralci delle centinaia di email che il parlamento del Regno unito ha sequestrato alla società Six4Three, fornitore statunitense di Facebook. Sono 250 pagine (qui la versione completa) che squarciano il velo sulle strategie adoperate dal social network per gestire i dati degli utenti, rese pubbliche su Twitter dal deputato inglese Damian Collins, a capo della commissione cultura, media, sport e digitale.

We need a more public debate about the rights of social media users and the smaller businesses who are required to work with the tech giants. I hope that our committee investigation can stand up for them.https://t.co/GRtQ5oMdvn
— Damian Collins (@DamianCollins) December 5, 2018

Reciproco vantaggio
Il 19 novembre 2019 il fondatore di Facebook scrive una lunga mail ai principali manager dell’azienda prima delle festa del Ringraziamento sul modello di business dell’azienda (documento numero 48, pagina di inizio 48). “Ci sto pensando da molto tempo”, afferma. Per Zuckerberg il punto è trarre il massimo vantaggio dallo scambio reciproco dei dati tra il social network e le app usate dagli amici di un utente. È la pietra angolare della versione numero 3 della piattaforma. “In sintesi”, scrive il fondatore, “penso che dovremmo procedere con la piena reciprocità e l’accesso ad app amiche senza alcun costo”.
L’obiettivo è spingere gli utenti a condividere tutte le informazioni che circolano sulla app anche su Facebook. “Se lo facciamo bene”, prosegue Zuckerberg, “dovremmo essere in grado di sbloccare un maggior flusso di condivisioni nel mondo e su Facebook, attraverso una costellazione di app”. Un sistema che potrebbe “risolvere in parte il problema dell’audience”, convogliando sulla piattaforma di Menlo Park i contenuti generati su altre applicazioni. “La nostra più grande sfida è collegarle tutte insieme”, osserva il fondatore. Anche perché, spiega Zuckerberg ai suoi, senza reciprocità “nessuno sviluppatore ci darà la maggioranza dei suoi dati”.
E il patron di Facebook è disposto a portare avanti questa operazione a costo zero. Sarebbe meglio essere pagati, ma per combinare un accesso ai dati dietro fee e “l’ubiquità”, il “prezzo non sarebbe sufficiente per farci guadagnare soldi veri”. Quindi Zuckerberg si dice disponibile a rinunciare ai soldi pur di allargare la sua sfera di influenza a macchia d’olio. In compenso è disposto a mettere sul piatto la condivisione dei dati degli amici di un utente che usano la stessa app. Questa è un’informazione che fa gola agli sviluppatori, perché possono mettere nel mirino altri potenziali utenti, e che da sola tiene in piedi l’offerta di scambio reciproco proposta da Facebook. Specie, sottolinea Zuckerberg, “quando non offriamo i dati più di valore”.
Accordi a cascata
Tra il 2014 e il 2015 Menlo Park individua una serie di app con le quali sottoscrive accordi per spalancare i dati degli amici di un utente. Queste compagnie entrano in una white list. Dai documenti, scrive Collins, “non è chiaro come Facebook decida” quali aziende possano essere ammesse. I documenti in mano al parlamento inglese contengono una serie di conversazioni tra il social network e altri giganti della tecnologia, come la piattaforma di streaming video Netflix, il servizio di condivisione di case Airbnb, il sistema di taxi Lyft, la app di incontri Badoo.
Quest’ultima, per esempio, riceve il semaforo verde il 6 febbraio 2015 (documento numero 84, pagina 126). Scrive Konstantinos Papamiltiadis, direttore delle partnership di Facebook: “L’id della app di Badoo è finalmente nella white list”. Il manager di Menlo Park incassa pochi giorni prima l’ok dagli stakeholder interni a procedere con la nuova Api (application programming interface).
Cosa consente? Per ogni utente loggato su Facebook restituisce i dati sugli amici iscritti prima e dopo la migrazione sulla versione 2 e coloro che non hanno la app. In questo modo gli sviluppatori possono conoscere il potenziale bacino di nuovi utenti. E, di conseguenza, possono far partire su Facebook una campagna per suggerire all’account di invitare i propri contatti a scaricare l’applicazione. Quando Netflix rifinisce l’intesa con il social, mette nero su bianco di “aver ottenuto l’iscrizione nella white list per tutti gli amici, non solo quelli connessi” (documento numero 92, pagina 204).
Poche settimane dopo è la volta di Airbnb e Lyft. Il 18 marzo Papamiltiadis scrive ad Airbnb per annunciare che dovranno “firmare un accordo che vi darà accesso a questa Api” (documento numero 91, pagina 197). Due settimane dopo il manager scrive ai piani alti dell’app di taxi che “è entrata nella white list” (documento numero 87, pagina 155). Con conseguente accesso ai dati degli amici.
Il nuovo oro
Che i dati siano la moneta che Facebook intende spendere e che quelli di maggior valore siano i dati dei potenziali utenti di una app, emerge chiaramente da una conversazione del 2013. Oggetto: una partnership con la Royal Bank of Canada (Rbc – documento numero 83, pagina 118). L’istituto di credito è a caccia di uno strumento per avvicinare nuovi clienti. E le funzioni della app di Facebook sembrano rispondere al caso, come scrive una responsabile di Facebook, Sachin Monga. “Senza l’abilità di accedere agli amici che non hanno la app, l’Api dei messaggi diventa drasticamente meno utile. E sarà anche impossibile costruire un sistema di pagamenti p2p all’interno della app di Rbc che avrebbe conseguenze sulla nostra partnership con loro”, spiega Monga ai colleghi. Ballano soldi: “Ciascuna parte ha fatto investimenti in questo progetto dall’inizio dell’anno e c’è un grosso impegno finanziario da parte loro”.
Che sia il denaro a muovere i fili è chiaro anche da un’altra mail interna a Facebook, firmata dallo stesso Papamiltiadis che ha tessuto le relazioni con altre app (documento numero 79, pagina 108). Alla collega Ime Archibong il 18 settembre 2013 intima: “Comunica subito a tutte le app che non spendono che questi permessi saranno revocati”. Mentre al resto degli sviluppatori deve arrivare il messaggio che occorre che “spendano almeno 250mila dollari in Neko (nome in codice delle pubblicità via app, secondo il Wall Street Journal, ndr) per mantenere l’accesso ai dati”. E questi parametri determineranno i futuri sì o no alla condivisione delle informazioni. Alla faccia del problema della monetizzazione.
Dopo la rivelazione di queste conversazioni, Zuckerberg ha sostenuto in un lungo post che sono estratti che travisano il senso delle conversazioni e che presto spiegherà meglio il suo punto di vista.

Tuttavia il messaggio è spesso diretto. “Mi piace la piena reciprocità ed ecco il perché”, risponde al fondatore Sheryl Sandberg, il direttore operatore, braccio destro e responsabile delle funzioni marketing, finita nel mirino perché, secondo il New York Times, avrebbe ordinato indagini sul finanziere ungherese George Soros (documento numero 48, pagina 48). Il consiglio d’amministrazione di Facebook tuttavia l’ha graziata in merito allo scandalo.
Android vs Apple
Nel 2015 uno scambio di mail tra dipendenti si focalizza su un aggiornamento della app per Android. All’interno c’è una funzione che permette di leggere le chiamate. “Consentirà di caricare continuamente la cronologia dei tuoi sms e delle chiamate su Facebook”, scrive Michael LeBeau (documento numero 172, pagina 242). Obiettivo: aumentare funzioni come quello delle persone che potresti conoscere, calcolare i coefficienti di possibile amicizia con altri utenti e alimentare i ranking. In questo modo persone all’apparenza sconosciute sono diventate all’improvviso potenziali amici. Tutto frutto di una chiamata.
LeBeau avverte: “Dal punto di vista delle relazioni pubbliche è una faccenda molto rischiosa ma sembra che il team di sviluppo intenda proseguire e farlo”. E il tutto avviene, come precisa un altro interlocutore, Yol Kwon, senza aprire un’apposita finestra di permesso da parte dell’utente.
D’altro canto Android offre a Facebook strade che Apple chiude. Su iOs, riconosce in un’altra mail Zuckerberg, “siamo più legati”. E quando altre app tentano di costruire ponti e reti per allargare la base utenti, Facebook non esita a sferrare l’attacco. Il 24 gennaio 2013 Justin Ososfsky avverte che Twitter ha appena lanciato la app Vine per video multipli da 6 secondi (documento numero 44, pagina 42). Una delle caratteristiche della piattaforma è consente di trovare amici da invitare tramite Facebook, che, però, non vuole regalare utenti alla concorrenza. “Se nessun altro solleva obiezioni, chiudiamo oggi l’accesso agli amici”, scrive Ososfsky. L’ultima parola è del capo: “Sicuro, procedi”.
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Fonte: Wired

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