La strana prova dell’intelligenza artificiale alle prese con la curiosità

La strana prova dell’intelligenza artificiale alle prese con la curiosità
24 settembre 2018 – 3:01

Alcuni ricercatori che si occupano di intelligenza artificiale stanno provando a iniettare negli algoritmi una categoria squisitamente umana: quella della curiosità. In modo che l’intelligenza artificiale possa imparare anche da sola. Cioè senza che gli scienziati debbano fornire in pasto enormi moli di dati come informazioni di partenza. Come noto, infatti, sia i sistemi utilizzati per le traduzioni che quelli per suggerire i tag nelle foto di Facebook così come infiniti altri usi, dalla navigazione satellitare alle soluzioni sfruttate nella medicina, hanno bisogno di un punto di partenza. Questo punto di partenza sono i dati forniti dai ricercatori sulla base dei quali i sistemi di intelligenza artificiale effettuano valutazioni, calcoli e confronti migliorandosi col passare del tempo.
Ora una nuova, curiosa ricerca firmata dalla OpenAI, l’organizzazione no profit fondata da Elon Musk, Sam Altman e altri big della Silicon Valley, dimostra che gli algoritmi possono essere “incuriositi”. Sviluppata in collaborazione con le università di Berkeley ed Edimburgo, lo studio è il primo e più ampio in cui si tenta di capire come gli algoritmi possano imparare in autonomia guidati, appunto, dalla sola curiosità. L’indagine ha provato che quando un algoritmo di intelligenza artificiale è per così dire addestrato con una semplice definizione di “curiosità” – cioè gli viene insegnato a indagare senza assegnargli obiettivi specifici – è in grado, senza alcuna informazione aggiuntiva fornita dall’esterno, di mettersi a caccia per conto proprio a suon di machine learning e apprendimento automatico. Ad esempio di esplorare più di 50 videogame, e diventare anche molto in gamba nelle partite. Senza, occorre ribadirlo per comprendere l’unicità della scoperta, che nessuno gli abbia insegnato a farlo.
Ovviamente questo senso di curiosità indotto sembra avere un “costo”. Nel senso che i ricercatori hanno verificato come l’agente di intelligenza artificiale, impostato per scoprire sempre cose nuove, finisse spesso col perdere le partite di proposito, proprio per visualizzare una nuova schermata (quella, classica, del “game over”), o diventasse vittima dello zapping televisivo, saltando senza sosta fra un canale e l’altro alla continua ricerca di nuovi contenuti video da acquisire e di cui nutrirsi.
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Fonte: Wired

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