Cosa cambia con l’approvazione del primo farmaco a base di cannabis negli Stati Uniti

Cosa cambia con l’approvazione del primo farmaco a base di cannabis negli Stati Uniti
12 luglio 2018 – 18:01

Le barriere legali per la comunità scientifica americana di studiare liberamente le proprietà medicinali della cannabis potrebbero presto essere abbattute dopo l’approvazione da parte della Food and Drug Administration (Fda) statunitense del primo farmaco a base di cannabis.
L’approvazione di Epidiolex, un antiepilettico, che si basa sul cannabidiolo (Cbd), il composto non psicoattivo della marijuana, è arrivata alla fine di giugno, e oggi se ne torna a parlare perché del caso si è occupata la rivista Nature, in un editoriale appena pubblicato sul suo sito, che mette in luce le possibili implicazioni che questa decisione avrà sulla ricerca scientifica. Bisognerà aspettare, tuttavia, il 24 settembre prossimo, quando l’agenzia federale antidroga statunitense, la Drug Enforcement Administration (Dea), deciderà se riclassificare Epidiolex, in modo tale da permettere ai medici americani di poterlo prescrivere legalmente.
La comunità scientifica, dal suo canto, è in trepida attesa, sperando in un via libera della Dea non solo per questo ultimo farmaco ma anche per la riclassificazione in generale del Cbd. Una decisione, quindi, che ridurrebbe le restrizioni legali sullo studio dei cannabinoidi, lasciando la comunità scientifica libera di studiarlo più facilmente.
Precisiamo che finora sono 30 gli Stati americani che hanno legalizzato la cannabis terapeutica. Ma la pianta e i suoi composti sono ancora illegali secondo la legge federale degli Stati Uniti, classificati dalla Dea nella lista delle sostanze con un alto potenziale di abuso. A lavorare sulla cannabis, finora, sono solo pochissimi ricercatori che investono tempo e denaro per conformarsi alle norme federali per lo studio delle sostanze illecite (molte meno barriere bloccano la ricerca sui farmaci in categorie meno ristrette, come per esempio per l’ossicodone, un oppioide comunemente prescritto, o la cocaina e la ketamina).
Inoltre, l’unica struttura negli Stati Uniti certificata per poter fornire loro cannabis e suoi composti è la University of Mississippi a Oxford. Gli scienziati, tuttavia, possono chiedere il permesso di studiare un piccolo numero di cannabinoidi sintetici da aziende farmaceutiche, ma queste fonti sono troppo limitate e costose.
“Da questa approvazione abbiamo ricevuto un chiaro riconoscimento che questa pianta ha più potenziale di quello che le persone credano”, commenta Daniele Piomelli, direttore del nuovo centro di ricerca per la cannabis presso l’Università della California, Irvine. “Per lo meno la Dea dovrebbe concedere ai ricercatori una deroga che permetta loro di studiare il Cbd – specialmente ora che le persone cominceranno ad assumere il farmaco, insieme ad altri cannabinoidi, negli Stati dove la marijuana è legale”.
Come vi avevamo già raccontato negli Stati Uniti, la legalizzazione e la diffusione della cannabis terapeutica hanno portato con sé anche una diminuzione delle prescrizioni mediche di oppioidi. In diversi stati americani, ricordiamo, che a partire dagli anni 2000 si è manifestato un fenomeno, chiamato crisi degli oppioidi, che consiste nel rapido e crescente aumento dell’uso non appropriato di queste sostanze e dell’impennata dei casi di overdose, con una crescita della mortalità del 320% negli ultimi 15 anni.
Tuttavia, come riporta Nature, tuttavia, un neuroscienziato della Columbia University di New York, Ziva Cooper, e il suo team di colleghi avevano l’intenzione di studiare se e come l’utilizzo di cannabis possa realmente consentire ai medici di prescrivere dosi di oppioidi più basse e quindi ridurre il rischio di dipendenza da oppioidi. Uno studio, però, che richiederebbe un campione di partecipanti molto ampio e che è ancora in attesa di ottenere l’approvazione, a causa delle restrizioni legali sulla ricerca sulla marijuana.
Se dopo l’approvazione del farmaco, le barriere legali finalmente cadranno, gli scienziati potranno liberamente e più facilmente esplorare il mondo dei cannabinoidi, realizzati usando batteri e lieviti geneticamente modificati, e facendone aumentare la loro produzione. Estrarre quantità utili di questi composti dalle piante, precisano gli esperti, non è realistico perché vengono prodotti a livelli davvero troppo bassi. Stando a quanto riporta Nature, a maggio scorso una società canadese di cannabis medica, Organigram di Moncton, ha annunciato la sua intenzione di investire 7,6 milioni di dollari americani per contribuire ad aumentarne la produzione, mentre nel frattempo un’altra società, la InMed Pharmaceuticals di Vancouver, sta perfezionando la produzione di cannabinoidi nel batterio Escherichia coli.
Precisiamo che in Italia per ora è presente il Sativex, un farmaco spray che contiene cannabinoidi ed è usato per ridurre i sintomi di rigidità muscolari, tipici della sclerosi multipla. E che viene prescritto da un medico specialista solamente quando altri farmaci non hanno migliorato la rigidità dei muscoli. Per quanto riguarda Epidiolex, invece, l’azienda biofarmaceutica ha presentato lo scorso ottobre all’Ema (European Medicines Agency) la richiesta di commercializzazione, come terapia aggiuntiva nel trattamento delle crisi epilettiche associate alla sindrome di Lennox-Gastaut e di Dravet, due forme di epilessia con elevata resistenza alle terapie.
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Fonte: Wired

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