Pensioni, cosa dicono i numeri dell’Istat sui migranti

Pensioni, cosa dicono i numeri dell’Istat sui migranti
5 luglio 2018 – 18:00

(Foto: Getty Images)Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha fatto arrabbiare non poco il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il numero uno dell’Istituto nazionale della previdenza sociale ha sostenuto che, senza immigrati, le casse sarebbero vuote e l’Inps non riuscirebbe a fare fronte agli impegni pensionistici.
Da qui è partito un lungo botta e risposta tra i due, che possiamo riassumere così: Salvini ha accusato Boeri di fare politica, minacciando di volere fare cambi ai vertici dell’Inps, sconfinando dalle sue competenze, perché l’Istituto per la previdenza è sottoposto al ministero del Lavoro e delle politiche sociali, motivo per il quale nella polemica ha fatto capolino anche Luigi Di Maio, garantendo che Boeri arriverà alla fine del suo mandato, prevista per il 2019.
Ciò che resta da verificare è la bontà delle affermazioni di Boeri. Il futuro del sistema pensionistico italiano dipende davvero così tanto dalla forza lavoro profusa dagli immigrati?
La questione demograficaL’Istat ha diffuso a fine maggio il quadro demografico italiano. Tra i tanti numeri riportati quelli più importanti sono il saldo naturale della popolazione nel 2017 (la differenza tra i decessi e le nascite), negativo per 183mila unità e, parallelamente, il progressivo invecchiamento delle persone. Al primo gennaio 2018 il 22,6% della popolazione aveva almeno 65 anni, il 64,1% rientra nella macro-fascia che va dai 15 anni ai 64 anni di età e il 13,4% aveva meno di 15 anni.
Al netto di chi non versa contributi significa, facendo un calcolo di massima, che in Italia ci sono due pensionati ogni tre lavoratori e, stando alle stime citate dallo stesso Boeri rifacendosi ai dati forniti dal Fondo monetario internazionale (Fmi), nel 2045 si potrebbe raggiungere la parità tonda tonda, un lavoratore per ogni pensionato. Boeri plaude quindi all’apporto degli immigrati sottolineando che, anche se gli italiani facessero più figli, ci vorrebbero vent’anni circa prima che questi diventino contribuenti.

Secondo le previsioni FMI, riviste a seguito della riduzione dei flussi migratori, dal 2045 avremo un lavoratore per pensionato. Ai livelli attuali delle pensioni ciò significa che 4 euro su 5 guadagnati col proprio lavoro andrebbero a pagare le pensioni #repportoInps pic.twitter.com/EdmbD7ye62
— Tito Boeri (@Tboeri) 4 luglio 2018

L’aspetto congiunturale e la generosità degli assegniAnche in questo caso si sono versati fiumi di inchiostro per esprimere un concetto semplice: meno occupazione significa anche meno contributi versati. L’Inps però non viene finanziata solo da chi lavora ma anche dal fisco, perché già oggi i soli contributi non sono sufficienti a coprire le uscite, come dimostra il bilancio preventivo del 2017 che annunciava un rosso di oltre 6 miliardi di euro.
Lo stato di salute delle casse Inps è quindi correlato in parte all’andamento economico del paese, ma in futuro i governi dovranno predisporre più di una manovra per fare galleggiare il sistema previdenziale. Comunque la si voglia vedere, sono soldi che vengono dalle tasche dei cittadini. A peggiorare le prospettive un altro concetto semplice. In Italia il reddito dei pensionati è pari all’83% del salario medio, un valore che in Europa si assesta attorno al 60%. Dovrà aumentare la pressione dei contributi sulla busta paga, questo genera un aumento del costo del lavoro e, per principio macro-economico almeno, quando il cuneo fiscale aumenta l’occupazione tende a calare.
I numeri realiI dati Istat 2018 raccontano che la popolazione attiva (i lavoratori) è di 23,2 milioni di persone, mentre i pensionati sono 16,1 milioni. Gli immigrati regolari sono 5 milioni e, se questo flusso venisse meno, nelle casse Inps mancherebbero circa 38 miliardi di euro da oggi al 2040. Denaro più che necessario per mantenere il sistema pensionistico.
Queste cifre sono solo proiezioni a cui si devono aggiungere un ipotetico calo dei lavoratori e un ormai scontato aumento del numero dei pensionati. Anche senza ricorrere a sistemi di previsione complessi e a formule statistiche, appare chiaro che il sistema pensionistico ne risentirebbe.
Quindi, sempre restando affiliati ai grandi numeri, Boeri ha ragione. Passata la fase politico-campanilista, sarebbe opportuno che il governo faccia le giuste considerazioni.
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Fonte: Wired

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