L’Italia vista dall’Europa: uno schizofrenico punto interrogativo

L’Italia vista dall’Europa: uno schizofrenico punto interrogativo
28 maggio 2018 – 12:00

(Foto: ufficio stampa Quirinale)
Cosa vedremmo se non fossimo italiani? Se, come titolava un film di qualche anno fa, mettessimo fra noi e la più lancinante crisi istituzionale della Storia della Repubblica, la “giusta distanza”? Cosa capiremmo se fossimo quegli “eurocrati” che vengono accusati di ogni colpa o, più semplicemente, cittadini di Paesi con sistemi politici più lineari o classi politiche più affidabili (ma attenzione che neanche da quelle parti, vedi la Germania, le cose sono andate troppo lisce di recente).
Gli italiani fanno spesso molta fatica a guardarsi dall’esterno. Cioè a fare un passo di lato e inquadrare le questioni essenziali della loro vita comune con maturità e oggettività. Oltre che del provincialismo atavico è anche responsabilità della comunicazione politica: ci ha allenati, e le ultime campagne elettorali lo hanno testimoniato molto bene, a sgolarci come tifosi piuttosto che a confrontarci come cittadini raziocinanti. La capacità di dibattito e di confronto è ridotta ai minimi termini. Conviene a tutti per massimizzare il profitto politico polarizzando le persone, dividendo la società, contrapponendo lavoratori, famiglie e vicini di casa.
Dunque, poniamo, un funzionario da Bruxelles o una signora da Copenaghen (dove pure quattro anni fa ha vinto il centrodestra col boom del partito xenofobo) vedono trionfare forze fortemente contrarie all’Unione Europea e soprattutto che nascondono sotto il tappeto il vero obiettivo non detto: l’uscita dalla moneta unica. Le elezioni ovviamente non si discutono, né la volontà dell’elettorato. Queste forze, però, invece di manifestare immediatamente una convergenza riprendono immediatamente la campagna elettorale, sfruttando il Colle come palco da comizio. Prima temporeggiano, poi si giurano disinteresse assoluto, infine – dietro il via libera di un vecchio premier coinvolto da mille inchieste che tutti davano per spacciato ma che invece teneva in ostaggio il centrodestra – si riscoprono d’amore e d’accordo dimenticando ogni feroce critica del passato e ogni contraddizione del loro rapporto. Compreso quello stesso via libera incassato da Berlusconi – è lui l’anziano tycoon che ha dato semaforo verde all’alleato Salvini.
Alla fine sfornano un programma ricco di propaganda e con pochi ma allarmanti punti operativi, molti dei quali toccano la tenuta democratica del Paese come il vincolo di mandato o quella sociale come le carceri per 500mila immigrati e la difesa personale, e spedendo a rappresentarlo al Capo dello Stato un signor nessuno, cioè un avvocato con un’ottima esperienza pescato da qualche rubrica telefonica del giro ristretto dei contendenti. Nel frattempo il capo dello Stato italiano aveva seguito la Carta costituzionale alla lettera: aveva cioè sondato le possibilità di formare diverse alleanze, assegnato due mandati esplorativi ai presidenti delle Camere, consultato più volte e del tutto informalmente i capi dei due schieramenti, tutto al solo fine di concedere tempo alle forze politiche di confrontarsi e trovare una maggioranza in Parlamento.
Si prende un sacco di critiche, Mattarella. Qualcuno lo chiama addirittura “mummia”, mostrando tutto il suo disprezzo non per la persona ma per la carica di garanzia che ricopre, perché si starebbe limitando a fare da passacarte. Gli italiani, fra i meno alfabetizzati d’Europa e con il minor tasso di laureati, si scoprono finissimi costituzionalisti e gli muovono appunti, critiche, osservazioni. Curiosi questi italiani: da sempre amano segare il ramo su cui sono seduti.
Alla fine questo governo più vicino a Visegrad che a Bruxelles sembra poter partire. Ma a ben vedere il leader di uno dei due partiti, il leghista, non scioglie mai le riserve. Dice di aver lavorato molto ma fino all’ultimo metro fa campagna elettorale: sembra voler capitalizzare una strategica gestione della crisi per dirigersi alle urne (spoiler: fra i due partiti sarà l’unico a non chiedere un improbabile stato d’accusa per il presidente). I sondaggi lo danno d’altronde in crescita roboante. In ogni caso i due schieramenti populisti si accordano su una specie di programma e, dopo l’avvocato-premier, su una squadra di governo.
Come nelle prerogative costituzionali uno dei nomi di quella squadra – uno su venti – viene ritenuto inadeguato a ricoprire il ruolo cruciale di ministro dell’Economia. Si tratta di Paolo Savona, un famoso economista con un curriculum lungo così (già ministro in passato ed ex presidente o consigliere d’amministrazione di parecchie delle più grandi banche e società italiane) che tuttavia ha maturato posizioni assai divisive e preoccupanti sull’Europa e sull’euro: “Non esiste un’Europa, ma una Germania circondata da pavidi” scrive nel suo ultimo libro e da anni va spiegando che a suo avviso “la Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo”.
Savona non va bene, dice Mattarella. Come Napolitano aveva detto a Renzi che Nicola Gratteri, magistrato in servizio, non andava bene. E come Scalfaro aveva bloccato Cesare Previti alla giustizia nel 1994. Stavolta il problema è più sottile: non è tanto la persona, a muovere dubbi, quanto quelle posizioni. Sono aspetti che non sono stati discussi in campagna elettorale e non sono inclusi nel programma: solo accennarli produce perdite enormi e fibrillazioni sui mercati a scapito del nostro mostruoso debito pubblico. Tuttavia, se davvero li si vuole portare nell’alveo dell’esecutivo che sia almeno un esponente di rilievo di uno dei partiti a farsene carico.
La risposta è l’ennesimo ultimatum: Savona o voto. Il presidente della Repubblica spiega per filo e per segno quanto accaduto, e il suo lavoro di molti mesi, cogliendo l’ultima ma più importante occasione per difendere l’istituzione massima di garanzia che riveste. In tutta risposta uno dei partiti ne chiede l’impeachment, cioè lo stato d’accusa, ponendosi fuori da ogni autocritica.
Com’è evidente non è semplice guardarsi da fuori, richiede una profonda capacità di astrazione, ma ogni tanto conviene farlo, per capire per quale ragione – aggiungendo uno dei debiti pubblici più elevati del mondo e una quantità di altri parametri disastrosi, dalla cultura all’economia – lo Stivale somigli, agli occhi di molti europei, a uno schizofrenico punto interrogativo alla deriva nel Mediterraneo.
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Fonte: Wired

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