Apologia dello spettatore che abbandona le serie tv

Apologia dello spettatore che abbandona le serie tv
22 maggio 2018 – 12:00

Basta, mollo. Adesso spengo la tv e questa serie non avrà più un altro secondo del mio tempo.
L’ho pensato detto e fatto domenica scorsa, dopo il terzo episodio della seconda stagione de Il racconto dell’ancella (sì lo so, sono indietro, colpa di Cannes). M’ero ripromessa che se non ci fosse stata una svolta vera nella narrazione, se si fossero ancora prospettate le già abbondantemente viste e disapprovate torture, avrei mollato il colpo, salutato per sempre June o Offred che dir si voglia, e impiegato il mio tempo per fare dell’altro.
Non è stato facile, ma necessario. Mettetevi nei miei panni, in un weekend ho dovuto recuperare alcune puntate de Il miracolo, della seconda stagione di Tredici, di Killing Eve, di Trust e di The Looming Tower. Ho finito la quattordicesima stagione di Grey’s Anatomy e deciso – forse per pulirmi la coscienza dall’aver abbandonato Dexter alla stagione 3 – di dare un’opportunità a Safe. Insomma non ho tempo da perdere, giusto?
E allora perché è stato così difficile? Perché ho fatto di tutto per cercare di convincermi ad andare avanti? Pensate che nel momento della decisione sono addirittura andata a sbirciare online la trama del quarto episodio, sperando che mie impressioni fossero errate, cercando un appiglio cui aggrapparmi per continuare la visione. Purtroppo non l’ho trovato e non c’erano altri motivi per procrastinare la resa, ma ammetto che per qualche minuto mi sono sentita come se stessi denunciando un’ancella in fuga, ho immaginato di vivere in un mondo in cui Margaret Atwood – con cui non ho mai parlato in vita mia – smette di salutarmi per strada. Ho sentito sulla mia pelle il dolore di tutti quelli che portano tatuato in qualche parte del corpo nolite bastardes carborundorum. Li stavo deludendo tutti.
Poi per fortuna ho acceso Netflix, e sono ritornata in me.

Io ho già superato quella fase quella del guardo-tutto-e-lo-guardo-fino-in-fondo e, a meno che non sia per lavoro, non me ne importa più niente se ne parlano tutti – e quindi devo vederla per forza anche io e parlane anche io. Perché diciamo le cose come stanno, spesso a spingerci a continuare lo stillicidio del guardare una serie tv che non ci piace, ma anche a farci rimanere in sala mentre proiettano un film di una noia mortale o a costringerci a terminare quel libro, proprio quello che ha anche vinto un premio! è la pressione sociale. Gli altri lo fanno, devo farlo anche io, anche perché: che penserebbero se non lo facessi?
Questa forza esterna, che di recente ha trovato spazio e enfasi all’interno dei social network, è così potente da farci subire uno show che non ci piace. Quindi ammettetelo, se avete continuato a vedere Westworld nonostante un inizio di seconda stagione così fiacco, non è perché vi fanno tenerezza gli androidi o perché volete davvero sapere dove di trova il parco, ma perché non avete proprio voglia di fare la figura di quello che sta fuori dal mondo, quando vi ritroverete con i colleghi alla macchinetta del caffè.
E invece no, basta, ben vengano i “io quella non la guardo” e gli sguardi di stupore che ne conseguono. È ora di rivendicare il diritto a dire basta, a lasciare le serie a tv a metà, anzi nemmeno a metà, all’inizio. Sì perché io ormai sono diventata spietata. Superata la fase della reverenziale curiosità, per cui mi sentivo di fare un torto all’autore se non avessi conosciuto l’opera nella sua interezza, sono andata avanti perfezionando un metodo. E così alle serie tv qualsiasi do una puntata (il pilota) di possibilità, se mi piace continuo, altrimenti no. Alle serie che sulla carta potrebbero proprio interessarmi (perché l’ha scritta quello o quella lì, perché non sai questa chi l’ha diretta) do 3 puntate di possibilità, poi se il giudizio è negativo passo oltre. Ma basta una puntata, ne bastano tre, per farsi un’idea e decidere? Eccome se bastano, e dovreste imparare a farlo anche voi, a smettere di vergognarvi dell’incompiuto, a non perseguire il miraggio della finitezza, a fregarvene dell’intero. C’è talmente tanta roba da vedere e ce n’è talmente tanta bella, che davvero non vale la pena tergiversare su quello che percepiamo – evviva il gusto personale – come mediocre.

Per questo non ne ho voluto sapere nonostante amici e colleghi fidati lo scorso ottobre mi dicessero di dare una seconda chance a Suburra. A me sono bastate le prime due puntate per decidere che no davvero, non potevo andare oltre. E sì, me l’hanno detto che poi il rapporto tra Spadino e il Numero 8 sarebbe evoluto fino a diventare il centro dello show, ma scusate, cosa ha fatto quella serie per meritarsi il mio beneficio del dubbio? Per farmi decidere ad andare oltre? Nulla, a parte essersi mostrata in tutta la sua mediocrità per un’ora e mezzo abbondante. Ma poi vedrai che quando cambia la regia migliora tantissimo, m’hanno detto. Ah sì, aspetta che adesso lo dico al grande Capo Indiano Estiqaatsi, ho risposto. Non puoi bollare un prodotto dopo due puntate, c’era chi mi diceva sconvolto. E invece potevo, posso, ed è bellissimo, soprattutto con gli show originali, cui non siamo ancora emotivamente legati.
E poi dai, ma non scherziamo, solo a una settimana di distanza sulla stessa piattaforma sarebbe arrivata Mindhunter, quella sì una serie che valeva ogni singola frazione di secondo del mio tempo. Come posso dispiacermi per il niente di che, se toglie tempo all’eccellenza? Questi sono i miei esempi personali, ma la teoria può essere personalizzata e applicata a qualsiasi altro show.
Foto: Getty imagesMa lo sapete quante serie tv vengono prodotte in un anno? Per dare qualche numero, solo negli Stati Uniti d’America nel 2017 sono entrate in lavorazione ben 487 serie tv originali. Originali significa nuove, cioè il numero esclude tutti i rinnovi, le seconde terze quarte quinte (e così via) stagioni. Quattrocentottantasette nuove serie tv solo in America, ma poi ci sono quelle di casa nostra, che stanno cercando di diventare sempre più competitive e internazionali, e quelle del resto del mondo, che grazie a piattaforme come Netflix o Amazon Prime Video sono ora a portata di telecomando. Una follia, un quantitativo enorme. Dire no sta diventando una questione di sopravvivenza. Siamo bombardati da così tanta roba, c’è così tanta scelta, che se non si vuole perdere il senno è necessario imparare a dire stop.
E quindi disertori di serie tv unitevi, fate sentire la vostra voce, rivendicate il vostro diritto di mollare quella stagione a metà. Vi prometto che non sarà facile, v’assicuro che vi dovrete giustificare (a me ancora chiedono come possa aver abbandonato The Walking Dead a metà della  quarta stagione: la risposta è che quando faranno morire Rick sarà sempre troppo tardi), ma v’assicuro che se all’abbuffata bulimica riuscirete a contrapporre una degustazione selettiva diventerete voi i veri eroi. Altro che quelli delle serie tv.
The post Apologia dello spettatore che abbandona le serie tv appeared first on Wired.

Fonte: Wired

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte di BestAll. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi